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Full text of "Francesco Novati: Freschi e minii del dugento. Conferenze e letture, 1908"

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Freschi e minii 
del dugento 




Francesco Novati 



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Francesco Novati * 



FRESCHI e MIMI 

DEL 

DUGENTO 



Conferenze e Letture 




MILANO 
Casa Editrice L. F. Cogliati 

Corto P. Romana, 17 
1908. 



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tURDACH 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



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A Q VANTI 
TRA I MIEI DISCEPOLI 
AMATI RICORDATI 
MI RIAMANO 
MI RICORDANO 

MDCCCLXXXIU - MCMVIII 



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INDICE 

I. Per una storia della cultura italiana del dugento pag. i 

II. Lirica di popolo » 17 

IH. Vita e poesia di corte nel dugento » 37 

IV. Pier della Vigna » 67 

V. Federigo II e la cultura dell'età sua » 103 

VL Sordello da Goito » 143 

VII. Golosi in purgatorio » 177 

VIII. Dante e S. Francesco d'Assisi » 205 

IX. L'amor mistico in San Francesco d'Assisi e ih 

Jacopone da Todi » 227 

X. Il codice dell'amor profano » 253 

XI. Il notaio nella vita e nella letteratura italiana 

delle origini » 299 

XIL Le epistole dantesche » 329 



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PER UNA STORIA 
DELLA CULTURA ITALIANA NEL DUGENTO 



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A Dante, che nella queta solitudine di Ravenna, 
popolata di memorie e di sogni, proseguiva in- 
faticato la grand-opera immortale, pervenne un giorno ; 
correvano gli anni estremi della sua vita; un metrico 
carme. GlieP inviava Giovanni del Virgilio, quel gram- 
matico, che nello studio Bolognese leggeva allora non 
senza plauso e concorso di scolari i classici autori, e 
nell'ambito di pochi versi racchiudeva ammonimenti 
e rimproveri, de' quali l'esule grande non dovette 
sorridere: * O tu che con novelli accenti moki il 

* mondo (scriveva Giovanni a Dante) e quando com- 
" porrai dunque qualcosa anche per noi, impalliditi 

* nelle studiose vigilie? Quando cesserai di profon- 
" dere con troppo prodiga mano le perle ai porci, 

* di ricoprire con sordidi panni le sorelle Castalie? „ : 

Nec margarìtas profliga prodigus apris 
Nec preme castalias indigna veste sorores. 

La veste indegna era (ci vuol poco a capirlo 1) il 
volgare, quel volgare in cui Dante stava allora seri- 



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vendo la Comedia divina; i * cinghiali V9 come il 
Cesenate chiama, quasi per coonestare P allusione 
sua a quegli animali che l'evangelica sentenza aveva 
senza scrupolo veruno additati col loro comune voca- 
bolo; erano, manco a dirlo, i laici, gli illetterati, cioè, 
dei quali i non arguti etimologisti medievali traevano 
il nome da * lapis „, affermando che la voce stessa 
con cui si designavano attestava la nativa durezza 
di gente, che teneva ancor " del monte e del ma- 
* cigno „. Or chi in questa raccomandazione, della 
quale l'Alighieri non ebbe certo, lo ripetiamo, a sor- 
ridere, giacché fu dessa, a mio giudizio, la ragione 
che F indusse a tentar il genere bucolico ; nuli' altro 
vedesse se non F intellettuale miseria d'un pedante, 
tronfio della cognizione di * quattro cujusse „ da lui 
mandati a memoria, s'ingannerebbe a partito. Clerus 
vulgaria temnit; dice Giovanni, e sa bene quello che 
si dice. L' opinion sua è F opinione di tutti i dotti 
del tempo, non solo; ma è altresì la sentenza che 
terrà per una parte non breve di sua vita il Petrarca ; 
che accetterà, se non così recisamente come il suo 
illustre amico, in gran parte almeno, il Boccaccio ; 
che sul cadere del Trecento, sparite appena dalla 
scena del mondo le due ultime corone fiorentine, 
verrà predicando quella turba d'adoratori fanatici del- 
l' antichità, i quali, per * mostrarsi litteratissimi al 
u vulgo „ non temeranno d'affermare ; e ne inorridirà 
Francesco Rinuccini: „ Dante Alighieri essere suto 
u poeta da calzolai » e Giovanni Boccaccio non aver 
saputo " grammatica „. 



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— 5 — 

Clerus vulgaria temnit...; e questo disprezzo, del 
quale l'Alighieri stesso vivente dovette certo soffrire, 
quanto aveva già gravato prima ch'ei poetasse, in 
Italia e fuori, ma soprattutto fuori, sui poeti volgari I 
E quanto a lungo ancora doveva gravar loro Addosso 
in avvenire! 

L'ostinata resistenza, ispirata dunque da aperto 
dispregio, a cui si disposa un mal celato timore, che 
vuoi nel paese nostro vuoi ne' paesi al nostro vicini, 
oppone la tradizione latina al volgare nascente, di cui 
cerca rintuzzare con sentimento geloso lo slancio gio- 
vanile, ci porge ottimo argomento per affermare che 
vana sarà sempre la speranza di formarci un concetto 
ben determinato e preciso delle vere condizioni intel- 
lettuali del popolo italiano duranti i secoli XIII e XIV, 
se accanto ai monumenti della letteratura volgare, 
noi non ricercheremo attentamente quelli tanto più 
copiosi e multiformi della letteratura latina. La reli- 
gione, al pari delle leggi, la scienza, al pari dell'arte, 
parlano allora pur sempre il linguaggio di Roma; il 
latino è ancora e dapertutto, nella chiesa, nella reg- 
gia, nella scuola l' idioma della meditazione e del 
pensiero, ad esso è riserbata l' estrinsecazione delle 
più pure, delle più elevate manifestazioni spirituali. 
È dunque la storia della cultura latina l'indispensa- 
bile preparazione a quella della poesia volgare. Ma 
chi assumerà un' impresa tanto faticosa e complessa? 

Fin dal secolo XVIII quel miracolo d'erudizione 
e di critica che fu Girolamo Tiraboschi, sopra questo 
disegno die' mano a tessere la sua monumentale Storia 



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della letteratura italiana, e nei dotti volumi di cui 
questa si compone con indagine altrettanto sagace 
quanto coscienziosa, prosegui fino a quel segno al 
quale le condizioni degli studi ai di suoi gli conce- 
devano di giungere, lo sviluppo dell'attività scienti- 
fica e letteraria del popolo nostro attraverso gli stadi 
della sua fortunosa esistenza. Dopo di lui però questa 
* storia della cultura italiana „, per la quale i mate- 
riali hanno nel frattempo continuato ad aumentare 
di numero e d'importanza, non è più stata tentata 
da alcuno, non già nella sua interezza, ma neppure 
in maniera frammentaria, almeno in qualche sua parte. 
E la cosa si capisce assai bene per ciò che spetta 
alla prima metà del secolo XIX, nella quale il pre- 
dominio di talune teorie filolofiche ^sulle menti dei 
più aveva fatto abbandonare le antiche strade per 
tentare nuovi sentieri e condotti gli storici della let- 
teratura ,a narrarne le vicende ed a rappresentare la 
genesi e lo sviluppo delle forme letterarie sulla scorta 
di concetti astratti, soggettivi ed aprioristici. Ma 
assai meno si comprende oggi che si è cessato di 
volare tra le nubi per camminare sul fermo terreno, 
si è rinunziato alle fantasticherie de' sistemi precon- 
cetti per ritornare a Quell'esame accurato de' fatti e 
delle cause loro, a quell'attenta analisi dell'ambiente 
storico, che solo possono offrire il fondamento ad una 
sintesi efficace e soprattutto informata al vero. Ma 
oggi forse impensierisce, e giustamente, i più la mole 
grande di ricerche le quali si sono avviate intorno 
ad ogni branca del sapere medievale; sicché accin- 



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— 7 — 

gersi a rinnovare l'opera tiraboschiana può apparire 
tentativo non men audace che pericoloso. 

Nè voglio, così dicendo, affermare che già in parte 
non siasi dato opera dai cultori della storia letteraria 
nostra ad indagare le condizioni della letteratura latina 
per ricavarne argomento a meglio giudicare dell 9 im- 
portanza che devesi dare ai monumenti del volgare. 
Chi difatti oggi concepirebbe, per cagion d'esempio, 
il proposito di scrivere sul Petrarca, considerandolo 
unicamente come l'autore del Canzoniere, o di trat- 
tare del Boccaccio, prendendone in esame il solo De- 
cameron ? Ognun sa che se questi rimangono per noi, 
tardi nepoti, i più puri titoli di gloria ch'essi vantino, 
tale non fu davvero l'opinione de' contemporanei loro 
nè quella che essi stessi nudrìrono. Sono i libri scritti 
in latino, que' libri che niuno ora legge, sui quali il 
Petrarca fondava la sua maggiore speranza d' im- 
mortalità; e ad essi egli ha affidato le sue idealità 
più alte, i suoi più segreti tormenti, la parte migliore 
di sè stesso. Quale è oggi lo storico, l' indagator di 
problemi letterari o filosofici, che non andrà dunque 
a ricercare là dentro l' immagine del poeta, se vorrà 
vederselo tornar vivo e spirante dinanzi? E non è a 
dir lo stesso per il Boccaccio? Logoro dagli anni e dai 
dolori, quando il buon Giovanni si ricovera, sfiduciato 
del mondo, a vivere poveramente nell'avita casetta di 
Certaldo, non già nei racconti maliziosi e gai che 
avevano dilettata la sua giovinezza, ei ricerca conforto 
e speranza di fama. Rinchiuso nell'angusto studiolo, 
lavora invece senza posa al suo gran zibaldone mi- 



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tologico; si sforza, improba fatica!, di mettere d'ac- 
cordo Vairone e Fulgenzio, Evemero e S. Agostino, 
si lambicca il cervello per stabilire quanti Giovi vi 
siano stati, e porre in sodo, a maggior gloria della 
fede cristiana, che Venere non fu mai una dea. Ed 
invano dall'alto del poggio, già caro ad etruschi abi- 
tatori, gli ride incantevole allo sguardo quella pia- 
nura toscana, ch'ei popolò un tempo di ninfe vezzose 
e d'aggraziati amatori, dove alle acque argentee dei 
ruscelli scorrenti ed alle selve^d ai monti diede anima 
e vita; ed invano le fate, secondo che narra la leg- 
giadra leggenda popolare, appendono per riconqui- 
starlo alle pareti della sua torre l'aereo loro ponte! 
La fantasia del poeta non si slancia più su per quel 
variopinto tramite alla conquista d'immagini fasci- 
natrici ; essa si è assopita ed egli continua la sua 
pertinace fatica, dalla quale unicamente attende eter- 
nità di nome. E chi legge oggi le Genealogia Deo- 
rum all' infuori di pochi eruditi? Eppur chi potrà ri- 
trarre il Boccaccio senza ricercar in esse le vestigia 
del suo vastissimo sapere? 

Ma se per i grandi nostri del glorioso Trecento già 
molto s'è fatto ed una schiera di ricercatori attende 
a restituirli a quel mezzo dentro al quale hanno vis- 
suto, a ricostruire loro dintorno quella cerchia di 
persone e quel cumulo d'avvenimenti, ond' ebbero 
gioie e dolori , sicché l' individualità loro acquisti 
agli occhi nostri evidenza sempre maggiore, se noi 
ci volgiamo indietro, quante incertezze non rinve- 
niamo invece e quante lacune ! Come frequentemente 



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avviene che ali 9 uno o ali 9 altro de 9 nostri antichi 
scrittori si faccia merito ovvero si dia biasimo per 
qualità e difetti che condividono con tutti i loro con- 
temporanei, che non sono già riflessi della perso- 
nalità loro, bensì semplici caratteristiche del tempo 
al quale appartennero ! Com 9 è difficile ancora formarsi 
un concetto esatto di loro, e quante figure meritevoli 
di memoria son oggi quasi obliterate! In mezzo a 
coloro che vissero ai suoi giorni o di poco lo prece- 
dettero, l'Alighieri ci si presenta oggi, quale Omero, 
secondochè ci narra Lucrezio, s'era presentato ad 
Ennio nell'Orco: ei solo rifulge di tutte le parvenze 
della vita, mentre gli altri sfumano via nella squal- 
lida penombra come larve sbiadite: 

Acherusia tempia 

quo neque pcrmaneant animae neque corpora nostra, 
scd quaedam simulacra modis pallentia miris, 
unde sibi exortam semper florentis Homeri 
commemorat speciem 

Lue*. De noi. rer. I, 123-114. 

Ma la storia non deve ricercare soltanto i grandi uo- 
mini, i grandi fatti, bensì degnar pure d'osservazione 
i minori e cogli altri riconnetterli in guisa che quella 
catena di cause ed effetti che l'oblio ha spezzato e di 
cui il tempo disperde inesorabilmente le anella, torni 
a riannodarsegli di per sè stessa tra le mani. 

Chi vorrà investigare le varie forme assunte in 
Italia dalla cultura latina durante il secolo XIII, quando 
le energie, di cui ridondò l'anima l'innovellata del 
popolo nostro, ebbero modo di espandersi in tante 



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guise e tutte d'attenzione ben degne, dovrà innanzi 
tutto lungamente meditare intorno alle condizioni po- 
litiche e sociali della penisola. 

Nelle molteplici e fortunose vicende attraverso 
alle quali il Dugento ha compiuto la sua corsa, noi 
rinveniamo troppe volte la spiegazione , l' orìgine 
de' fatti letterari, perchè ci sia concesso passarle 
sotto silenzio. Nè già intendo d'addentrarmi io qui, 
per giustificare il mio asserto, in un'esposizione par- 
ticolareggiata della storia civile della penisola dalla 
pace di Costanza alla morte di Carlo d'Angiò, perchè 
questo non è adesso uffizio mio, ma solo lumeggiare 
rapidamente le vicissitudini italiane in questo secolo 
glorioso ed agitato, che s'apre tra l'esultanza pro- 
vocata dalla presa di Costantinopoli, quando sulle 
mura della metropoli d'Oriente sventolarono i vene- 
ziani vessilli, e si chiude coli' instaurarsi nella peni- 
sola d' una dominazione straniera che le sarà cagione 
d'infinite sventure. 

Una grande figura eroica protende la sua ombra 
su tutt 9 intero il secolo tredicesimo e lo domina, come 
Alessandro e Carlo Magno hanno dominato quello 
in cui vissero: la figura di Federigo II. Il tumulto 
d'odi e d'amori da lui eccitato in vita, è stato tale e 
tanto che largamente se n'è ripercossa l'eco anche 
dopo la sua scomparsa dalla terra; tale e tanto, che 
la storia è rimasta a lungo incerta nel giudicarlo ed 
oggi ancora in qualche parte la sua incertezza per- 
dura, perdurano pur parzialmente i motivi che sca- 
tenarono intorno a lui l'impeto, la bufera dei più 



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contrari affetti. Come difatti oggi ancora uno storico 
che faccia professione di credente, potrà egli mante- 
nersi imparziale giudicando gli atti di colui che non 
solo osò alzare la mano audace contro la potenza tem- 
porale della Chiesa di Roma; questo era stato ten- 
tato da altri e fu loro perdonato; ma ardì scuotere 
col soffio del dubbio e dell 9 incredulità le basi del 
suo regno spirituale? Anche Arrigo IV, anche Fe- 
derigo I avevano attentato alla maestà sacerdotale: 
eransi mostrati violenti rivendicatori degli imperiali 
diritti; ma entrambi s'erano poi curvati pentiti dinanzi 
a Gregorio e ad Alessandro; e se Canossa vide rumi- 
nazione dell' uno, Venezia fu spettatrice di quella del- 
l'altro. Entrambi, infine, avevano voluto abbassare il 
prìncipe che pretendeva congiungere il pastorale alla 
spada, non mai il successore di Pietro, il vicario di 
Cristo. Quel sorriso di miscredenza, che aleggiò sul 
volto del loro successore, non sfiorò certamente mai 
le labbra del sire di Franconia e del fulvo Hohen- 
staufen; essi credevano. Federigo II non credeva; e 
qui sta appunto l'enorme peccato suo agli occhi della 
Chiesa, e qui è a ricercare la cagione per cui il 
papato giurò la distruzione sua e quella della sua 
schiatta ; e dopo aver sacrificato Manfredi a Benevento, 
condusse a morire sul patibolo di Napoli Corradino. 

Ma se la politica ed i sentimenti di Federigo II 
daranno sempre occasione a disparati giudizi, la storia 
imparziale ha da un pezzo riconosciuto ciò che nessun 
artificio di polemica può distruggere: che in lui per 
mezzo secolo si è accentrata tutta la vita italiana; 



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ch'ei fu il cuore e la mente di questo corpo ribelle; 
che, lui morto, l'influsso dell'azione ch'egli aveva eser- 
citata si fe' lungamente sentire. Erede di Federigo I, 
egli si trova a rappresentare l'Impero di fronte alla 
Chiesa e di fronte ai Comuni: per la prima costituisce 
l' unico insuperabile ostacolo al conseguimento di quel 
dominio sopra tutta la penisola ch'essa vagheggia: 
per gli altri la soggezione a vincoli che la pace di 
Costanza aveva rallentati sì ma non distrutti. Per 
T una come per gli altri egli è dunque il nemico. Cosi 
si vanno sviluppando nella vita italiana que' germi 
di discordia, donde coli' ausilio degli odi regionali, 
comunali, cittadini, de' rancori di casta e di schiatta, 
nascerà la spaventosa divisione de' Guelfi e de' Ghi- 
bellini. Una leggenda bizzarra, che ci è stata tra- 
mandata da Saba Malaspina ; una delle tante che nel 
secolo XIII si diffusero intorno all'orìgine delle fu- 
neste parti, cagione di tanti lutti alla penisola, e che 
varrebbe forse la pena di raccogliere e studiare; 
narra che il di in cui nacque Manfredi fu vista in 
Toscana apparire d'improvviso nel cielo una negra 
nube, dentro alla quale due gigantesche forme di 
donna dall' alba fino al merìggio si avviticchiarono 
furenti in disperata contesa; mentre tra il fragor dei 
tuoni s' udiva come una voce muggire due nomi : 
Ghibellina.... Guelfa.... Ma le strane fantasime non 
avevano atteso la nascita del gentil figlio di Bianca 
Lancia per iniziare la loro lotta accanita: questa s'era 
già accesa intorno alla culla del padre di Manfredi, 
Federigo. 



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La grande contesa tra il Papato e V Impero si 
complica dunque per tutta la prima metà del se- 
colo XIII con quella tra Y Impero ed i Comuni. Fe- 
derigo II conduce la guerra con tutte le armi, di cui 
il suo genio, la sua potenza lo hanno fornito; mesce 
la dolcezza alla forza, alla persuasione il terrore. A 
quelle truppe saracene, che, con sagace consiglio,^ 
Sicilia egli ha trapiantate nel cuore della Puglia, 
formandone una colonia guerriera, pronta a combat- 
tere per lui contro la Chiesa, senza timor di scomu- 
niche, egli congiunge l'ideale efficacia della parola 
calda e magniloquente; Pietro della Vigna usurpa 
difatti per lui tutta l'eloquenza di Cassiodoro. Agli 
anatemi papali egli risponde con altri anatemi; alle 
accuse di empietà, facendo tradurre Aristotele ed 
inviandolo in dono a tutte le università italiane. Ma 
i suoi avversari sono numerosi, sono gagliardi, sono 
implacabili; e la lotta diventa sempre più aspra, finché 
a chiuderla non sopraggiungono due fatti : il concilio 
di Lione, in cui Federigo è deposto (1245); la scon- 
fìtta di Vittoria (1248), per cui l'esercito dei parmigiani 
cogli alleati irrompe nella città fondata da Cesare e 
la distrugge. Quel giorno la corona imperiale, abban- 
donata da Augusto fuggente, cadde nel fango : simbolo 
doloroso di quanto era realmente avvenuto! 

La morte di Federigo II, seguita due anni dopo 
(1250), non scema l'ardore della contesa, benché ne 
muti in parte il carattere. In Corrado, che gli è suc- 
ceduto nel regno; in Manfredi, che poco dopo siede 
sul trono lasciato vacante dall'inopinata morte fra- 



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terna, la Chiesa non vuol vedere che i discendenti 
detestati d'un terrìbile avversario; e benché entrambi 
tentino di ammorzar l'odio sacerdotale, questo dura 
implacato e contro gli ultimi eredi della casa di Svevia 
fa sorgere un nemico nuovo, Carlo d'Angiò. Come 
la ruina degli Hohenstaufen si compia non occorre 
eh' io ricordi ; collo sparire dell' ultimo rampollo della 
casa di Soave sparisce ogni speranza di veder l' Ita- 
lia raccolta sotto un solo scettro. L'opera della Chiesa 
è compiuta. 

A questa, che è la trama della grandiosa tela che 
il secolo XIII ha veduto ordirsi nella penisola, si ag- 
giungono, fila nuove ed innumerevoli, le fiere lotte 
tra comuni e comuni, aggravate da quelle che hanno 
luogo nel recinto stesso di ogni città, " tra quei eh' un 
" muro ed una fossa serra „• Ritessere le vicende 
di coteste piccole ma ferocissime guerricciuole non 
è del nostro assunto ; ne riboccano gli annali e sono 
dolorose memorie d' una mirabile energia, spersa in 
mezzo alle selvagge esplosioni della più immane bar- 
barie. Raccontano con orrore gli storici come in non 
so più quale città di Lombardia, dopo un sanguinoso 
conflitto tra i guelfi ed i ghibellini, i cadaveri di 
questi ultimi, fatti a pezzi, fossero venduti sul mer- 
cato.... atrocità senza esempio. Ma non è forse più 
orrendo ancora quel tratto d' inumanità, del quale ci 
recano vergognosa testimonianza le storie d' un'oscura 
cittaduzza umbra, il Tiferno degli antichi, la Città di 
Castello de' dì nostri? In questo comune proibivano 
le leggi (imperanti i ghibellini) a chi fosse guelfo di 



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piangere i propri congiunti, e le mogli ed i figli do- 
vevano dinanzi ai giudici provare che avevano ad 
occhi asciutti presenziato i funerali de 9 mariti e dei 
padri! 

Giunto alla fine della sua storica diligente espo- 
sizione delle vicende d'Italia durante il XIII secolo, 
il buon Tiraboschi esclamava: * Tale fu la condizion 

* dell' Italia dagli ultimi anni del secolo XII sino al 
" compimento del XIII; secolo pieno di tumulti e di 
" sconvolgimenti grandissimi in cui non vi ebbe quasi 

* città che non fosse soggetta a gravi sventure e 
" che non vedesse entro le sue proprie mura spet- 
" tacoli degni d'orrore e di compassione. In mezzo 
" a un sì universale scompiglio, chi non crederebbe 

* che le scienze e le arti non si giacessero intera- 

* mente dimenticate? E nondimeno la loro sorte non 

* fu così infelice come sembrava doversi aspettare.... 

* L'Italia non solo non fu inferiore ad alcuna delle 
" straniere nazioni, che furono assai più di èssa tran- 
" quille, ma ancora forse le superò di gran lunga in 
" ogni genere di letteratura.... „. Ora la meraviglia 
dell'illustre nostro storico per questo contrasto non 
è troppo giustificata. Egli infatti avrebbe dovuto 
pensare che presso un popolo, il quale è ritornato 
giovine alla vita, pieno di forza, d'ardore, la lotta è 
elemento essenziale, è securo indizio di vitalità vigo- 
rosa, la quale prorompe in ogni guisa e s'esalta nella 
violenza de' contrasti. 

In Grecia stessa le arti e le scienze hanno fiorito 
in mezzo ai tumulti, e Platone meditava mentre Al- 



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_ i6 — 

cibiade sommoveva audacemente le turbe ateniesi, e 
la lirica d'Alceo non ascese mai più alta, come quel 
dì che il pugnale vendicatore squarciò ferocemente 
il cuore al tiranno di Mitilene. 

Sol quando un popolo affonda irreparabilmente 
nella morta gora dello scetticismo e della servitù, 
l'alacrità sua intellettuale e scientifica tende ad illan- 
guidirsi ed a scomparire; nel cozzo violento delle 
passioni, qualunque ne sia la natura, il pensiero dà 
lampi più vivi, come la scintilla sprizza più fulgida 
dalla selce quanto più forte questa è percossa. Non 
è dunque punto singolare che quella grande epoca 
che vide sorgere P uno accanto all'altro Ezzelino da 
Romano e Francesco d'Assisi, Accorso e San Tom- 
maso d'Aquino, Leonardo Fibonacci e S. Bonaven- 
tura, Federigo II e Innocenzo III, abbia vicino al- 
l' Alighieri veduto elevarsi i precursori del Petrarca, 
gli iniziatori del nuovo movimento classico, Pier della 
Vigna, Lovato, Albertino Mussato. 



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Tra le parti della storia nostra letteraria, che si 
vanno con tanto lodevole ardore ricercando da 
uno stuolo di filologi e di critici sparsi un po' dapertutto 
nel mondo civile, quella che riflette le origini ed il 
progressivo svolgimento della lirica popolare rimane 
pur sempre una delle più oscure ed involute. E la cosa 
è troppo naturale per meravigliarcene. Le vicende di 
siffatto genere letterario non possono essere studiate 
senza che in pari tempo non ci si sforzi d'illustrare 
le sorti della musica e della danza : ora la storia della 
prima è in gran parte ancora da fare; quella della se- 
conda può dirsi poi ignota addirittura. Dinanzi a code- 
ste difficoltà, il critico non deve tuttavia sgomentarsi 
ed abbandonare l' impresa : che si direbbe d 9 un esplo- 
ratore, il quale, partito per procacciare alla scienza 
notizie sicure intorno a paesi non peranco tentati, si 
perdesse d'animo di fronte agli ostacoli che la natura 
gli oppone, al corso vorticoso d'un fiume o alla in- 
superabile rete di fittissime boscaglie che gli sbarra 
la via ? E la impresa parrà più necessaria ed urgente, 



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quando si rifletta come una cognizione se non in ogni 
sua parte esatta, almeno nelle linee principali corri- 
spondente al vero, della lirica, torni indispensabile a 
chi voglia delle letterature moderne del mondo latino 
conseguire non vaghi rudimenti e malsicura contezza, 
ma una chiara e concreta cognizione. Solo operando 
in questo modo difatti può mettersi lo studioso in 
grado d' intendere dove, quando, ed in qual guisa 
siansi formate talune correnti poetiche, per espri- 
mermi in questa maniera, le quali, attraversando i 
secoli, pervennero fino a noi ed introdussero nella 
produzione letteraria anche recentissima degli ele- 
menti antichi, tradizionali, che tutte le generazioni 
posteriori hanno utilizzato e che, dimenticati poi dalle 
une tornarono ad essere dalle successive messi in 
onore. Pochi anni or sono, per rammentare un esempio 
che primo mi soccorre alla memoria, un critico stra- 
niero in certo studio inserito in un ottimo e serio 
periodico, dedicato alla storia della letteratura fran- 
cese, la Revue cFHistoire littéraire de la Franca 
faceva rilevare come taluni temi poetici, de' quali la 
modernissima scuola de' Felibres provenzali si piace 
adornare le proprie composizioni, quasi fossero nuovi 
di zecca, dedotti dalla immediata contemplazione della 
natura, suggeriti all'animo vibrante del poeta dal suo 
segreto colloquio colle voci misteriose del creato, non 
fossero in fondo che riproduzioni di vecchi luoghi 
topici, già usati ed abusati, la bagatella di sei o sette 
secoli fa, dai trovatori fioriti in que' luoghi stessi dove 
oggi la musa del Mistral scioglie al vento le sue 

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canzoni. La dimostrazione arguta e ben condotta del 
letterato francese (che si piacque intitolarla Histoire 
d'un lieti commuti) non sarà certo tornata superflua 
al pubblico mezzanamente colto, al quale era partico- 
larmente destinata; pubblico, che molto trova di nuovo 
dapertutto, perchè di molto è ignaro; essa però non 
avrà probabilmente insegnato nulla ai cultori degli 
studi medievali, i quali sanno per prova che di molti 
e molti capitoli si potrebbe ingrossare quella che il 
Rosières volle chiamar la storia d'un luogo comune! 
Codesti viaggi di ricognizione, che s' intraprendono 
attraverso ai monumenti d' età remota, oltreché riu- 
scire profìcui per la critica storica, divengono indi- 
spensabili anche per l'estetica, non essendo meno 
utile ed opportuno all' una che all'altra di conoscere 
dawicino gli elementi, ond'esce fuori l'opera d'arte, 
ad evitare il pericolo di battezzare (come più volte 
è accaduto) quasi peregrina, gentile, artistica ispira- 
zione quella che non è se non un'abile manipolazione, 
fatta a tavolino, di a motivi „ anteriori. Certo la parte 
del critico non è quella di strappare alle presuntuose 
cornacchie le penne accattate, ma, via, non conviene 
poi che le cornacchie si burlino troppo del critico! 

Quali sono, per ritornare al nostro assunto, le 
origini della lirica nuova de' popoli latini ? Il primo 
nostro pensiero non può esser se non quello di ri- 
cercare se essa si riannodi in qualche guisa coli' an- 
tica. Fiorì in Roma e dall' Urbe si sparse in tutto il 
mondo assoggettato all'imperio della legge e della 
favella latina, una produzione lirica fulgente di sin- 



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golarissimi pregi, la quale, pur non offrendo molta 
originalità in quanto spettava al contenuto, desunto 
pressoché interamente dai greci esemplari, parve 
raggiungere, grazie alla mirabile squisitezza della 
forma, altezza quasi insuperabile, e certo insuperata. 
Questa lirica ebbe atteggiamenti vari, aspetti diversi; 
fu religiosa, guerresca, amorosa; fé' vibrar insomma 
tutte le corde dell'anima umana. Or bene: provocò 
essa forse, anzi produsse queir effusione degli spiriti 
che doveva porgere vita ai canti nuovi? Se anche 
quando dilagò, l'indomani delle invasioni, più crassa 
la barbarie medievale, essa trovò cultori umili ma 
devoti, se fu stella tra le nubi addensate, faro tra le 
tenebre fitte dell'ignoranza, non dovremo noi asse- 
gnarle parte ben grande nella genesi della lirica 
nuova? 

Chi così pensasse cadrebbe in errore. E valga il 
vero. Chiunque, per cominciare da questa, ricerchi 
nella lirica di Orazio o di Catullo il sentimento re- 
ligioso, rimarrà stranamente deluso. Nulla in quei 
canti , taluni de' quali risonarono solenni nelle ceri- 
monie del culto, modulati da vergini e. da fanciulli, tra 
il fumo de' sagrifìzl, nulla vien concesso, chi bene li 
studi, alla fede, all'affetto, all'impulso che solleva ir- 
resistibilmente l'uomo verso il divino. Quelle deità, 
che il poeta invoca con tanta pompa, trìbuendo loro i 
titoli e le lodi che gli offrivano i greci esempli, non 
sono per coloro stessi che li celebrano se non meri 
simboli, rappresentano lo stato, la maestà di Roma, 
e nulla più. Son pertanto rispettati, ma non amati. E 



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man mano che il sentimento di questa vacuità dell'an- 
tica religione si fa maggiore, che nuovi e strani riti 
vengono portati in Roma dall'Oriente remoto, che 
sugli altari spesseggiano le statue degli imperatori 
defunti, gli uomini colti contemplano con un incre- 
dulo sorrìso coteste cerimonie ufficiali e ripetono con 
Giovenale : 

Esse aliquos manes et subterranea regna 
Et contum et Stygio ranas in gurgite nigras, 
Atque una transire vadum tot millia cymba, 
Nec puerì credunt, nisi qui nondum aere lavantur. 

Eppure quant'è in errore, mentre cosi scrive, il ro- 
mano satirico! Intanto che le leggende del passato, 
sfatate e derise, tramontano, e gli spiriti forti, educati 
alle filosofiche dottrine d'Atene e d'Alessandria, si 
beffano de' vecchi miti, dell' irremeabile Stige e della 
barca di Caronte, una sorgente di fede viva e sincera 
sale, sale su nel buio, dalle viscere del popolo. Tra 
quella plebe oppressa di schiavi e di iloti, che, siti- 
bonda d'ideale, erasi smarrita dietro le più grosso- 
lane e rozze pratiche del feticismo, che aveva ado- 
rato sulle sponde del Tevere le divinità cinocefale 
d' Egitto e con indicibile spavento assistito negli 
spechi oscuri ai misteri sanguinosi di Mitra, ser- 
peggia la parola buona del Cristo, e la preghiera 
nelle segrete conventicole delle Catacombe assume 
la forma alata dell' inno. Così, in quella Roma, dove 
la lirica pagana non aveva prodotto se non fredde 
imitazioni d'arte, e d' arte straniera, sboccia e fio- 



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risce una poesia nuova, che prende a prestito dalla 
plebe le sue forme, che, timida, incerta dapprima, vigo- 
reggia più libera e sicura, man mano che la Chiesa 
esce dall'ombra e nel nome di Cristo spazza via dai 
templi gli idoli immondi. Sorge così la lirica sacra, 
quella portentosa fioritura innologica, che in S. Ilario, 
in S. Damaso, in S. Ambrogio, in S. Paolino, in 
Prudenzio (per non rammentare adesso se non i 
sommi) conta i cultori più illustri; quella poesia, fre- 
mente di fede, di carità, di passione, che rappresenta 
al vivo le sofferenze de 9 martiri, l'aspirazione al do- 
lore, al tormento per l'amore: quella poesia, insomma, 
onde sono dati al mondo capolavori come l' inno 
d'ignoto, bizzarramente attribuito a S. Agostino, che 
è il grido più sublime che sia mai stato gettato da 
un martire in faccia al suo carnefice: 



Quid, tyranne, quid minaris? 

quid usquam poenarum est? 

quicquid tandem machinaris 

hoc amanti parum est. 
Dulce mini cruciali; 

parva vis doloris est; 

malo morì quam foedarì; 

maior vis amorìs est. 
Para rogos, quamvis trucca, 

et quicquid tormenti est; 

adde ferros, adde cruces, 

nihil adhuc amanti est. 
Dulce mihi cruciali, etc. 
Nimis blandus dolor ille! 

una mors quam brevis est! 

cruciatus amo mille, 

omnia poena le vis estl 




Duke mihi sauciari; 
parva vis doloris est; 
malo mori quam foedari; 
maior vis amoris est. 

Ma la società antica intanto declina sempre più 
al suo inevitabile fine, e con la decrepitezza delle 
istituzioni s' accoppia l' impoverirsi della scienza e 
quella ancora della lingua, che, non più sorretta dalle 
norme rigorose de 9 buoni scrittori, si avvia rapidis- 
sima alla fatale trasformazione, già iniziata parecchi 
secoli innanzi e per lunga stagione arrestata dall'imita- 
zione greca. Allora la lirica diviene più popolare, più 
umile; e mettendosi arditamente per la via dell'av- 
venire, fa getto de 9 metri classici, abbandona gli al- 
caici ed i saffici tersi , per non ubbidire più ad altre 
regole che non siano quelle rispettate dal volgo, le 
quali riesciranno fondamento insieme della nuova rit- 
mica romanza : il sillabismo, l' accento, la rima. Eccoci 
così ad un nuovo periodo della lirica religiosa, in cui 
se il contenuto non svaria dall'antico, ben se ne dis- 
giunge la forma; cosi nasce la poesia ritmica, che 
si prolungherà per tutta l'età di mezzo e che da una 
parte, serbando fede al linguaggio latino, produrrà 
que' canti, che suonano oggi ancora nelle cerimonie 
del culto, trionfali come il Pange lingua, traboccanti 
d'affetto, come lo Stabat mater, paurosi per oscure, 
profetiche minacce di terrori novissimi, come il Dies 
ira; dall'altra, quando la separazione tra la lingua 
latina ed i novelli idiomi sarà avvenuta e fatta irre- 
parabile! sicché le preci ed il linguaggio della Chiesa 



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torneranno inintelligibili alla plebe, darà vita, per que- 
sta, ad una nuova innologia, che, francese, italiana, 
spagnuola rispetto alla forma, per la sostanza rimarrà 
unica ancora, perchè essenzialmente cristiana. 

Tutta spontanea dunque né in alcuna guisa le- 
gata alla tradizione classica è la produzione lirica 
religiosa delle letterature neolatine. E quello che 
della religiosa noi dobbiam pur dire della guerre- 
sca. Nell'antichità prjgio ufficio della lirica era stato 
quello d'accompagnare gli eserciti che s'avviavano 
alla battaglia; e l'inno marziale, spirante furore e 
fortezza, aveva incorato i guerrieri, col ricordo delle 
eroiche gesta, a rinnovare le prodezze antiche e nel 
tumulto della vittoria coperto le acclamazioni de* trion- 
fanti, i gemiti de 9 caduti. Della poesia guerresca di 
Grecia scarsi ci giunsero i frammenti; ma sebben 
pochi, essi, data la rara loro bellezza, bastano a 
farci comprendere quale efficacia avessero sortita, di 
che virtù fossero stati in possesso. La letteratura 
romana non offre invece alcun vestigio di lirica guer- 
resca. Dovremo noi dedurre che questa non abbia 
esistito in Roma? Sarebbe una conclusione ben af- 
frettata ed imprudente. I legionari romani ebbero 
certamente i loro canti; questi, per ingannare le lente 
ore della guardia, quelli per celebrar le vittorie; gli 
jmi per esaltare le virtù dei duci, gli altri, al con- 
trario, per deriderne i vizi e le debolezze; e noi sap- 
piamo da Svetonio, a tacere d'altri esempi, come 
canti ben poco grati all'orecchio del vincitore, ac- 
compagnassero Cesare che saliva, vinte le Gallie, 



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— 97 — 

a laurearsi in Campidoglio. Ma queste canzoni sol- 
datesche che raggiungevano, com'è credibile, una 
larghissima diffusione, dovettero esser semplici e 
rozze, come rozzi e semplici eran coloro che le com- 
ponevano e le tramandavano; disdegnate quindi dai 
cultori d'un'arte raffinata e sapiente, esse caddero a 
poco a poco in dimenticanza e scomparvero. Né è 
vietato supporre che contribuisse assai a farle decli- 
nare e sparire, l'abbandono in cui gli istituti militari 
e le soldatesche occupazioni caddero, quando le po- 
polazioni latine, negli ultimi tempi dell'impero, invece 
di raggrupparsi intorno alle aquile delle legioni, come 
avean fatto i discendenti de' guerrieri eroici del Lazio, 
conquistatori del mondo, cessero il luogo loro a turbe 
di barbari e di schiavi, chiamati alla difesa di fron- 
tiere da ogni parte minacciate. 

Ma così i barbari, che per lunga pezza sosten- 
nero il barcollante edificio, come coloro che poscia 
lo atterrarono, erano scesi dalle selve native, recando 
seco i loro canti che narravano di battaglie e di vit- 
torie, que' * leudi „, che i chiomati Borgognoni ed 
i Franchi invitti e gli Svevi bollenti solevano essi 
stessi cantare accompagnandosi sull'arpa, con gran 
fastidio de' ben costrutti orecchi dei dotti galloro- 
mani. E quindi la lirica guerresca, forse dimenticata 
dalle popolazioni latine nelle età d'ignava decadenza, 
tornò a zampillare più gagliarda, dopoché si sovrap- 
pose all'elemento indigeno il germanico; ed infatti 
non meno marziale della classica poesia è la medie- 
vale, ed il serventese di Bertran de Born non ha 



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nulla da invidiare per la maschia energia del pen- 
siero, la semplicità eroicamente nitida della lingua 
all'elegia di Tirteo o di Callino. 

Nuova dunque è la lirica religiosa; nuova la guer- 
resca. Ed al pari d'entrambe queste, òe\ tutto rinno- 
vata balza fuori la lirica d'amore, nella quale anzi 
la differenza che separa il pensiero antico dal mo- 
derno sembra estrinsecarsi in forma anche più spic- 
cata e più viva. Sia che se ne ricerchi l'espressione 
nei troppo scarsi avanzi de' lirici greci, sia che lo si 
indaghi ne' canti sopra quelli ricalcati de' latini, l'amore, 
quale si manifesta nella poesia antica, non è che pas- 
sone materiale, aspirazione ardente alla voluttà, al- 
l'ebbrezza de' sensi e dell' animo. Il poeta, sia che si 
chiami Anacreonte o Mimnermo, sia che risponda al 
nome d'Orazio, di Catullo, di Properzio, d'Ovidio, non 
richiede in colei ch'egli esalta se non la bellezza del 
corpo, il fascino della gioventù e della grazia, non 
le domanda che sorrisi, non vuole che baci. Sia quale 
si voglia di cuore e d' intelletto ; volubile, capricciosa 
ed infida al par del mare: Uvior cortice et improbo 
Iracundior Hadria (Horat., Od., Ili, IX, 21-23), dis- 
amorata, cupidamente venale, non importa; la sua 
bellezza fa tutto dimenticare al poeta, in cui lo sprezzo 
incita, non doma mai il desiderio. Così, tutte le donne 
idoleggiate dalla fantasia de' poeti latini, divenute 
celebri per le strofe immortali dove il loro nome ri- 
suona : le Lesbie, le Corinne, le Clori, le Lalagi, le Li- 
die, non sono che volgari etere attorno al capo bruno 
o biondo delle quali la passion del poeta ha cinto 



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— 29 — 

un'aureola immeritata. E l'amore stesso non è mai 
concepito se non come il coronamento d'una vita tutta 
esteriore, tutta prodigata nell'appagamento de' sensi, 
vita che si deve far trascorrere più serena e più lieta 
che sia possibile, perchè domani siamo ombra, do- 
mani siam polvere: 

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, 
Rumoresque semini severiorum 
Omnes unius aestimemus assis. 
Soles occìdere et redire possunt: 
Nobis, cum semel occidit brevis lux, 
Nox est perpetua una dormienda. 
Da mi basia mille .... 

Questo è il grido di Catullo, grido che si ripete in 
tutta la lirica latina, misto alle melodie delle tibie 
nell'ora dell'orgia. Né quasi mai avviene di rinvenirvi 
la dipintura d'un affetto casto e sereno; chè perfino 
le nozze offrono argomento a poemi, dove la squisita 
eleganza della forma ricopre a fatica la scurrilità im- 
monda del fescennino. 

Era questa la poesia del popolo? No, di certo, 
noi possiamo rispondere; o, per lo meno, non tutta 
così. Né Orazio nè Catullo ci rappresentano per 
fermo il sentimento popolare: la canzone d'amore 
delle plebi dovett'essere, anche ne' bei tempi di Roma, 
più ingenua, più festosa, e a tacer delle libere can- 
tilene, prorompenti nel clamor gaio delle celebrità 
nuziali, più riserbato, più ideale. Quando le feste di 
maggio raccoglievano fanciulli e donzelle ne' vesperi 
queti, i canti, di cui il Pervigilium Veneris ci pre- 



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— 30 — 

senta un'imitazione artistica, ebbero ad essere più 
ilari insieme e più innocenti. E se in essi qualche li- 
cenza s' introduceva, essa certo aveva carattere meno 
torbido ed impuro che non la calcolata lascivia delle 
strofe de 9 poeti d'arte. Ad ogni modo, la dissoluzione 
del mondo antico portò con sè la sparizione di tutta 
la letteratura erotica di Roma, che rappresentava le 
consuetudini ed i sentimenti d'una società non più 
raffinata, ma addirittura corrotta, imputridita. 

La morale cristiana venne a bandire una rigidità 
nuova di costumi ed esecrando la facile impurità degli 
antichi, volle dare alla donna nuova dignità morale; 
di schiava la fece compagna dell'uomo. Dinanzi a 
queste profonde modificazioni di sentimenti la lirica 
antica non ebbe più vita che per pochi studiosi, que' 
monaci, que' grammatici, che nell'ambito angusto del 
chiostro conservarono gelosamente le reliquie della 
scienza antica e si trasmisero di mano in mano, come 
i lampadofori di Lucrezio, la facella, che, fatti i tempi 
maturi, doveva poi fecondar nel Risorgimento sì mi- 
rabile fiamma. Per essi soli i vecchi poeti serbano 
ancora del fascino, per essi soli i fantasimi delle an- 
tiche beltà riacquistano un pallido sorrìso. Ed a me 
par di vederlo uno di questi dotti, per esempio colui 
che in pieno secolo decimo scrisse quello strano com- 
ponimento, che comincia O adtnirabile Veneris idolutn, 
il quale nella semi oscurità della sua cella silenziosa, 
mentre sul leggìo gli posan dinanzi le odi d'Orazio, 
sta mettendo faticosamente insieme de' versi, dove 
egli raccomanda la persona amata a Nettuno ed a 



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— 3 i — 



Teti, perchè ne proteggano il viaggio e le augura 
benevole le Parche medesime: 

O admirabile Venerìs idolum, 
Cui us materiae nichil est frivolum: 
Archos te protegat, qui stellas et polum 
Fecit et maria condidit et solum. 
Furia ingenio non sentas dolum: 
Qoto te diligati quae baiulat colum. 

Saluto puerum non per ypothesim, 
Sed firmo pectore deprecor Lachesim, 
Sororem Atropos, ne curet heresim. 
Neptunum comitem habeas et Thetim, 
Cuna vectus fuerìs per fluvium Athesim. 
Quo fugis amabo, cum te dilexerìm? 
Miser quid faciam, cum te non viderim? 

Dura materies ex matris ossibus 



Creavit hominem iactis lapidibus. 
Ex quibus unus est iste puerulus, 
Qui lacrimabiles non curat gemitus. 
Cum tristis fuero, gaudebit emulus: 
Ut cerva rugio, cum fugit hinnulus. 



E intanto dall'angusta finestrella della tetra stanza 
giunge a ferirgli F orecchio un ritornello cantato in 
coro da uno sciame di fanciulle. È il calendimaggio 
e le donzelle, adorne il crine ed il petto di be' fiori, 
danzano festose e giulive intorno alla loro regina: 

A l'entrada del tems dar, eya, 
per joja recomencar, eya, 
e per jelos irritar, eya, 
voi la regina mostrar 
qu'el'es si amoroza. 



A lavi' a la via, jelos, 
laissaz nos, laissaz nos 
ballar entre nos, entre nos. 




— 33 - 

ElFa fait per tot mandar, eya, 
non sia juaqu'a la mar, eya, 
piucela ni bachalar, eya, 
qui tuit non vengan danzar, eya, 
en la dansa jojoza. 

A lavi' a la via, etc. 

Si turba il dotto e mormora contro la gaia schiera 
che viene ad interrompere le sue meditazioni. Ma il 
coro di voci femminili si ode risonare ognora più 
forte e più vicino e più trionfale; è la lirica nova 
che ha cacciato di seggio l'antica: il canto della vita 
reale, che sperde e spazza via le larve nebbiose 
d' un'arte discesa nel sepolcro ! Anche la poesia ha 
cacciato il geloso e vuole mostrare * qu'el' es sì 
u amorosa „. 

Giacché la canzone popolare, quale erasi udita in 
Italia, in Gallia, in Esperia nell' età romana, non po- 
teva, certamente sparire comperasi dileguata la poesia 
de 9 dotti. Pianta di serra l' una, nudrita con cure de- 
licate, al riparo dalle intemperie, sotto il soffio del- 
l' uragano essa sfiorì prontamente e si spense; l'altra 
invece, simile alla ginestra vesuviana, s'abbarbicò più 
forte tra i massi, si curvò docile dinanzi alla procella 
e sopravvisse. Essa si accompagnava difetti infalli- 
bilmente al canto ed alla danza; e come pur nell'or- 
rore più fitto de' secoli barbarici si continuò a vivere 
e ad amare, si continuò pure a cantare. Spiacquero, 
senza dubbio, assai volte que' canti alla Chiesa per 
l' indole loro profana e spesso troppo licenziosa, e 
cercò di sopprimerli e d'allontanarli almeno dai suoi 



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-33 — 

santuari. Ma benché colpita frequentemente dai ful- 
mini della Chiesa; la canzone visse e si propagò sotto 
le sembianze sue primitive. E così fu, finché spuntò il 
giorno in cui dalle bocche del volgo la raccolsero i 
poeti novelli, che trasformarono, a guisa d'abili giar- 
dinieri, in un fiore dalle corolle variopinte, dalle foglie 
lucenti, dallo squisito profumo, il calice modesto che 
esalava la sua semplice fragranza tra l'erba, dov'era 
spuntato inavvertito. 

Il paese, in cui prima che altrove si iniziò ed ef- 
fettuossi poi in maniera del tutto definitiva questa 
trasformazione della lirica popolare, fu la Provenza. 
Nel mezzogiorno della Francia s'era difatti formata 
assai presto una società colta ed elegante, nella quale 
le donne occupavano luogo eminente, una società 
che dava importanza singolare a quel complesso di 
regole cerimoniose e di abitudini raffinate, che si 
comprendevano allora sotto il nome di u cortesia n . 
Nella u cortesia „ si dette parte assai considerevole 
all'amore, del quale la natura venne elevata, attri- 
buendole una virtù nobilitante e sottoponendo gli 
impulsi della passione a precetti determinati e sottili. 
Principale organo di questa società fu la lirica, la 
quale ebbe quindi nome di * cortese „ o a cortigiana nì 
e tanto nella sostanza quanto nella forma si andò 
rapidamente allontanando dalla poesia popolare on- 
d'era escita. I trovadori, i quali avevano per profes- 
sione l'andar vagando, contribuirono a diffondere 
rapidamente questa nuova produzione, che corrispon- 
deva troppo bene agli ideali ed ai gusti del tempo, 

3 



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— 34 



perchè non rinvenisse dapertutto il più pieno e largo 
consenso. Così, in meno di un secolo, la poesia di 
Provenza ispira e modifica quella di Francia, di 
Spagna, d'Italia. Noi cercheremo, dopo aver con la 
opportuna diligenza esaminata questa produzione poe- 
tica sul suolo stesso che le fu culla, di seguirne le 
peregrinazioni attraverso le altre letterature neola- 
tine; di metter in chiaro se essa abbia contribuito a 
far schiudere in esse germi novelli o ne abbia invece 
soffocato col suo prepotente influsso la spontaneità 
primitiva. Nè fa d'uopo insistere nelTawertire T uti- 
lità che queste indagini presentano, quando si consi- 
deri, per toccare soltanto della nostra letteratura, 
che è assolutamente impossibile apprezzare al suo 
giusto valore l'arte, non dirò di Jacopo da Lentino 
o del Guinizelli, ma quella altresì dell'Alighieri e 
del Petrarca, chi ignori i caratteri e le influenze 
della lirica di Provenza. Quand' infatti Ugo Foscolo 
ne' Sepolcri con immagine geniale si piaceva rappre- 
sentarci il Petrarca come 

quel dolce di Calliope labro, 
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma 
d'un velo candidissimo adornando, 
rendea nel grembo a Venere celeste; 

egli, pur facendo giustizia al grande nostro t>oeta, 
era ingiusto verso i suoi predecessori. Il velo can- 
didissimo del quale messer Francesco ravviluppò 
Amore, per continuare la metafora, egli lo rinvenne 
tra i fiori e l'erbe, sul verde smalto di que' colli di 

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— 35 — 

Provenza, dove gli era apparsa, raggiante di vere- 
conda bellezza, la fanciulla avignonese; ivi l'avevano 
tessuto ed arricchito di preziosi ricami i trovadori 
vetusti e se n'eran adornate mille evanescenti figure 
di donne che aveano comuni la patria, la favella. 
E prima di posare su 9 capei d'oro all'aura sparsi della 
bellissima provenzale, esso era sceso a velare, sotto 
la corona d'olivo, il fulgor mite degli occhi santi di 
Beatrice. 



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VITA E POESIA DI CORTE NEL DUGENTO 



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erso que' giorni stessi ne 9 quali Dante Alighieri, 



V giovine, bello, innamorato, l'animo ed il cuore ri- 
colmi d'aspirazioni sconfinate, di rigogliose speranze, 
liberando dalla fantasia commossa uno de 9 suoi più 
squisiti sonetti, vagheggiava d'essere preso e messo 
per * incantamento „ lui, Guido, Lapo, le donne loro, 
sopra la tolda d' un fatato * vasello „ che * ad ogni 
vento per mare andasse „ ove brama novella li spin- 
gesse, sicché negli avventurati navigatori, immemori 
d'ogni altra cosa che l'amor loro non fosse, 



verso que' giorni, dico, un altro poeta, cresciuto nella 
dilettosa Toscana, e forse, chi'l sa?, dentro la cer- 
chia stessa di quella Firenze che aveva nudrito l'ama- 
tor fervoroso di Beatrice Portinari, piegava ei pure la 
strofa della frottola capricciosa e fantastica a colorire 
certo suo ideale d'una vita oltre l'usato gioconda e fe- 
lice. Ma costui non s'appaga, come fa Dante, d'abboz- 
zare con tinte vaporose, sfumate, tenuissime il delizioso 
miraggio intra vveduto nell'estasi d'una notte prima- 



vivendo sempre in un talento, 
di stare insieme crescesse il disio; 



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verile : il viaggio interminato, senza meta, attraverso 
le glauche pianure marine; ei sogna ad occhi aperti 
invece, il brav'uomo, e delle visioni sue sa ritracciare 
con mano ferma e precisa i contorni. Nè innalza i 
suoi voti ad un ipotetico * incantatore nì ma si ri- 
volge addirittura a colui che può fare possibile l'im- 
possibile, tradurre in realtà ciò che dalla realtà più 
si discosta, al re dell'universo, in una parola. Con 
Domeneddio (sia detto di passaggio) cotesti vecchi 
rimatori nostri si prendevano spesso di ben strane 
confidenze. Avvezzi ad udir ripetere a tutt'ore che 
egli è padre d'infinita misericordia, essi finirono per 
credere che in lui all' affetto s' accoppiasse quel- 
l'indulgenza, onde a volte più largheggiano i geni- 
tori quanto più si sbrigliano i figliuoli. Ecco dunque, 
al pari del beffardo e spensierato monaco di Mon- 
taudon, anche il giullare toscano * a parlamento „ 
colla divinità: • 

— Io vorre', Iddio Padre, per tuo amore 

che tu mi faccia una gran cortesia. 

— Vuogli esser papa, o re, o 'nperadore? 

Dimmelo, amico, i' tei farò vie via. 

— Non vo' esser papa, re, nè 'nperadore, 

anzi vogli* esser vie maggior signore 
per poter far più alta signorìa. 

— Chiedi che vuoi, e abbi franco cuore, 

ch'i' te lo farò tutto in fede mia.... 

* Abbi franco cuore w ! Incoraggiato da così benigna 
promessa (ma aveva egli uopo d'incoraggiamento?), 
il poeta imprende a disvelare intiero il pensier suo. 
Ed innanzi tutto (veh, lo scaltrito) egli implora " il 



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— 41 — 



gentile amore „, * ch'è più sovrano nì del * padre on- 
nipotente „; quindi, u a mano a mano 9t quello della 
donna sua, qual egli ama * coralmente „ : 

per cui languisce e more cheto e piano.... 

Gettate così le basi della sua felicità avvenire, dà la 
stura alle richieste. Non crediate troppo alle sue sman- 
cerie di testé ; ei non è punto partigiano di romantiche 
rinunzie ; un cuore ed una capanna non fanno per lui. 
Col cuore ei vuole parecchie altre cose ; quante anzi 
e quali! C'è da sbigottire per quel povero Padre 
eterno, il quale (e se ne duole) ha commesso l' impru- 
denza di fargli un'incondizionata promessa: 

Ancor vorre'io anco 

(per tal che tu non creda ch'io sia stanco) 

entro nel mezzo del più alto mare 

trovare una montagna, 

la qual girasse, sanza aver magagna, 

secento leghe o più, 

e dalla cima in su 

alta, che soprastesse tutto '1 mondo. 
£ fusse tutta soda giù nel fondo, 

che, se '1 mondo cadesse, 

quella non si movesse, 

ma sempre istesse ferma nel suo luogo. 
£ vorrei che lucesse come il fuogo 

tutta d'intorno intorno, 

sì che la notte e '1 giorno 

da tutte parti veder si potesse. 

Ancor vorrei ch'avesse 

sulla montagna un piano 

netto, pulito e sano, 

il qual girasse cinquanta giornate 

bene e dirittamente misurate.... 




_ 4« _ 



Poi vorre' avere un palagio, sodo 
e grande e bene agiato, 
posto ed edificato 

entro nel mezzo di questo bel piano, 
segnato per la bocca e per la mano 
di te, verace Iddio.... 
£ vóti divisare a compimento 9 
come uomo che ben diviserò, 
le grandi cose vo' e di gran festa. 

Cose grandi davvero! Fra un giardino olezzante 
ed una ombrosa foresta, deve sorgere l'edificio ful- 
gente, sorretto da cento e cento colonne di pietra 
intagliata, tanto pregiate che l' oro a petto ad esse 
sia da giudicare vilissimo: 

Questo palagio di cotanto onore 
i' vo' che sie tutto di rubini 
e diamanti con balasci fini 
e di carbonchi con chiaro isprendore 
e di molt'altre priete di valore.... 

Nel palagio v'abbia la stanza per la donna del 
poeta, una u camera piacente „, così gentile ed adorna 
e gioiosa, 



e vi si rinvengano due sedie per gli amanti, con 
a ismaltate a 'mille a mille „ le gemme preziose, 
tanto 

che ciascheduna vaglia più che Francia. 
Una dimora cosi vasta, così sontuosa per due 



ch'ella giammai non senta che sia noia; 




— 43 — 

sole persone? Ohibò! Essa vorrà essere avvivata da 
stuoli leggiadri di cavalieri e di donzelle: 

Uomini e donne più savi ch'Orazio 
con griUande d'amor facendo ballo: 
e d'allegrezza niuno non sia sazio. 

Poi.... poi tutta la baronia di Francia e di Bret- 
tagna la maggiore, quanti furono famosi eroi, rivi- 
vano tutti a far degna corona al poeta, alla bella: 

E, se mai fu niuna prode lancia 

fa' a me venir davanti 

que' cavalieri erranti 

che solien far le gran cavallerìe, 

per veder ognindie 

le battaglie e le mostre, 

le ismisurate giostre 

che far soliensi pe' tempi passati. 
£ sien tutti vivi e rinforzati 

con forza tre cotanto 

che 'n romanzo nè vanto 

quando e 4 ferono d'arme in alcun lato. 

Lo credete voi forse stracco oramai il bravo di- 
citore di più dimandare? V'ingannereste a partito. Ei 
chiede ancora, oh, piccolezze!, dodici ville tutte d'in- 
torno a questo suo palagio, distanti una giornata da 
esso ed altrettanto l'una dall'altra, fornita ognuna 
del nome e della proprietà d'un de' dodici mesi. Ed 
accanto all'ingresso del maniero scorra una riviera 
di siffatta virtù, che chiunque si bagni in essa, 

non possa mai avere impedimento 

ma sempre viva, e sanza aver vecchiezza.... 




Alle falde del monte poi s'allarghino de 9 porti ca- 
paci, donde spiccarsi possano a loro viaggio (o il so- 
gno di Fausto invecchiato!) * galee, navi e legni „ ; 
e giù alla marina vigilino alla sicurezza del paese 
* uccegli grifoni „, poderosi cosi che rechino a volo 
per l'aria mille armati giganti: 

E poi vorrei, o signor mio cortese, 
acque correnti, laghi e grossi istagni, ' 
e vertudiosi bagni 
sopra della montagna dilettosa. 
Po 9 ti lascerò in posa. 

Finalmente ! Ma no, c'è ancora un punto da re- 
golare. Il poeta sa che la discrezione non è la sola 
virtù di cui patisca difetto. Qualchedun'altra pure gli 
manca, ed è, non troppo vantaggiosamente, sostituita 
da questo o quel vizietto. Inezie! Ad ogni modo è 
bene avere la coscienza pulita. Così a per quittanza „, 
egli sollecita un perdono generale di tutti i peccati 
che ha commessi, in azioni o in detti, grossi o pic- 
cini. E con quest'ultima supplica, che fa onore alla 
sua prudenza, smette di chiedere. N'era tempo. Il 
padre sommo stava per perdere la pazienza.... e forse 
voi pure stavate lì lì per seguire sì cospicuo esem- 
pio, o cortesi lettori. 

• • 

Vecchio ideale cotesto, che P arguto canterino 
toscano s'è piaciuto esplicare con certa balda ori- 
ginalità e novità d'atteggiamenti nella frottola gaia, 



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— 45 — 

nella frottola destinata a far spuntare sul labbro 
degli ascoltatori un riso che finiva forse, inconscia- 
mente, in un sospiro di desiderio. Vecchio ideale, 
che il medio evo accarezzò appassionatamente, come 
l'antichità avevalo per l' innanzi accarezzato! Giac- 
ché l'aspirazione ad un mondo più felice di questo, 
dove l'esistenza trascorra calma e gioconda, dove 
i dolori, le pene, i travagli, che qui ci avvelenano i 
giorni, permangano ignoti, ed all'esultanza perenne 
degli abitatori risponda l'immortale benignità della 
natura; dove una primavera eterna trapunti il suolo 
di fiori e l'autunno maturi ed indori ad un tempo su 
pe' tralci e pe' rami i grappoli bruni e le poma rubi- 
conde; è stato sogno vagheggiato senza posa dal- 
l'umanità in tutti gli stadi del suo terrestre viaggio. 
Sempre identico nella sostanza, esso assunse però 
forme varie secondo i tempi, i luoghi, il mezzo in 
cui si svolse: per gli asceti così il paese introvabile 
fu l'Eden, il paradiso, donde l'antico fallo aveva per 
tutta l'eternità esclusi i figliuoli d'Adamo, l'isola per- 
duta laggiù tra le oscure acque dell'oceano, dove 
Alessandro il Grande vanamente aveva tentato di 
penetrare, mentre a pii monaci, ardenti di fede, n'era 
concessa la dimora. Pel volgo invece fu la terra di 
Cuccagna, gigantesca cucina all'aria aperta, dai mille 
bollenti e gorgoglianti paiuoli, dispensa enorme, ri- 
boccante d'ogni ben di Dio, in cui montagne di mac- 
cheroni conditi s'ergono fumanti sulle rive di laghi 
d'unto, ed i castelli di formaggio grattato, colle scale 
fatte di polli lessi, le tempiature di ventresche ed i 



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-46- 

merli di fegatelli, capitolano senza far resistenza di- 
nanzi agli stuoli di ghiottoni che attraversano i fos- 
sati di grasso strutto per precipitarvisi.... 

Tanta è la grascia i' non potrei contare. 

Ma nella veste, onde volle ricovrirla anche una 
volta l'anonimo canterino toscano, e s'erano prima 
di lui indugiati a raffigurarla non chè Dante e Lapo 
Gianni, più poeti d'oltralpe e d'oltremare, vuoi nel 
distico sonoro e pomposo mutuato da Ovidio, vuoi 
nel settenario saltellante ed arguto del favolello nor- 
manno, T ammaliatrice visione d'un fortunato paese, 
in cui le più raffinate soddisfazioni del senso s'avvi- 
cendano o si confondono coi godimenti meglio sot- 
tili e squisiti della mente e del cuore, estrìnseca in 
maniera della quale difficilmente altra potrebbesi rin- 
venire più efficace e compiuta, gli ideali, onde andò 
lieta, fin che durò l'età medievale, in Italia, come in 
Francia, in Provenza, in Inghilterra, in Allemagna, 
quella società feudale, a cui fu e rimane supremo 
titolo di gloria aver introdotto nel mondo due gran- 
dissimi fattori di civiltà, di progresso, di cultura, la 
cavalleria e la cortesia. 

* • 

Cavallerìa, cortesia.... magiche parole che fanno 
vibrare ancora, ove si pronunzino, nell'intime latebre 
dell'esser nostro non sappiam bene quali corde, al 
cui mite tintinnire sorgono e danzano dinanzi alla 



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— 47 ~ 

fantasia dolcemente commossa, ombre evanescenti e 
soavi, le donne antiche e i cavalieri, le generazioni 
scomparse, che tenner credenze, aspirazioni, costu- 
manze tanto diverse dalle nostre, che vissero in 
tempi tanto più infelici di questi, ma tentarono ed 
in parte riuscirono a conquistare quel che in oggi 
a noi manca il modo e la potenza d'ottenere; sep- 
pero, mercè la poesia, il sogno, com'essa è stata tanto 
ben definita, d' una vita più conforme all'anima, rag- 
giungere la felicità sotto la duplice sua forma: la su- 
periorità individuale, il possesso assoluto d'un essere 
amato I Non credo rimanga oramai ignoto ad alcuno 
da qual parte spirasse primamente quel vigoroso 
soffio che per entro alla compagine ferrea d'una so- 
cietà ancora barbara a mezzo recò il germe feconda- 
tore dell'avvenire. La caduta della monarchia franca, 
spezzando in cento frantumi il retaggio di Carlo Ma- 
gno, aveva consecrato definitivamente l'avvento di 
quel Feudalesimo, di cui tanto è stato scrìtto sino ad 
ora, che sarebbe puerile il volerne qui tenere discorso. 
Dal Feudalesimo nacque la Cavalleria, così come dal 
cespo informe, orrido di spine, spiegar suole improv- 
visa la pompa de' suoi cento calici profumati l'eso- 
tico fiore dell'agave. Generata da quello spirito d'in- 
dividuale iniziativa che distingueva i popoli di razza 
germanica! fondata sulle loro nazionali tradizioni, la 
Cavalleria fu un'istituzione sociale e militare, cui la 
Chiesa, improntandola del suo suggello, diè forma 
ed apparenza di vera iniziazione. Il giovine di nobile 
sangue, il donzello che moveva i primi passi sul sen- 



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-4*- 

tier della vita, dovette d'allora in poi per aver nome 
e dignità di cavaliere, sottostare a solenni cerimonie; 
giurò, biancovestito, in mezzo al succedersi di sim- 
bolici riti, nella mistica penombra del santuario, di 
consacrar la sua spada, il suo sangue al trionfo della 
fede, della giustizia, alla difesa del re, della patria, 
alla tutela del debole, dell'oppresso. Siffatta mesco- 
lanza di sentimenti eroici e pii non poteva a meno 
di trasformare profondamente, raggentilendoli, i co- 
stumi rozzi e severi delle generazioni medievali Le 
doti personali, le virtù sociali più elette, la fedeltà, 
la liberalità, la fortezza, il coraggio, la dolcezza, la 
modestia, la leggiadrìa del costume e del tratto, s'eb- 
bero quind 9 innanzi in altissimo pregio, s'onorarono 
a tal segno da far concepire quasi unico tipo di per- 
fezione, la cortesia, forma nuova d'eroismo temperato 
di delicatezza e di galanteria. Nulla di più naturale che 
tanta trasformazione d'ideali recasse seco un sostan- 
ziale mutamento nell'esistenza quotidiana, £elle abitu- 
dini, negli usi. Prima i signori feudali traevano i giorni 
racchiusi ne' turriti manieri; appollaiati sulle vette, 
non scendevano alla pianura, se non come piombano 
dall'alto gli uccelli di preda, per rubare e combattere. 
A cotest' isolamento selvaggio subentra grado a grado 
un sempre maggior bisogno d'espansione. Le castella, 
invece di rimanere per lunghi e lunghi mesi immerse 
in un arcigno silenzio, rotto soltanto dallo squillar 
delle trombe, dall'abbaiare de' cani, dal grido mono- 
tono della " gaita „, che dalla maggior torre segnala 
altrui l'ora del dì e della notte, abbassano i ponti, 



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spalancano le porte, si schiudono ospitalmente festose 
alle corti bandite della Pentecoste, alla celebrazione 
gioconda del renouveau, alle carole di Maggio. Le 
atroci guer/e tra vicini e vicini rimettono alquanto 
della ferità primitiva; esercizi bellicosi sempre, ma 
meno cruenti e letali, le giostre, i tornei, porgono 
opportuno sfogo a quell'ardor battagliero, onde son 
pur sempre animati i migliori, e fanno assaporare a 
costoro un godimento nuovo e prezioso, il plauso 
della bellezza, Papprovazione della dama. L'amore in- 
fatti di codesta nuova vita cavalleresca e cortese, fu, 
:hi l'ignora? un elemento essenziale. Ravviluppato 
anch' esso da mistici veli , si trasforma, almeno in 
apparenza, a sua volta; la donna diviene oggetto 
d' un' adorazione appassionata e fervente , che ha 
qualcosa del culto, dell'idolatria quasi, e per fonda- 
mento il rispetto. Fenomeno nuovo nella storia del- 
l' umanità, in cui fin allora, o donne gentili, voi ave- 
vate rappresentata sì gran parte (e quando mai andò 
diversamente?) ma parte men bella per fermo e 
men degna di quella a cui potevate e dovevate aspi- 
rare, a quella che ora, mercè la Cavalleria, rappre- 
sentate. 

Insieme alla perfezione dell'esistenza morale si 
ricerca altresì il miglioramento della materiale. Le 
vie dell'Oriente si riaprono, i commerci e gli scambi 
si rianimano, arditi ed avventurosi mercatanti (tra 
loro primissimi gli Italiani) varcano monti e mari, 
giungono in India, penetrano fin nella Cina vietata, 
e da quelle misteriose regioni riportano in Occidente 

4 



— 5° — 

preziosissime merci, che rendono sempre più invisa ai 
popoli Europei l'antica rude semplicità, rinfocolano 
ne* cuori il desiderio dell' eleganza, il bisogno del 
lusso. I due sessi, riuniti nelle feste suntuose, ne' con- 
viti fastosi, succeduti alle barbariche orgie di guer- 
rieri, ond'erano escluse le donne, gareggiano tra loro 
in raffinatezza ; gli arnesi de' cavalieri si fregiano di 
dorature, di ceselli , gli elmi d' ornamenti gemmati, 
di ricchi piumaggi, le vesti poi sono fatte di tessuti 
orientali, di broccati, di ciclatoni, di sciamiti, foderati, 
guarniti di costosissime pellicce. La moda, una moda 
audace e fantasiosa, che confonde spesso l'eleganza 
col fasto e la novità colla stravaganza, riafferra lo 
scettro; tiranneggia imperiosa i cuori maschili ed 
i femminili, i femminili soprattutto. Ed al lusso de- 
gli abbigliamenti corrisponde quello delle dimore. 
Non più vaste sale, disadorne e vuote, dove panche 
rozzamente scolpite s'addossano alle pareti, da cui 
pendono, trofei paurosi di guerra e di caccia, lance, 
spiedi, cornuti teschi di cervo o minacciosi grugni 
d'orsi e di cinghiali. Ma sulle muraglie fiammeg- 
giano, ove il sole le percota, i cuoi riccamente im- 
pressi ad oro, venuti da Cordova, i bizzarri tap- 
peti recati fin dalla Persia, si distendono seriche le 
tappezzerie sulle quali l' industriosa mano della ca- 
stellana s'è indugiata a raffigurare storie d'armi e 
d' amori. E gli eroi dell' antichità vi si alternano ai 
cavalieri di Brettagna e di Francia, e Merlino sta 
accanto a Platone, Ginevra ad Elena, Paride a Lan- 
cillotto, Ettore a Tristano. 



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— 5i — 



* * 

Per una società cosiffatta, gaia, spensierata, festosa, 
avida di piaceri, leggermente corrotta, occorreva una 
poesia, una letteratura foggiata a sua immagine e 
somiglianza, che ne ritraesse gli ideali, ne blandisse 
i gusti, ne accarezzasse le debolezze ; fosse, insomma, 
fine, elegante, cortese, indulgente al pari di coloro 
cui doveva servire. E la poesia apparve al momento 
opportuno; s'esplicò, lussureggiante, nelle forme più 
svariate ; ma in due singolarmente lasciò monumento 
di sè imperituro, nella lirica, nel romanzo. 

Laggiù, nelle ridenti pianure della Francia meri- 
dionale, fecondate dalla Loira capricciosa e dal Ro- 
dano impetuoso, dove maggiore era la dolcezza del 
clima, la gentilezza del costume, più frequente il 
concorso di viaggiatori, mercatanti, pellegrini, e la 
vita scorreva più facile e festosa nelle città opulente, 
nei palagi baronali, sbocciò primamente la lirica. Come 
le viole a primavera spuntano fragranti ed innumera- 
bili ne' prati, si schiusero colà le rime trovadoriche; 
le corti principesche, sempre aperte con inaudita lar- 
ghezza a giullari ed a cantori, risonaron dunque 
de 9 primi canti d'amore che Paggràziato idioma del 
Poitou e del Limosino producesse ; e nello stuolo dei 
poeti si videro bentosto mescolati ai menestrelli er- 
rabondi non solo que' cavalieri, ricchi di gioventù, 
d'ardire, di nobiltà, ma poveri di terre e più corti 
ancora a denari, i quali vivevano della liberalità dei 



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loro signori, ma i baroni stessi, i prìncipi sovrani, 
come Guglielmo duca d'Aquitania ed Ebles visconte 
di Ventadorn. E fu una fiumana di versi, che travolse, 
come la riviera favolosa dell'Eden, gemme e perle 
nel suo placido flutto; vaghe canzoni e sirventesi leg- 
giadri, non meno dolci nel motto che nel suono, in cui 
l'ardore amoroso, spesse volte prepotente e brutale, 
si ricoprì di un candido ammanto, chè il cantore 
spasimò sempre, in versi!, senza speranza per la 
donna sua, troppo alta, troppo lontana da lui, perchè 
altro ei pptesse bramare se non d'adorarla e soffrire. 
Pur non è inutile ricordare come più d'una volta, se 
diamo retta ai a malparlieri 9Ì la statua siasi animata 
e, scendendo dall'altare, abbia rimeritato d'un bacio 
più divorante che fiamma il devoto suo trasumanato. 

Ma daccanto alla lirica cortigiana, sul suolo della 
Francia propriamente detta, suolo favorito dalle Muse, 
un'altra forma d'arte era nata, cui riserbavano i fati il 
vanto superbo di conquistare tutto il mondo, nel quale 
continuò e continua a regnare sovrana, pur in mezzo 
alla decadenza ed alla morte di quanti generi lette- 
rari l'avanzavano per antichità di origini, per splen- 
dore di vicende; voglio dire il romanzo. Le vecchie 
generazioni avevano rinvenuto un fonte d'amplissimo 
diletto ed insieme uno stimolo quanto mai potente a 
forti cose nell'epica nazionale, che narrava di Carlo 
Magno e de' prodi suoi ; ad uomini di ferro tornava 
sovr'ogni altra gradita quella poesia, tutta ferrea an- 
ch'essa, ove niun evento era descritto che marziale 
non fosse: titaniche battaglie combattute contro i 



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-53 — 

morì infedeli, per la religione, la patria, il sovrano. 
Ai paladini austeri che, sotto la vigile protezione 
della celeste corte, diffondevano colla spada l'Evan- 
gelo, verun tenero sentimento molceva i petti, difesi 
dalla broigne scintillante, ove non fosse l'affetto fra- 
terno verso il * pari n% il compagno d'armi con cui 
avevano stretto il patto che li legava per la vita, be- 
vendo nella medesima tazza, simbolica bevanda, e 
vino e sangue: sangue spicciato dalle vene d'en- 
trambi. Ma cotesta poesia eroica, schiettamente na- 
zionale, male si confaceva ai tempi nuovi. Altre nar- 
razioni occorrevano, più leggiadre, più liete, atte ad 
appagar la fantasia, a fornirle l'ordito su cui ella 
potesse trapungere i suoi capricciosi arabeschi. A 
ciò si porse quanto mai opportuna la materia di 
Brettagna. 

Tra le popolazioni di razza celtica, povere reli- 
quie di una grande nazione scomparsa, che, cacciate 
dalle sedi loro per opera degli Angli e de' Sassoni, 
s'erano rifugiate sulle melanconiche scogliere della 
Cornovaglia, tra le gole del paese di Galles, o, var- 
cato il mare, avevano cercato riparo ne' boschi del- 
l'Armorica vicina, duravano tuttavia tradizioni nazio- 
nali, mitologiche, storiche, poetiche d' un'indole tutta 
peculiare. I bardi, superstiti ancora, i novellatori 
ripetevano strane storie di peregrinazioni oceaniche, 
di misteriose lotte contro occulte, malefiche potenze, 
leggende d'incantesimi e di malìe; oscure, enimma- 
tiche, persino incoerenti a volte ed assurde, perchè 
il significato primitivo e riposto n' era caduto in 



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oblio; pur tali sempre da eccitar l'interesse, sti- 
molando la curiosità un po' infantile di chi le stava 
ad udire. Artù, il prode de 9 prodi, il re che aveva 
lottato fin all'estremo per difendere contro i nordici 
invasoli la terra nativa, e che, trasportato vivente 
in Avallon, nel reame delle fate, doveva tornarne a 
capitanare di nuovo i Brettoni nel dì della riscossa; 
Galvano, il cavaliere cortese per eccellenza; Tristano, 
l'eroe senza macchia, cacciatore impareggiabile, in- 
fallibile arciera, tanto eccellente nell'arte d' intessere 
un lai e disposarvi il suono, che niuno poteva reg- 
gergli al paragone: Perceval, il puro guerriero, cui 
era toccato in sorte di contemplar un giorno nelle sue 
corse vagabonde una lancia, una corona di spine, un 
vaso misterioso, il Graal, che aveva accolto il sangue 
di Cristo; Lancillotto, l'orfano nudrito dalla donna 
del Lago nelle profondità del suo liquido regno; 
Merlino, il figliuol senza padre, * di spirito profetico 
* dotato „ ed altri ed altri ancora, erano già da tempi 
remoti conosciuti in Francia, grazie ai cantori ed 
arpeggiatori brettoni, che de' casi loro alcuna parte 
narravano eseguendo sull'arpa de' pezzi di musica 
che troviam lodati per melanconica dolcezza. Ma sol 
quando la conquista de' Normanni ebbe ricollegata 
con vincoli anche troppo tenaci la storia d'Inghilterra 
con quella della nazione vicina, la materia di Bret- 
tagna venne trattata da poeti francesi. E tosto con 
straordinaria rapidità sorsero poemi, oggi pressoché 
tutti perduti, intenti a celebrar questo o quello degli 
eroi arturiani; e codesta produzione anglo-normanna 



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— 55 — 

servì subito appresso di base ad uno stuolo di tro- 
vieri francesi, a capo de' quali sta Cristiano di Troyes, 
per intessere altri romanzi in cui Artù e la sua corte 
fiorita divennero i rappresentanti dell'ideale cavalle- 
resco e cortese vagheggiato dall'alta società feudale 
contemporanea. E qui, per la prima volta, nell'arte 
francese s'esplicò la teoria della virtù nobilitante di un 
amore, che vien considerato d'altra parte come incom- 
patibile col matrimonio; si formò, si delineò una scienza 
ed un codice dell'amore; s'affermò la parte preponde- 
rante assegnata alla dama; quant' insomma aveva già, 
per influsso delle piccole corti del mezzogiorno della 
Francia, inspirato la lirica provenzale. 

Alla novella vita di pensiero e di poesia, come 
quella d'ogni altro paese d'Europa si volse bramosa 
la società feudale italiana, e già fin dal secolo dodi- 
cesimo noi scorgiamo le nostre corti trasformarsi ad 
imitazione delle transalpine, ed i signori acconciarsi 
alle consuetudini cavalleresche, dedicarsi alla gaia 
scienza de' trovadori con queir istesso ardore, onde 
davano segno i baroni di Provenza e di Francia. 
Giullari e trovadori rinvennero dunque a fin d'allora 
accoglienze liete nella penisola quanto nel paese 
nativo; le canzoni ed i sirventesi fiorirono sulle 
sponde del Po e dell'Adige colla spontaneità stessa 
con cui erano sbocciati sulle rive del Rodano e 
della Durenza. Noi pure vantammo i Guglielmi di 



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-5*- 

Poitiers, i Raimondi di Provenza, i principi munifici 
protettori dell'arte, le gentildonne che accoglievan 
benigne, al pari d' Eleonora d' Inghilterra, di Ma- 
ria di Sciampagna, gli omaggi rispettosi ed ar- 
denti di poeti guerrieri. I Malaspina della Lunigiana, 
i marchesi di Monferrato a Chivasso ed a Montevico, 
i marchesi d'Este a Ferrara, i conti di San Bonifacio 
a Verona, tutti, a tacer de 9 minori feudatari, si cir- 
condarono di trovatori che suntuosamente ospitarono, 
e spesso gareggiarono con loro nell'affidar al motto 
alato il sospiro d'amore o la schernitrice risata. Ed 
insieme alla lirica occitanica trasmigrarono al di qua 
dell'Alpi i romanzi francesi. Pensate: già sul finir' 
del secolo undicesimo noi scorgiamo personaggi, spet- 
tanti alla più elevata classe sociale, assumere i nomi 
dei più famosi eroi, delle più illustri eroine del ciclo 
arturiano; indizio questo non men curioso che aperto 
della diffusione cui le narrazioni celtiche erano già 
pervenute. Ai primissimi anni del secolo XII spetta 
poi un singolare monumento d'arte: la scultura di 
quella porta del duomo di Modena, dove a capo d'un 
drappello di cavalieri della Tavola Rotonda, scorgesi 
Artù mover all'assalto di non sappiamo quale for- 
tezza. Noi non possiamo certo seguir qui con molta 
precisione le vicende della materia di Brettagna nella 
penisola. Sol questo diremo: sparvero, travolte dal- 
l'onda del tempo, che tutto distrugge, le grandi fa- 
miglie saliche, onde dopo la conquista franca era co- 
stituita la feudalità italiana; e nel luogo loro sotten- 
trarono stirpi di sangue lombardo che la catastrofe 



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— 57 — 

di loro razza aveva fatte discendere più basso nella 
gerarchia feudale. E queste altresì, a poco a poco, 
vennero meno, fiaccate dall'aspra lotta contro i co- 
muni risorgenti a vita ed a dignità di popolo; e 
quindi, allorché nelle atroci contese intestine le mu- 
nicipali libertà vacillarono e perirono, uomini nuovi, 
avventurosi ed audaci, instaurarono sulle ruine del 
comune le tiranniche signorie. Or bene, in tanto ri- 
volgimento di casi, in tanta mutazione di vicende, la 
voga dei romanzi arturiani non scemò mai, anzi andò 
senza posa aumentando. Abbandonati i poemi, le 
dame ed i cavalieri riserbarono tutte le loro predi- 
lezioni per quegli enormi romanzi in prosa, dove le 
avventure, le imprese, gli amori di tutti gli eroi della 
Tavola Rotonda erano state riunite a formare un 
quadro solo: il Tristano, il Girone, il Lancillotto, il 
San Graal. Riserbati com'erano ad esclusivo orna- 
mento di principesche dimore, a cagione del loro al- 
tissimo costo, codesti libri restarono per tutto il se- 
colo XIII ed il XIV il codice della galanteria, del- 
l'amore, della cortesia; dal Tristano, dal Lancillotto 
soprattutto, in cui l'amor dell'eroe per Ginevra era 
presentato sotto colori tanto seducenti, dame e don- 
zelli traevano le norme per comportarsi ogni qual- 
volta colla realtà della vita si trovassero in troppo 
crudo contrasto le brame del loro cuore. Che i con- 
sigli dei romanzieri non riuscissero però sempre sa- 
lutari l'apprese ai propri danni, se prestiam fede a 
Dante, Francesca da Rimini. 



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Come a noi riesce agevole» sulla scorta di quel 
meraviglioso episodio, ond'è illuminata d'un raggio 
vividissimo di pietà la cupa chiostra infernale, rico- 
struire la scena che si svolse circa il 1280 in un 
de* suntuosi palagi, oggi rasi al suolo, in cui i pre- 
potenti signori di Rimini sfoggiavano tutta la pompa 
di lor grandezza recente! Ecco la stanza della figliuola 
di Guido il vecchio di Polenta, dove suole troppo 
spesso recarsi, colla familiarità che i legami di pa- 
rentela spiegano, ma non giustificano, Paolo di Ma- 
latesta da Verrucchio, non più circonfuso dal purpureo 
lume di giovinezza, come direbbe Virgilio, ma degno 
ancora di quel titolo di u bello „ ond'il popolo l'avea 
designato, nella vigoria della sua piena virilità. E nep- 
pur Francesca è proprio giovanissima; molt'anni sono 
trascorsi dal giorno in cui, timida e sbigottita^ vittima 
inconscia di maneggi diplomatici, venne sposa a Gian 
Ciotto. E la tristezza de* sogni irrevocabilmente scom- 
parsi le siede sul volto. Entrambi s'amano, e da 
tempo; ma il segreto funesto non salì mai dal cuore 
alle labbra; nè vi salirebbe mai, se non vi fosse di 
mezzo il Lancillotto. 

Il poderoso romanzo, monumentale in folio, dalle 
nitide membrane, dove tra i vaghi fregi delicatamente 
alluminati e le storie schizzate con gustoso brio s'al- 
lunga il testo in colonne a caratteri fitti; sta aperto 
sovra il leggio,, donde sol due braccia robuste po- 



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— 59 — 

trebberò rimoverlo. Al pari de'compagni suoi che allie- 
tavano le case de'Visconti, de'Gonzaga, degli Estensi, 
e che noi rivediam ancora, sparsi qua e là, nelle biblio- 
teche d'Europa, esso è legato con due forti assicelle 
che ricopre un velluto damascato. E Francesca vi s'ac- 
costa, riprendendo la lettura proprio dove si narra 
come Galeotto, prìncipe dell'Isole lontane, indotto dalle 
preci di Ginevra, si pieghi a condurle dinanzi il Cava- 
liere Nero. E l'autor francese descrive placido, diffuso, 
in quella sua prosa che s' abbellisce già di talune 
tra le più affascinanti qualità del moderno francese, 
parliure delitable, se altra mai, l'incontro nel verziere, 
laddove la regina s'è recata, scostandosi alcun poco 
dalle dame che l'accompagnano: tra esse la donna 
di Malehout, di cui Lancillotto ha disdegnato gli ar- 
dori. Legge Francesca come l'eroe si avvicini, pieghi 
i ginocchi dinanzi a colei che ama più della vita, 
sgomento cosi che la voce gli muor nelle fauci, donde 
non escono se non sospiri. E Ginevra lo assale con 
cento inchieste, gli domanda mille cose, insiste per 
aver notizie minute delle imprese da lui condotte a 
compimento, e finge, oh la scaltra 1 d'ignorare che fu- 
ron compiute per lei. Lancillotto sempre più si turba 
e confonde, e Ginevra gioisce della sua pena, indizio 
dell'altissimo fupco che l'accende. Ma Galeotto ha 
pietà dell'amico; egli, interprete de' segreti desideri 
d'entrambi, vuol che la dama consenta ad accettar 
come suo fedele il guerriero. Meglio ancora! ella dee 
porgergli un pegno della sua amistanza : — * Dama, 
concedetegli le prime arre. — Io son pronta. — 



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— 6o — 

Grazie! io intendo dunque che gli accordiate un ba- 
cio. — Un bacio! L'accorderei volontieri; ma il tempo, 
il luogo noi consentono. Quelle dame già si stupi- 
scono del nostro rimaner sì lungamente in disparte; 
esse s'avvedrebbero tosto d'ogni cosa. Pure se egli 
lo volesse, io mi piegherei a far anche questo. — E 
Lancillotto rimane così estasiato a tal parola che 
non trova la forza se non per balbettare: — Dama, 
gran mercè! — Quanto al desiderio suo (Galeotto 
riprende) voi non potete dubitare che non sia gran- 
dissimo. Noi ci alzeremo dunque, andremo un po' più 
lontano, e ci restringeremo insieme come per prendere 
accordo; quelle dame non vedranno nulla. — Perchè mi 
farò io pregare?, dice Ginevra. Bramo ciò più di lui „. 

* Allora s'allontanano un pochino tutt'e tre, fa- 
cendo le viste di trattar qualche affare di rilievo. E 
la regina, veggendo che il buon cavaliere non si de- 
cide a cominciare, lo prende per il mento, e lo bacia 
a lungo.... tanto a lungo che la donna di Malehout 
se n'avvide.... „. 

Quando leggemmo il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante, 
Questi, che mai da me non fia diviso, 

La bocca mi baciò tutto tremante: 
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: 
Quel giorno più non vi leggemmo avante. 

• * 

Dond'è venuta al poeta l'inspirazione geniale di 
connettere colla lettura del Lancillotto il " primo fallo 



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— 6i — 

a scrìtto „ di Francesca? È un di que' tratti sublime- 
mente spontanei, dai quali trasparisce tutta la possa 
dell'alta fantasia che dettò la Comedia? O dalla tra- 
dizione, viva ancora in Romagna, derivò egli invece 
cotesta notizia, da cui seppe ricavare tanto costrutto? 
Tenne la prima sentenza messer Giovanni Boccaccio: 
" Col quale [Paolo] come ella poi si giugnesse, mai 
non udii dire, se non quello che l'autore ne scrive, 
il che possibile è che cosi fosse. Ma io credo quello 
essere piuttosto finzione formata sopra quello che 
era possibile ad essere avvenuto, chè io non credo 
che l'autore sapesse che cosi fosse „. Il periodo 
non è troppo chiaro, a dir vero, ma il pensiero, in 
compenso, riesce chiarissimo. E collo scrittore del 
Decameron s'accordano oggi più valorosi Dantisti: 
* Quella storia intima è un'invenzion del poeta.... 
Tutt'al più nella lettura del Lancillotto poteva es- 
serci un qualche piccolo sostrato reale, di cui gli 
fosse giunta voce; ma io credo che pur quel libro 
non fosse tirato in ballo se non dall' inventiva del 
poeta Cosi, a tacere d'altri, Francesco d'Ovidio. 

A mio avviso, ove mi sia lecito discostarmi al- 
quanto dall'opinione che professa il critico illustre, 
nell'episodio dantesco il * sostrato reale „ è forse 
maggiore assai di quanto comunemente venga rite- 
nuto. Ed in siffatta credenza parecchi indizi m'indu- 
cono, de* quali uno solo, il più grave, reputo oppor- 
tuno recare per ora in mezzo. In verità de' romanzi 
arturiani, sebbene in un passo notissimo del De vol- 
gari eloquenti a n'abbia in termini assai generici lodata 



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r attrattiva, Dante non fu mai', o m' inganno, lettore 
cosi appassionato nè ammiratore tanto caloroso, che 
la mente sua dovesse essere senza stimolo esteriore e 
possente richiamata a rammentarne vuoi questo vuoi 
quell'episodio. Si ripensi un poco, difatti, all'immensa 
diffusione che que' libri avevano conseguita già un 
secolo innanzi che Dante nascesse, alla popolarità 
incomparabile che li circondava pur sempre sul ca- 
dere del secolo tredicesimo, quando l'interesse che 
avevano eccitato nelle classi più elevate era condiviso 
oramai anche dal volgo, cui compendi e traduzioni 
volgari rendevano accessibile il fantasioso mondo di 
Brettagna assai più largamente che per l'addietro non 
fosse accaduto; e poi si consideri, di grazia qual 
parte sia loro fatta nella Camedial Ove si tolga l'ac- 
cenno all'episodio del bacio concesso da Ginevra al- 
l'amante; episodio, di cui, cosa singolare! il poeta 
nostro s'è giovato una seconda volta nel Paradiso, 
per cavarne argomento a tale una comparazione tra 
Beatrice e la dama di Malehout, che taluno definì in- 
gegnosa ed a me sembra invece (salva la reverenza 
verso il sommo scrittore), nè troppo chiara nè molto 
opportuna; ove si tolga, dico, siffatto accenno, che 
mai mutuò l'Alighieri dalle " bellissime ambagi di re 
* Artù? „. Un fugace ricordo dell'uccision di costui, 
perpetrata da Mordrec, ecco tutto. Ma di Tristano 
nulla più che il nome è citato tra i gementi nel cer- 
chio secondo d'Inferno; d'Isotta poi manco quello! 
Eppure si tratta de' protagonisti d'una storia, che fu 
detta, a ragione, il più bel romanzo del mondo, d'una 



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storia d'amore, che, in mezzo al cinguettio gaio e un 
po' vuoto de' romanzi d'avventura, si leva come un 
grido angoscioso, straziante, che fa fremere e pian- 
gere; il grido della passione indomata, indomabile, la 
quale calpesta tutte le leggi, perchè essa stessa è la 
legge più possente; della passione forte come la 
morte, anzi ancora più forte della morte; perchè an- 
ch'essa, l'implacata trìonfatrice di tutto ciò che vive 
quaggiù, è impotente ad estinguerla. 

Or che Dante abbia tenuto codesto contegno ri- 
spetto agli eroi dell'epopea carolingia, Orlando, Gu- 
glielmo d'Orange, Carlo Magno stesso, non può 
recar meraviglia. Ai di suoi la * santa gesta n del 
franco imperatore era troppo nota ; troppo a lungo i 
giullari ne avevano ricantate le prodezze ; troppo, 
infine, se ne compiacevano i volghi, perchè gli uo- 
mini colti non l'avessero parecchio a noia : De pala- 
dini antera loqui hodie videtur exosum; " non si può 
più oggimai udir discorrere de' Paladini „ ; scrive 
un contemporaneo e concittadino di Dante, messer 
Francesco da Barberino. Ma per ciò che spetta alla 
Tavola Rotonda le cose andavano ancora diversamente. 
I personaggi dei romanzi arturiani non erano da noi 
scesi così in basso come i campioni dell'epopea fran- 
cese. Quelle corti, che l'Alighieri frequentò nel suo 
doloroso pellegrinaggio attraverso l'Italia tutta, ri- 
petendo anch'egli, sfiduciato e stanco, il melanconico 
appello di Folgore: 

Cortesia cortesia cortesia chiamo 
e da nessuna parte mi risponde: 



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avevano pur sempre accettissime le vecchie fole di Cor- 
novaglia ; ancora nell'antico ideale cavalleresco, onde 
erano animate, appuntavano gli sguardi, e se non 
nell'essenza nella esterior veste cercavano di seguirne 
i dettami, i nostri signori. 

Pur la cosa è così. L'arte medievale, man mano 
ch'egli avanza per il suo fatale cammino, sembra mi- 
sera e vana all'intelletto di Dante. Rammentate voi, 
o lettori (quale oziosa domanda!), l'incontro del poeta 
e della guida sua con Sordello, accosciato " a guisa 
" di leon quando si posa „, nell'attesa della notte immi- 
nente, sul balzo secondo dell'Antipurgatorio? L'anima 
lombarda, cui il vate tosco s'è piaciuto cingere la 
fronte d'un'aureola incomparabile, mosso dal patrio 
affetto, oblia l'alterezza, il disdegno, ed in Virgilio, 
di cui ignora ancora il nome, abbraccia il mantovano. 
Ma quand'essa apprende che colui, al petto del quale 
con inutile sforzo tentò congiungere il proprio, è 
Virgilio, che mutamento subitaneo in lei ! Che stu- 
pore, che reverenza l'ingombra! 

Qual è colui che cosa innanzi a sé 
Subita vede, ond'ei si maraviglia, 
Che crede e no, dicendo: EU'è, non è; 

Tal parve quegli, e poi chinò le, ciglia, 
Ed umilmente ritornò ver lui, 
Ed abbracciollo ove il minor s'appiglia. 



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O gloria de 9 Latin, disse, per cui 
Mostrò ciò che potea la lingua nostra, 
O pregio eterno del loco ond'io fui, 

Qual merito o qua! grazia mi ti mostra? 
S'io son d'udir le tue parole degno, 
Dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra. 

Ebbene!, Sordello, il * gentil cattano * di Goito, il 
compagno d'armi di Carlo d'Angiò, che sembra rap- 
presentar meglio di chicchessia al suo tempo il tipo 
del cavalier errante, staccato da una pagina di romanzo 
arturiano ; famoso per prodezza, più famoso per amo- 
rose avventure; per il ratto di Cunizza da Romano, la 
fuga con Otta di Strasso, sottratta alle carezze ma- 
terne ; il trovadore audace che fulmina col serventese 
infocato i sovrani degeneri; Sordello, insomma, curvo 
umilmente dinanzi a Virgilio, non è desso simbolo 
vero e spirante della poesia medievale che s'ecclissa 
dinanzi al ricomparir dell'arte latina, come le stelle, 
già vivide in cielo notturno, all'appressarsi del sole? 
* Donde vieni ? „ chiede Sordello al suo concittadino. 
" Vieni d'inferno forse? „ Sì, ei viene d'inferno il 
savio gentile, dall'inferno della barbarie, dalla chiostra 
dell'ignoranza, di cui rimove con gesto lento e so- 
lenne * l'aere grasso „ dal placido viso. 

Ei riede, e gli fa scorta una schiera fulgente di 
creature immortali : Ettore, il prode, Enea, il pio, gli 
sono ai fianchi, e con essi il padre Latino, Camilla, 
la virago del Lazio, Pallante, bel fiore reciso sul- 
l'alba, Lavinia, pudicamente ritrosa ; lo seguono, as- 
sorte nelle memorie dolorose, Didone ed Amata. Ei 

5 

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— 66 — 

riede» ed accenna col dito; guardate in là, un altro 
stuolo si è mosso, un altro vate s'avanza, ancora più 
grande. Dove sono le donne ed i cavalieri di Bret- 
tagna? dove Ginevra ed Isotta, Lancillotto e Tri- 
stano? * Torme pallide, via par che suoni severa 
la voce di Dante, 

Torme pallide, via; si leva il sole, 
E canta Omero. 



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PIER DELLA VIGNA 



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I 



I. 



Esule dalle rìdenti spiagge del suo golfo, in quella 
Torino, dove accorrevano allora da ogni parte 
d'Italia liberi ingegni e nobili cuori, un letterato illu- 
stre preludeva, cinquantanni or sono, a certo suo me 
morabil corso dantesco collo studio del canto decimo- 
terzo dell'Inferno. Era questi Francesco De Sanctis, 
che, bramoso di far gustare ai propri uditori le bellezze 
peregrine, onde rifulge il mirabile episodio di Pier 
della Vigna, dava inizio all'opera sua, sottoponendo 
quella di quant'altri l'avevano nell'arringo medesimo 
preceduto, ad una critica sagace e stringente, che 
de 9 metodi sin allora adoperati nell'esegesi del poema 
sacro denudava senza misericordia la debolezza e 
l'inanità. Vi son taluni, egli diceva; mi sia perdo- 
nato se riassumo adesso in poche e disadorne parole 
le spigliate ed eleganti pagine del critico illustre; 
che vanno in solluchero davanti allo * stizzo verde „ 



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- 7 o- 

al * cigolare „, al " balestrare „ t al " divellere „, e 
non finiscono più di levare a cielo la convenienza, 
la proprietà delle voci e de' modi. Niuno dirà che 
abbiano torto, ma i loro nuli' altro sono che gram- 
maticali commenti. Altri si dilungano invece nel pa- 
ragonare i luoghi in cui Dante volle venir a prova 
con Vergilio, nell'additare l'armonia imitativa di questo 

0 quel passo; e costoro fanno opera di retori. Altri 
ancora ci narrano di guelfi e di ghibellini, di papato e 
d' impero, ed invece d' un vocabolario di parole e di 
frasi, ne ammanniscono uno di date e di avvenimenti : 
sono i commentatori storici. Nè manca infine chi vada 
strologando sul riposto significato della selva, dei 
pruni, delle arpie; e son i cultori dell'interpretazione 
allegorica, simbolica. Ma tutti cotesti commenti, gram- 
maticali, retorici, storici, anagogici che siano, hanno 
fatto il loro tempo, esclama il De Sanctis. La scienza 
è progredita troppo perchè voglia contentarsene; essa 
aspira a fini più eccelsi, prefigge ai propri voli più 
larghi e sublimi orizzonti. Delle frasi non sa che fare, 
e vuole invece de 9 concetti ; non domanda fatti storici, 
ma leggi storiche; il commento non può nè deve 
essere più se non filosofico ed estetico. Sbarazzatosi 
così con due vigorose strappate dalle pastoie della 
tradizione, il critico valoroso si rivolge ardito ad in- 
dagare il segreto dell'arte dantesca, a scrutare come 
il concetto visibile, corporale, accessibile ai sensi, 
quale s'era offerto all'immaginativa del poeta, ne balzi 
fuori tradotto in rappresentazione fantastica, secondo 

1 dettami delle leggi estetiche e le condizioni indi- 



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— 71 — 

spensabili perchè la concezione stessa, fecondata, 
possa disnodarsi e procedere a vita ulteriore, assor- 
gere cioè a perfezione d'arte, a dignità di poesia. 

Ultimo venuto qual io mi sono; così, deposti, 
non senza qualche sbigottimento, i Saggi del De 
Sanctis, andavo testé tra me stesso ruminando, che 
mai dovrei fare, per non calcare ancora una volta 
la via stessa che tant'altri hanno percorsa ? Giacché, 
come chi cammina, difficilmente suol persistere a bat- 
tere la strada maestra, arida e polverosa, quando 
scorga serpeggiargli d'accanto un viottolo, dove l'erba, 
non mortificata peranco dai passi di mille ignoti, 
spunti morbida e vellutata, e di tra le siepi occhieggi 
qualche modesto fiorellino; così chi studia e pensa, 
a malincuore s'acconcia a ripetere, eco fedele, i sen- 
timenti e le opinioni altrui, anche quando in altri ami 
e riverisca un maestro. E nel caso odierno poi, che 
è forse impresa di pigliare a gabbo quella di met- 
tersi, non passtbus aequis, sull'orme del più gagliardo 
campione che la critica estetica abbia vantato sinora 
in mezzo a noi? I voli, cui egli tratto tratto si leva, 
son da pochi; a volerlo imitare c'è da fiaccarsi il 
collo; gli esempi non mancano. 

Ci rinchiuderemo dunque per andar più sicuri dentro 
i confini ben definiti del commento filologico e reto- 
rico? Certo anche in questo campo chi abbia gusto e 
discrezione può raccogliere una messe florida e ricca, 
più florida e più ricca forse che altri per avventura 
non creda. Ma l'insistere troppo in consimili ricerche 
può condurre a singolari aberrazioni, e noi non ci 



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— 7» — 

sentiamo davvero alcuna voglia d'imitare la buona 
anima del padre Cesari, il quale, dopo aver spese 
tante e tante pagine per descrìvere paratamente le 
bellezze di lingua e di stile che ingemmano il canto 
de* suicidi, ha finito col non dire neppure una parola 
sovra chi ne è il protagonista! Per lui era faccenda 
di capitale importanza rilevare come Dante avesse 
scritto * portai „ laddove parea da dire * servai 
ma il saper se Pier della Vigna avesse o no tradito 
il suo signore, fosse o no morto in prigione, di qual 
interesse poteva riuscire? 

Or mentr'io almanaccavo tra me e me intorno a 
questa curiosa indifferenza dell'autore delle Bellezze 
di Dante per tutto quanto non fossero le * ghiot- 
tornie „ retoriche ed i * morsellati , grammaticali, 
cosi 

come l*un pensier dall'altro scoppia, 

m'è venuto fatto di riflettere che anche il De Sanctis 
non si mostra troppo più persuaso dell'utilità d'altri 
metodi che non siano il suo di quanto al Cesari suc- 
ceda. E mi sono quindi domandato se veramente il 
campione illustre della scuola estetica non abbia pec- 
cato di parzialità, quando, instituendo sì rigoroso 
procedimento contro le varie specie di commenti, ha 
in un mazzo colTaltre tutte dannata a perpetuo bando, 
in nome della scienza, anche l'interpretazione storica. 
Trasportato dalla foga del suo pensiero, egli ha fatto, 
per essere schietti, troppo buon mercato dell'utilità che 
alla piena e verace intelligenza del poema sacrò sem- 



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— 73 — 

pre e dovunque suol derivare dalla cognizione, esatta 
per quanto a noi, tardi nepoti, è ancora possibile 
conseguirla, degli avvenimenti sui quali esso è in 
larga misura fondato. Ora se c'è caso in cui la ne- 
cessità d'approfondir bene le vicende storiche dei 
tempi immediatamente anteriori al poeta s'appalesi 
addirittura solenne, egli è appunto questo! Come 
apprezzare infatti e gustare in ogni sua parte l'epi- 
sodio mestissimo del suicida, quando non si fsappia 
chi fa, che cosa fu agli occhi dell'Alighieri maestro 
Pier della Vigna? 

IL 

Nella * selva dolorosa „, eh' " è ghirlanda , al- 
l' " orribil sabbione „, dov'egli incontrerà ser Brunetto, 
un tronco s'aderge, al quale il poeta, cogliendone 
un ramoscello, reca inconsciamente offesa, sicché per 
' ammenda s'induce a promettergli l'immortalità. E con 
quale magnifica larghezza Dante ha voluto e saputo 
mantenere la promessa sua! Più di sei secoli sono 
trascorsi dacché il ministro del secondo Federigo fa- 
ceva ingiusto sé contro sé giusto, e la sua fama, 
ravvivata dall'alito ambrosio della musa fiorentina, 
si conserva verdissima ancora; tanto che la figura 
del grande abbacinato, improntata non più a torbido 
cruccio ma a severa e dignitosa mestizia, ci si af- 
faccia spontanea ogni qual volta noi siamo tratti a 
rievocare la schiera varia e fulgente di quegli u spi- 



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riti magni „ che la Comedia ha reso così familiari 
al nostro pensiero. Accanto a Paolo Malatesta, a Fa- 
rinata degli Uberti, a Brunetto Latini, ad Ugolino 
della Gherardesca, per non uscire adesso dai cerchi 
del tristo regno infernale, vien sempre a collocarsi, 
pur esso, Pier della Vigna. Come ci acconceremo or 
dunque noi a sentenziare vana l'opera di chi si pro- 
ponga di farne meglio conoscere i casi, scrutarne 
la colpa, se colpa veruna ei commise, ricostruire in- 
somma il dramma tenebroso e cupo, nel quale nau- 
fragarono la sua potenza, il suo onore, la sua vita? 

Ma v'ha di più. Verso quest'uomo, che * per di- 
sdegnoso gusto „ gittò lungi da sè l'esistenza, 

siccome buccia 
Di spremuto limon si gitta via, 

il Ghibellino austero s'appalesa inusitatamente pie- 
toso. La pietà di Dante! Ecco un dono, di cui il 
poeta non suole davvero esser prodigo cogli abitatori 
della " valle d'abisso „. Se la vista di Ciacco ed 
il tormento eh' ei sopporta destano a tutta prima in 
lui un senso d'angoscia che gli spinge agli occhi 
T " acqua del cuore „, il * gran disio di sapere 9 che 
cosa sarà della sua città, di Firenze, gli smorza ben- 
tosto in petto ogni cura pietosa: 

Ciacco, il tuo affanno 
Mi pesa sì che a lacrimar m'invita: 
Ma dimmi se tu sai, a che verranno 
Li cittadin della città partita.... 

Sceso più in basso, dinanzi al padre di quell'amico 
ch'ei pur predilesse, a Cavalcante de' Cavalcanti, di 



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— 75 — 

cui coli' ambiguo sermone ha rincrudito lo strazio, 
non prova che una certa * compunzione ed infin 
de' conti anche la sorte lacrimabile del Latini non si 
può dir ecciti nell'animo suo costernazione vera. Ma 
di faccia a quello sterpo nel quale dolorosamente in- 
carcerato si contorce lo spirito invisibile del * detta- 
tore „ famoso, innanzi a quegli stecchi dond'esce tra 
il cigolìo dei vento u che va via „ e le grosse gocce 
di sangue, semispenta e confusa quella voce che 
aveva fatto risonare di si nobili ragionamenti» di così 
ingegnosi concetti, di così eleganti discorsi le aule 
dorate delle reggie e le sale severe de* comunali pa- 
lagi, pietà lo strìnge tanto duramente da farci per la 
seconda volta assistere allo spettacolo che già diede 
di sè in quel cerchio, u che men loco cinghia, ma 
tanto più dolor.... „ ; quando a favellare de 9 loro 
u dolci sospiri „ volarongli dappresso gli amanti Ri- 
minesi. Come lassù infatti la mente gli si chiuse, ed 
e' si confuse tutto di tristezza e venne meno sì come 
morisse, pur qui la commozione gli mozza la parola 
sulle labbra; ei sta trasognato e tremante ad ascol- 
tare il balbettìo interrotto, la parola, che è soffio 
insieme e singulto, di colui ch'era stato (ahi, fiero, 
anche se involontario, contrappasso!) il più grande 
oratore del suo tempo; e quando il u savio duca 9 
l'esorta ed ammonisce a chieder altro, se più gli piac- 
cia, non ritrova in sè stesso la forza di pensare nè 
di parlare; ma: * dimandalo tu ancora „, sospira, 

Di quel che credi ch'a me soddisfaccia, 
Ch'io non potrei; tanta pietà m'accora. 



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Nè si voglia dir col De Sanctis che la pietà, onde 
T animo del poeta s 9 ingombra tutto in cospetto del 
tronco che sente e pena, nasce non già da partico- 
lari accidenti, ma scaturisce da fonte più profonda: 
dallo sgomento cioè che eccita in lui lo spettacolo 
dell'umana natura miserabilmente travolta e declinata 
a pianta. Ben altre e più mostruose violazioni e de- 
formazioni della natura umana contemplerà negli 
" empi giri „ P Alighieri* nè mai si dimostrerà così 
sbigottito e dolente come adesso apparisce! E qui 
pure del resto, la metamorfosi " incredibile allor- 
ché finalmente gli avviene d'avvertirla, non fa a tutta 
prima che accrescere il timore suscitato in lui dal- 
l'invisibile coro di querule voci onde risonava tutt'in- 
torno la selvaggia boscaglia; non è pietà dunque, ma 
paura quella ch'ei prova; e per le sue membra di- 
scorre lo stesso " freddo orrore „, che incatenò già 
le braccia d'Enea intento a svellere le verghe del- 
l'infausto mirteto, quando udì prorompere dall'imo il 
doloroso scongiuro di Polidoro: 

frigidus horror 
membra quatit, gelidusque coit formidine sanguis. 

La pietà spunta dopo, poiché gli è noto chi sia colui 
il quale innalza disperatamente nell'aer perso i rami 
brulli, nodosi ed involti, pe' quali scorre un sangue 
nero e velenoso qual tosco. Non è insomma l'uomo 
astratto, convertito in pianta, che il cantore della ret- 
titudine onora di lagrime misericordiose, ma un uomo, 
l'ombra di colui che " nel dolce mondo „ tenne 



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- 77 - 

m ambo le chiavi 9 del cuore di Federigo II, Pier della 
Vigna. 

Pietà ed ammirazione dunque di fronte al * gran 
pruno „ occupano in uguale misura l'animo di Dante. 
Or parrà di picciol momento ricercare le cagioni 
da cui Tuna e l'altra rampollarono? Ma chi ce le 
rivelerà codeste cagioni, ove non si ricorra alla 
storia? 



HI. 

La storia però (ricordiamocene!), non dischiude i 
propri segreti a chiunque s'avvisi d'interrogarla, nè 
interrogarla significa, come troppo facilmente credono 
taluni, compilare una specie di * vocabolario di fatti 
e di date „, un'arida congerie di materiali e di rag- 
guagli, onde lo spirito vivificatore è assente ; chè se 
ciò dava noia giustamente al De Sanctis, non torna 
certo oggi meno sgradito per noi. Rievocare colla 
scorta de' documenti di quell'età a cui essa appar- 
tenne una grande figura storica, vuol dire invece ri- 
cercarne per entro alla notte misteriosa del passato 
le azioni, e da queste risalire agli affetti, alle pas- 
sioni che le provocarono, e questi affetti risentirli, 
queste passioni provarle, quindi descriverle.... Cosi, 
e non altrimenti, noi comprendiamo la ricostruzione 
della storia, ed il lavoro che essa esige non è dav- 
vero men arduo di quello che a volte richiegga la 
creazione artistica essa stessa. Tempo, diligenza, pa- 



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zienza sono certo elementi preziosi per iniziarla, ma 
non bastano, come non basta l'analisi pertinace ed 
acuta; occorre qualche cosa di più.... Chi voglia 
strappar dunque il suo responso all'austera Sibilla dee 
dar la caccia per valli, per monti alle foglie lievi, 
e tosto disperse al vento, in cui ella segnò la " sen- 
tenzia „ sua ; e raggiuntele, non solo ricongiungerle 
e leggerle, ma meditarle e comprenderle. Duplice 
allora sarà la vittoria : sulla materia inerte, sullo spi- 
rito ribelle. 

Fare tutto questo per Pier della Vigna non è oggi 
ancora possibile nè forse sarà mai. Ma poiché, ove 
il fosse, * me degno a ciò (tollerate, o lettori, in 
grazia dell'opportunità sua la troppa trita citazione) 
* nè io nè altri '1 crede „; così per assumere una 
impresa men disforme dalle deboli forze mie , io 
starò pago adesso a colorire con quattro tocchi, con 
quattro pennellate alla brava, ma senz'esagerare le 
luci nè rinforzare soverchiamente le ombre, l'imma- 
gine del grande uomo di stato, qual'essa apparve ai 
contemporanei, quale all'Alighieri giovinetto poterono 
descriverla taluni di quegli accorti Fiorentini, che pra- 
ticarono la corte di Federigo II ed ebbero agio di 
contemplare nel pieno fulgore dell'onnipotenza sua 
il ministro, il favorito. 

Quando Pietro cadde, un crudele epigramma, 
scoccato da qualcuno di que' nemici che l'odio ap- 
pagato e trionfante suol rendere più feroci, corse 
per l'Italia, irridendo alla sventura sua: 
Hic redit in nichilum qui nihil ante fuit, 



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esso suona; e nell'ambito breve d'un verso riflette 
nitidamente tutta la storia del Capuano. Giacché quel 
ch'ei fu, fu per volontà d'un altro, ed allorché la mano 
possente, che l'avea tratto dalla polvere, nella pol- 
vere lo risospinse, ei non fu più nulla. Tant'è vero 
questo che da tempo non scarso crìtici perspicaci 
inutilmente hanno aguzzati gli sguardi per sorpren- 
dere al di sotto del cortigiano e del ministro l'uomo, 
per conoscerlo ne' suoi rapporti intimi, domestici, 
come amico, figlio, marito, padre. Invano. I documenti 
mancano affatto o sono muti in proposito ; gli scritti 
stessi di Pietro, le sue lettere, tramutate in modelli 
di bello stile, non rivelano più (e chi ha creduto di- 
versamente s'è ingannato a partito) particolarità ve- 
runa giovevole a dischiuderci il segreto della sua 
vita, il mistero del suo cuore. L'uomo è scomparso, 
inesorabilmente scomparso ; ed ai posteri non si pre- 
senta più che il diplomatico, lo scrittore, il deposi- 
tario fidatissimo de' più riposti pensieri di Cesare, il 
consors iuris ì che Federigo II aveva fatto scolpire 
sulla porta della rocca Capuana e ritrarre nella reggia 
partenopea seduto in cattedra, vicino a lui, in atto 
di rendere giustizia.... E tale del resto, unicamente 
tale l'ha voluto dipingere Dante. 

Come si spiega or dunque quest'oblitterarsi della 
personalità di Pier della Vigna, questo confondersi 
dell'individualità sua con quella del suo signore ? Noi 
potremo agevolmente darcene ragione se ci arreste- 
remo a considerare per qualche istante ciò che volle 
e seppe essere Federigo secondo. 



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- 8o — 

Pochi uomini, per fermo, hanno proiettato sull'età 
loro tant'ombra quanta ne gettò il figliuolo di * Co- 
stanza imperatrice „ in trentott'anni di regno. Egli 
era della razza di Cesare, d'Augusto, di Carlo Magno, 
di Napoleone; e di tutti costoro ha possedute le 
virtù; di parecchi i vizi» non pochi nè lievi. Sorto 
dell'innesto di due stirpi generose: la sveva, che 
aveva già dato all'impero un sovrano, quale il Bar- 
barossa; la normanna, ond'era uscito Ruggero II, il 
nobilissimo tra i prìncipi d'Altavilla ; Federigo Rug- 
geri, com'ei fu con felice presagio chiamato sui sacri 
fonti, parve incarnare, fondendole in sè, le tendenze 
diverse d'opposte razze ed indirizzarle ad un solo 
altissimo fine. Educato in mezzo alle dolcezze del 
clima siciliano, in quella beata reggia di Palermo, 
dove tutto serbava il suggello della civiltà arabo- 
normanna, e mille schiavi lo servivano in ginocchio, 
levando senza mistero le loro preci a quel Profeta, 
i precetti del quale scintillavano tra i rabeschi delle 
pareti, gli stucchi delle volte, e si scorgevano tra- 
punti perfin nel serico lembo della veste regale, il 
giovinetto crebbe a ino' di sultano cristianizzato, come 
tutti i predecessori suoi del ceppo materno; e da 
cotest'istituzione più molle, più raffinata, più sapiente 
assai di quella che avrebbe ricevuta ne 9 manieri torvi, 
ond' aveva dischiuso il volo l'aquila sveva, trasse 
un culto sincero per la bellezza, per l'arte, per la 
scienza, che nulla mai valse ad intiepidire, a di- 
struggere. Insidiato, fanciullo ancora, nel suo stesso 
nido, ei sembrava destinato a soccombere in una 



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- 8i - 



lotta disuguale contro nemici tanto più forti ch'ei non 
fosse; ma la fortuna aveva altrimenti disposto. Il 
favore della Chiesa, un matrimonio ben calcolato gli 
concedono prima d'assicurarsi definitivamente il re- 
taggio materno; poi di poggiare ad altezza più su- 
perba, di conquistare per sè quell'imperiale diadema, 
che aveva scintillato sul capo di Federigo I e di 
Arrigo VI, del padre, dell'avo. Ed o le meravigliose 
visioni di gloria che dovettero lampeggiare al suo 
pensiero quel giorno in cui nella basilica Lateranense 
udì la voce grave del terzo Innocenzo bandirlo al- 
l'Orbe successore d'Augusto e di Costantino ! Dal- 
l'alto del trono che l'avvicinava tanto a Dio, contem- 
plando l'umanità curva ai suoi piedi, egli si sentì certo 
pervaso da quell'ebbrezza fiera che Vittor Hugo ha 
saputo così bene descrivere, quando raffigurò Carlo V 
sognante dinanzi all'avello di Carlomagno: 

O l'empire, l'empire! 
O ciel, étre ce qui commence, 
Seul debout au plus haut de la spirale immense ! 
D'une foule d'états Tun sur l'autre étagés 
Étre la clef de voute, et voir sous soi rangés 
Les rois et sur leur téte essuyer ses sandales; 
Voir au-dessous des rois les maisons féodales, 
Margraves, cardinaux, doges, ducs à fleurons; 
Puis évéques, abbés, chefs de clans, hauts barons; 
Puis clercs et soldats; puis, loin du faite où nous sommes, 
Dans l'ombre, tout au fond de l'ablme - les hommes! 

Or dal fondo dell'abisso, di tra la turba innumera 
ed ignota, un uomo osò levarsi verso il seggio d'Au- 
gusto, ed afferrata la mano che questi gli tendeva, 



— 89 — 

assidersi a lui d'appresso in vetta alla piramide va- 
cillante ed enorme. Chi era costui? Donde veniva? 
era un reietto, un bastardo, il figliuolo d'una femmi- 
nuccia, usa a mendicare la vita " a frusto a frusto „ 
racconta la leggenda: il legittimo nato d'un povero, 
ma non spregevole notaio della città di Capua, cor- 
regge la storia; tale, ad ogni modo, cui nè nobiltà 
nè ricchezza avevano fin dalla culla sorriso. Ma egli 
era venuto al mondo sotto gl'influssi delle stelle fisse, 
come ci rivela Guido Bonatti, l'astrologo savio che 
n'aveva tirato l'oroscopo ; e queste gli aveano infuso 
nell'animo le virtù che rendono gli uomini grandi a 
dispetto di fortuna. E fu davvero mirabile la tenace 
costanza con cui Pier della Vigna seppe secondare 
cotesti influssi degli astri, benigni sì ma lentissimi! 

Bramoso di seguire l'orme paterne, diventando 
ancor egli notaio, il Capuano lascia, adolescente, le 
rive del Volturno per quelle del Reno. Ma la vita che 
nella dotta e rumorosa Bologna l'attende, non è quella 
sognata dai più tra i baldi giovani i quali ormai vi 
traggono in folla da ogni parte d' Europa. Cum esset 
scolaris Bononie (ci dice ancora il Bonatti nel suo 
rude latino) mendicabat nec habebat quid comederet.... 
E a noi par di vederlo, il poveretto, pallido e smunto, 
che, dopo aver trascorso il giorno intero curvo sui 
libri, esce, quando già scende la notte, dal suo stam- 
bugio, e scivola silenzioso per le strade oscure, mu- 
nito d'una bisaccia e d'un randello; questo per di- 
fendersi dai cani vaganti, quella per riporvi qualche 
avanzo di cibo che la pietà di compagni più ricchi 



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-Si- 
gli voglia largire. Ed a notte, mentre stanco ed av- 
vilito, dopo aver raccolto men pane che rimbrotti, se 
ne torna a casa, il piede gli manca, sdrucciola, cade 
in quel fango bolognese, più fetido d'ogni fetida se- 
poltura.... Non lieti conviti e spensierate esultanze, 
non tripudi e suoni e motti per il misero scolare! 
Rinchiuso nell'angusta cella, dove gli arrivano inter- 
rottamente dalla via gli echi delle serenate ed i ri- 
tornelli di gaie canzoni, egli inganna il sonno e la 
fame, studiando al fioco lume d'una lucernetta con 
febbrile insistenza Cassiodoro e Boezio.... 

Penosa esistenza t Pure il giorno in cui egli col 
titolo faticosamente conseguito uscì per non riporvi 
più il piede da quelle scuole, già salite a tanta rino- 
manza {la oscurare quante fiorivano a Parigi, ad Or- 
léans ed a Tours, il Capuano era un " dettatore „ 
perfetto; l'arte di Guido Fava, di Boncompagno non 
aveva più misteri per lui. 

Fu proprio cotest'arte, la quale par oggi a noi 
tanto povera cosa, mentre allora tenevasi in cosi alto 
concetto, quella che valse a dischiudergli l'accesso 
alla curia imperiale? Dicon che sì; nè io veggo mo- 
tivo di dubitarne. Ma comunque il fatto succedesse, 
dovett'esser ben singolare ed insperato caso quello 
che strappò Pietro all'oscurità in cui aveva fin allora 
vissuto per trasportarlo in mezzo agli splendori d'una 
corte. Pur egli non era uomo da turbarsi per sì re- 
pentino cangiamento. Anzi quello che ad altri sarebbe 
sembrato tale successo da far considerare come follia 
ogni nuova aspirazione, a lui dovette parere null'altro 



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-84- 

che il primo passo sopra una via, di cui la meta era 
tant'alta da non potersi quasi fissare senza vertigini. 
E per la strada tracciatagli dal destino ei s'incam- 
minò così risolutamente, che Federigo II, profondo 
conoscitore degli uomini, avvezzo fin da fanciullo a 
farsene degli strumenti ai suoi piaceri ed ai suoi di- 
segni, non tardò a ravvisare nel giovine letterato, 
che colla squisita eleganza del suo stile aveva lusin- 
gato in lui il poeta e l'artista, un uomo capace di 
ben altre imprese che non fossero lo stender un atto 
o dettare una lettera; capace d'assisterlo nell'opera 
gigantesca, a cui aveva dedicato sè stesso. Così Pier 
della Vigna divenne il favorito di Cesare. 

Entrato nella cancellerìa imperiale come notaio e 
scrittore, il Capuano sale in breve giro di tempo alla 
cospicua carica di giudice della Magna Curia; ma 
pervenuto a questo grado s'arresta; e mentre il suo 
ascendente sopra il principe va senza possa cre- 
scendo e con esso il credito e la potenza di cui 
fruisce, la sua situazione ufficiale, per dir così, ri- 
mane durante un trentennio quasi immutata. La cosa 
potrebbe essere stimata strana, ma non è. Conviene 
infatti riflettere che la macchina dello stato è sotto 
il governo di Federigo II regolata e mossa da con- 
gegni di notevole semplicità. Nulla v'ha nella corte 
sveva che rassomigli (ci sia lecito far uso delle 
parole d'uno storico competentissimo) all'istituzione 
moderna de' segretari di Stato, i quali firmano i de- 
creti del sovrano, o a quelli de' ministri, che compiono 
uffici ben determinati; ma vi troviamo invece un pie- 



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-85- 

ciol numero di persone che godono la confidenza del 
principe, ne sono anzi i * familiari „, e, come tali, ri- 
cevuti i suoi ordini, li trasmettono ai notai, incaricati 
di ridurli in forma solenne e pubblica, ove non se ne 
facciano essi medesimi esecutori. Di qui deriva che 
quanto più un familiare è addentro nelle grazie del 
sovrano, tanto più diventino importanti le sue attri- 
buzioni, tanto più largo il suo potere. Pier della Vigna, 
giunto ben presto a togliere * quasi ogni uomo „ dal 
segreto di Federigo, ci appare quindi, ove noi esami- 
niamo gli atti imperiali dal 1223 al 1247, occuparsi 
di tutto, mettere mano alle più disparate faccende; 
provveder oggi al riattamento d'un castello, alla cu- 
stodia d'una rocca, al vettovagliamento delle truppe; 
domani procedere contro un reo di lesa maestà, pro- 
curare la restituzione al fisco di somme indebita- 
mente sottratte, sbrigare gli affari ecclesiastici, invi- 
gilare l'andamento dell'università napoletana. Nulla 
insomma gli sfugge ; tutto vede ed a tutto provvede. 

Questo però non è che un aspetto della sua pro- 
digiosa solerzia, e non il più importante nè il più 
caratteristico. In corte, giova ripeterlo, egli era en- 
trato quale dettatore, celebre per la perizia con cui 
soleva usar ogni sorta di stile, il u missorio „, il 
* corsivo nì il curiale „; e della vasta corrispondenza 
di Cesare, cosi prima come poi, la maggior parte 
fu sbrigata sempre da lui. Eccolo dunque rivestire 
infaticabilmente di quella sua prosa magniloquente 
ed artifiziosa, inspirata meglio che all' imitazione dei 
classiti esemplari ai celebrati modelli che la Curia 



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— 86 — 



Romana soleva da secoli offrire, i voleri del principe, 
la maestà del quale vien cosi per universale consenso 
a rifulgere di luce più viva, di più intenso splendore. 
E non si tratta ancora se non di faccende modeste: che 
cosa sarà poi, quando la materia divenga degna dello 
scrittore, e gli avvenimenti si mostrino tali per la gra- 
vità loro da concedere all'eloquenza passionata di 
Pietro di spiegarsi in tutta la pompa sua? Ahimè, l'oc- 
casione non tarda a presentarsi. La Chiesa, che aveva 
patrocinato e protetto il sovrano debole e persegui- 
tato, lo respinge, lo minaccia, lo combatte, non ap- 
pena, dalla prosperità fatto ardito, egli torna a so- 
gnare il vecchio sogno de 9 successori di Carlo Magno: 
la signoria universale. E la fatale contesa tra le due 
podestà, che pareva, o illusione I , finita, si riaccende 
con siffatta violenza da far impallidir le memorie 
delle lotte antiche. Poiché non mai contro Enrico IV 
e PEnobarbo il fiero Ildebrando ed il quarto Ales- 
sandro spiegarono l' implacabile livore che contro 
Federigo II e la sua aborrita discendenza animerà 
Gregorio IX ed Innocenzo IV. 

Ma nella guerra senza tregua che torna ad agi- 
tare il mondo, un elemento nuovo s'insinua, il qual 
ne cangia se non la sostanza, l'aspetto. La causa 
dell' impero, che fin allora non rinveniva altra difesa 
se non nella spada, è adesso affidata insieme alla 
penna; ed il monarca svevo, grazie a Pier della 
Vigna, scende in campo rivestito d'armi nuove e ben 
temprate che i predecessori suoi non possedettero 
mai. Così i sacri libri, donde i cancellieri papali trae- 



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-87- 

vano tante terrifiche sentenze contro la protervia 
de' coronati avversari, fanno con spettacolo nuovo 
rutilare di profetici anatemi anche gli imperiali libelli. 
Roma, che maledice in Federigo II il redivivo Acabbo, 
il risorto Saulle, reso dall'orgoglio demente, il Bai- 
dassare incredulo e beffardo, che rivolge ad uso 
profano i sacri vasi dal Tempio, vedesi a sua volta 
pagata, e pagata ad usurai, della stessa moneta; 
giacché l'audace nemico non esita a paragonarla alla 
a gran bestia „ del torbido sogno apocalittico, a chia- 
marla * sinagoga de' Farisei W9 u congregazione dei 
malignanti „ t che il Redentore detesta. Ed alle sco- 
muniche papali Cesare risponde con minacce, le quali 
fanno correre un fremito lungo di terrore, d'attesa, 
di speranza in tutto l'orbe cristiano. Ei ridurrà; di- 
cono le sue lettere dirette ai principi ed ai popoli; 
i sacerdoti all'evangelica semplicità de' costumi; spo- 
glierà il successore di Pietro d'ogni mal acquistata 
ricchezza; strapperà di mano al vicario di Cristo la 
spada usurpata e darà, egli, il pastorale a chi ne 
giudicherà più degno. u È l'Anticristo, il dragone 
u di Babilonia, il martello del mondo, preannunziato 

* dalle profezie, la serpe velenosa che ammorberà 

* la terra col pestifero suo fiato ! „ urlano contro di 
lui i guelfi, i prelati ed i frati. Ma quanti gemono 
da secoli davanti al nefando spettacolo della simo- 
nia, dell'avarizia, della corruzione che macchiano la 
Chiesa; quanti, memori de' vaticini di Gioachino, af- 
frettano coi voti l'èra nuova, il regno dello Spirito 
Santo, si domandano trepidanti e commossi: * È 
" fors'egli il desiderato, l'aspettato, il Messia? „ 



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88 — 



IV. 



Interprete eloquente e prediletto degli amorì e 
degli odi, delle gioie e dei lutti di Federigo II, Pier 
della Vigna ne condivide pertanto quell'agitata e va- 
gabonda esistenza, la quale per il sovrano svevo fu 
una necessità, ma insieme anche un conforto ed uno 
svago. Sbaglierebbe difatti non lievemente chi, ripe- 
tendo l'affermazione in sè stessa esatta dell'Alighieri 
che * regal soglio era a que' giorni la Sicilia „, con- 
tinuasse a credere, come si credette un tempo, ch'ivi 
per l'appunto la corte sveva tenesse stabile sede. 
Ben più acconciamente invece si potrebbero a questa 
corte applicare le parole che Dante stesso usò a de- 
finirne il linguaggio illustre: in qualibet redolet rivi- 
tate nec cubat in ulta. A Palermo, in que' maravi- 
glisi palagi, cinti tutt'intorno da vasti olezzanti ver- 
zieri, dopo la coronazione sua in imperatore e la morte 
di Costanza d'Aragona, la prima sua moglie, Federigo 
non fe' che rari, brevissimi soggiorni ; più che nel- 
l'isola ei provava invero il bisogno d'aver stanza sul 
continente, in quelle Provincie dell'Italia meridionale 
che, come già ai tempi de' Normanni, eran ridivenute 
il cuore del suo regno. Ivi ei fermò dunque di pre- 
ferenza il soggiorno; e fu per renderglielo più at- 
traente e più grato che la Basilicata, la Puglia, la 
Calabria si copersero allora quasi per incanto di quelle 
mirabili moli, che il tempo ha solo in parte rispet- 



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-89- 

tate: la reggia di Foggia, le cittadelle di Lucerà, di 
Capua, i castelli di Lagopesole, d'Ascoli, del Monte, 
di Monteleone, di Nicastro: fortezze inespugnabili, 
sontuosi manieri, residenze estive, dove il principe 
poteva abbandonarsi tutto a quella che era una delle 
sue passioni più vive: la caccia.... Ma ecco, a strap- 
parlo a qtiesti faticosi piaceri, alle grandi corse nei 
boschi dell'Incoronata o su pe' greppi dell'Appennino, 
giungere non inattesa la mala nuova che un comune 
di Lombardia, da poco domato, ha cacciati» il vicario 
imperiale, innalzando la bandiera della rivolta. Ah, 
questi ostinati comuni lombardi, vera spina nel cuore 
dell'imperatore, come giustamente sono stati parago- 
nati all'anguilla, la quale appunto ti guizza di mano, 
quando tu credi stringerla più forte! Convien pu- 
nire gli audaci prima che l'esempio loro provochi 
altri ad imitarli. In un lampo tutta la corte è sosso- 
pra: oh il brulichìo enorme d'uomini e di cavalli, di 
carri e di somieri! Giacché l'imperatore non porta 
seco soltanto i suoi fidati Saraceni, muniti dell'arco 
che non falla, ed i loro a comparì „, gli armigeri te- 
deschi, biondi giganti, i bruni e svelti Pugliesi, nucleo 
abituale d'ogni sua spedizione; ma le fanciulle ancora 
del suo harem, i tesori della sua corona, i veltri delle 
sue mute, le fiere del suo serraglio. Così la bizzarra, 
rumorosa carovana s'incammina, passa Toscana e 
man mano che s'inoltra verso i campi lombardi, sem- 
pre più ingrossa e s'accresce; chè, pronti all'impe- 
riale chiamata, accorrono ai banditi ritrovi i fanti di 
Lunigiana, i balestrieri di Pisa, i cavalieri d'Ezzelin 



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— 90 — 

da Romano e del marchese di Monferrato, le milizie 
di Cremona, di Bergamo, di Parma. E la turba s'a- 
vanza tra lo sgomento de' guelfi ed il giubilo de' ghi- 
bellini, e mentre dall'un canto i Milanesi, avversari 
irreconciliabili del nipote di quel Barbarossa, di cui 
dolenti ancora ragionano, corron all'armi, rafforzano 
le scolte ai confini, distolgono dai letti loro per far- 
sene scudo contro la paventata invasione il Ticinello 
e la Muzza, dall'altro invece i Cremonesi, ebbri di 
gioia per l'arrivo di Cesare amico, atterrano persino 
le mura, pur di schiudere un varco all'elefante impe- 
riale, procedente alla testa dell'esercito, grave il dorso 
d'una torre di legno, dall'alto della quale i trombet- 
tieri dànno fiato agli oricalchi ed il gonfalone d'Au- 
gusto ondeggia al vento maestoso. Poi le truppe s'ar- 
restano, s'accampano: ed ecco, sul far della notte, 
dinanzi al padiglione di Federigo, allorché le almee 
leggiadre, che il principe ha recate seco dalla Siria, 
ristanno dalle provocanti carole, Michele Scoto s'a- 
vanza ad assicurare il principe che le stelle interro- 
gate promettono fausta la battaglia dell'indomani; 
quindi maestro Teodoro, agitato ancora dal ricordo 
della disputa fiera che il dì stesso sostenne contro un 
vecchio ma audace Francescano, venuto a sfidarlo 
nel campo stesso di Cesare, legge al suo signore le 
risposte che il sapientissimo Ibn Sabin ha fin dalla 
Mecca inviate alle questioni ch'ei s'è degnato pro- 
porgli. E quando l'illustre brigata è stanca di discu- 
tere sull'eternità del mondo e sulle Categorie d'Ari* 
stotele, Jacopo d'Aquino si mette a cantare il suo più 



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— 9> — 

recente sonetto, e, trascinato dall'esempio, mentre 
tutto tace nel campo, anche maestro Pietro vuole 
giudice il suo sovrano della canzone testé composta 
per Madonna, tanto bella e, s'intende bene, tanto 
crudele: 

Amore, in cui disio ed ò speranza, 
di voi, bella, m'à dato guiderdone; 
e guardomi infino che vengna la speranza, 
pur aspettando bono tempo e stagione: 
com omo ch'è in mare ed à spene di gire, 
e quando vede lo tempo ed elio spanna, 
e giammai la speranza no lo 'nganna; 
così faccio, madonna, in voi venire. 

Or potess'eo venire a voi, amorosa, 
come lo larone ascoso e non paresse! 
bel lo mi teria in gioia avventurosa, 
se l'amore tanto bene mi faciesse. 
Sì bello parlante, donna, con voi fora, 
e direi corno v'amai lungiamente 
più ca Piramo Tisbia dolzemente, 
ed ameragio infino ch'eo vivo ancora.... 

Ma air improvviso un clangore acuto rompe il si- 
lenzio notturno, una voce tremante gitta il grido d'al- 
larme.... E tosto mille voci le rispondono ; tutto il 
campo si desta, tumultua ; è un luccicare, un rincor- 
rersi di fiaccole tra le trabacche e i padiglioni; i 
soldati armansi a furia, i cavalli nitriscono, le donne 
strillano e piangono. Che è mai avvenuto ? Una sor- 
presa, un attacco ? Fatti audaci dalla scarsa vigilanza, 
i nemici hanno forse accerchiato l'accampamento im- 
periale ? Mainò, non si tratta che d'un infondato spa- 
vento, d'un panico senza motivo. E mentre la quiete 



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a poco a poco ritorna in quella turba spaurita, l'im- 
peratore, ch'era già balzato in sella, rientra nella 
sua gran tenda istoriata, cui circondano, custodi dagli 
occhi d'Argo, i Saraceni fedeli.... 



V. 



Di questa vita, che pare evocazione di fantastico 
sogno, Pier della Vigna visse trentanni al fianco del 
monarca svevo. Ed in si lungo volgere di tempo 
quante effimere grandezze non vide egli sorgere e 
dileguarsi ; di quanti lutti, di quante sventure non fu 
testimone! E quante procelle non contemplò adden- 
sarsi, rumoreggiare, sparire, senz'esserne offeso! 
Conscio di tutti gli arcani del principe, la sua for- 
tuna parve farsi sempre maggiore, il favore di cui 
godeva metter ogni dì più saldi radici, man mano 
che la stella d'Augusto declinava e si faceva più vio- 
lenta la guerra tra sovrano e pontefice. Sicché proprio 
all'indomani quasi di quell'infausto giorno in cui Inno- 
cenzo IV, rifugiato a Lione, rompendo i meditati in- 
dugi, aveva annunziata al mondo la deposizione di 
Federigo e dichiarata vacante la sede imperiale, 
Pier della Vigna assorgeva ad una dignità, che po- 
teva quasi dirsi pari ai suoi meriti. Contemporanea- 
mente infatti l'imperatore confermagli l'ufficio di lo- 
goteta del regno di Sicilia e quello di protonotario 
della corte imperiale ; due cariche le quali riunivano 



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— 93 — 

nelle sue mani le redini dello Stato e, riavvicinan- 
dolo al sovrano, gli conferivano un'autorità senza 
confini. 

Il primo documento che ci additi Pier della Vigna 
rivestito della nuova e duplice sua carica, spetta al- 
l'aprile del 1247, ed è un decreto di Federigo II datato 
da Cremona. Due anni dopo, a mala pena, nella stessa 
città, a mezzo febbraio, l'onnipotente ministro, fatto 
d'improvviso prigioniero, era a notte, per sottrarlo 
all'ira de' popolani, portato a Borgo San Donnino; 
quindi nella rocca di San Miniato, spaventosa pri- 
gione di Stato. Ed ivi nel fondo della segreta, ove 
l'avean gettato, privandolo degli occhi, in attesa di 
chi sa qual'altro orribile supplizio, egli sfracellavasi 
il capo, percuotendolo disperatamente alla parete. 

Come, perchè avvenne questa catastrofe, la quale 
per l'immanità sua, la fulminea rapidità con cui s'è 
svolta, non ha forse pari nella storia? Dinanzi al 
silenzio che questa pur troppo è costretta a mante- 
nere, la leggenda impazza addirittura. Le asserzioni 
più strane, più inverosimili, più assurde trovano fede 
e consenso, corrono d'uno in altro paese, si regi- 
strano nelle cronache, si tramandano ai posteri. Pier 
della Vigna ha osato alzar gli occhi sull'imperatrice, 
assevera l'uno. No, ribatte un'altro; Federigo II aveva 
sedotta la moglie del ministro, e questi volle vendi- 
carsi uccidendo l' imperatore. Eh via, esce a dire un 
terzo; le son queste bugie; l'età degli amorì era 
passata da un pezzo non meno per il sovrano che 
per il suo logoteta. La verità è tutt'altra: Pier della 



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— 94 — 

Vigna, corrotto dai doni c dalle promesse del pon- 
tefice, aveva tessuta una trama per avvelenare il suo 
padrone. Ed ecco difatti una scrittura apocrifa, opera 
di un falsario, non saprei se più sciocco o malvagio, 
uscir fuori a confermare l'accusa: è una querimonia, 
un lamento di Pier della Vigna, che si confessa reo di 
tradimento ed implora perdono...; documento falso, 
insensato, che solleva proteste tra gli accorti, ma 
che i più accolgono con credulità supina, sicché spesso 
ci appare trascritto in calce ai codici che contengono 
le lettere del Capuano, a rincrudire il colpo che in- 
vidia ha dato alla memoria sua! Vero è che dall'altro 
lato i nemici di Federigo non esitano a proclamare 
r innocenza del ministro, ad affermar che l'accusa è 
venuta dall' imperatore stesso, il quale voleva sba- 
razzarsi di lui per appropriarsene le ingenti ricchezze. 
a Ma se era la sua abitudine! „ esclama Salimbene. 
E soggiunge con un sogghigno: * Che anzi stolta- 
mente si vantava di non syyer mai nutrito alcun maiale, 
di cui non avesse poi avuta la sugna.... La qual van- 
teria era da vile e da folle w . 

Che v* ha di vero in tutto quest' arruffio di con- 
tradditorie asserzioni, di racconti parziali, malevoli, 
provocati non già dal desiderio d'appurare i fatti, ma 
di dar sfogo a basse passioni, insozzando di fango 
la memoria del principe oppur quella della vittima 
sua? Probabilmente nulla. Certo noi non perverremo 
mai a dissipare le tenebre, ond'è involta la paurosa 
tragedia, che nella tetra rocca di S. Miniato ebbe il 
suo epilogo cruento; pure, ove fosse lecito far qualche 



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— 95 — 

congettura, oseremmo affermare che la reale cagione 
della caduta di Pietro non sia stata diversa da quella 
che l'Alighieri s'è piaciuto additare ; una congiura di 
corte, cioè, ordita dai molti e potenti nemici che il 
favorito contava indubbiamente in mezzo a coloro i 
quali negli ultimi anni di sua vita eransi stretti d' at- 
torno a Federigo II. 

La deposizion sua dal trono imperiale, la tremenda 
rotta toccata poco lungi da Parma, avevano aperte 
in cuore allo Svevo due ferite che non si rimargi- 
narono più. Circondato da ogni parte d' avversari 
implacabili, che dai fausti successi attingevano sempre 
maggior lena a combatterlo, dolorosamente colpito 
dallo sleale abbandono di molti fautori suoi, eh' egli 
aveva ricolmi di benefici, il principe, divenuto so- 
spettoso ed inquieto, vedeva dapertutto de' traditori, 
e s'abbandonava con morbosa voluttà ad accessi 
violenti di collera che, offuscandone la nobile mente, 
risvegliavano il mostro abbominevole rintanato nelle 
più oscure latebre del suo essere: la crudeltà. D'una 
di codeste selvagge esplosioni di furore, provocata 
con arte diabolica, dovettero giovarsi per fermo i 
congiurati ai danni di Pier della Vigna. Fu un lampo. 
Nell'ebbrezza dell'ira, Federigo obliò tutto; ed il servo 
fedele udì insieme l'accusa e la condanna.... La morte 
sua, avvenuta subito dopo, in sì orribile guisa, valse 
ad aprire gli occhi all'acciecato sovrano? Rientrato in 
sè stesso, pianse egli la * metà della sua anima „, 
sagrificata con sì pazzo delirio? La leggenda afferma 
di sì; essa s'indugia a rappresentarci il troppo ere- 



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dulo sovrano, precocemente invecchiato, sprofondato 
nel lutto, sdegnoso di consolazione, versar lagrime 
inesauribili sull'amico perduto.... Ed a noi riuscirebbe 
assai grato che, questa volta almeno, la voce della 
tradizione echeggiasse il vero. 



VI. 

Tal fu l'agitata esistenza di colui che geme, spi- 
rito incarcerato, nel secondo girone, onorato da Dante 
di sua riverente pietà. E di codesta pietà noi possiamo, 
se non c'inganniamo, apprezzar adesso, ben meglio 
l'alto significato e rinvenire l'intima scaturigine. Dopo 
averlo infatti seguito nelle sue avventurose vicende, 
veduto all'opera, chi vorrà piegarsi ad accogliere il 
giudizio che intorno a lui ha pronunziato il De Sanctis? 
Se noi credessimo a questi, l'ammirazione del poeta 
per il grande ministro imperiale non sarebbe andata 
tant' oltre da nascondergliene le imperfezioni e le 
debolezze, da impedirgli che dell' une come dell'altre 
il ricordo non s'affacciasse nell'artistica rappresenta- 
zione che- ce n' ha lasciata. Per l'Alighieri, dice l'au- 
tore de' Saggi critici, Pier della Vigna è uomo tutto 
vano del suo uffizio * glorioso wt tutt' orgoglioso di 
non aver rivali nel cuore d'Augusto, tutt' occupato 
ad impedire che altri vi trovi luogo; un uomo debole, 
il quale, allorché vede i lieti onori tornati in tristi lutti, 
non sa trovar in sè medesimo la forza di resistere 



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-97 



impavido ai colpi dell' avversa fortuna, ma s' acca- 
scia e cerca nelle braccia della morte un asilo. Ca- 
rattere non grande nè forte insomma, bensì gentile, 
di quella gentilezza, ond' offre il tipo più perfetto 
Francesca da Rimini. In Pietro però neppure la gen- 
tilezza è senza macchia ; essa declina ad affettazione. 
Udite com'ei parla! Il suo discorrere è un avvicen- 
darsi di metafore, di concetti, d'arguzie; perfin dal suo 
suicidio ei cava argomento ad un'antitesi: u Ingiusto 
feci me contro me giusto „. Sol quando al pensiero 
gli si presenta la memoria sua che giace, lacerata 
dai morsi dell'invidia, ei si commuove, s'accalora; il 
trovatore, il cortigiano spariscono , ed esce fuori 
P uomo; il grido suo, perchè semplice e schietto, di- 
vien allora eloquente. 

Lumeggiata così, la pittura meravigliosa del vate 
fiorentino non si presenta a mio credere, sotto il suo 
vero aspetto e perde non poco di vivezza e di beltà. 
Ed innanzi tutto io non riesco a persuadermi che il 
giudizio, recato dal poeta intorno al Della Vigna mi- 
nistro e scrittore, s'inspiri ad altri sentimenti che 
non siano quelli d'un'ammirazione amplissima, senza 
riserve e senza sottintesi. Per credere che a Dante 
il Capuano potesse parer • vano „ dell' uffìzio a cui 
erasi elevato, converrebbe ammettere ch'egli consi- 
derasse tale uffìzio in guisa diversa da Piero stesso 
^e dei suoi contemporanei tutti; ora ciò è addirittura 
inammissibile. u Glorioso , ; , veramente glorioso stimò 
invece l'Alighieri il seggio ove il Capuano aveva 
to salire ; e se costui per bocca sua tale lo dice, 

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-98- 

non è certo vanità che lo muova, ma legittimo or- 
goglio, la superbia quaestio, meritis, che il poeta la- 
tino consigliava d'assumere a Melpomene sua, che 
Dante stesso avrebb'assunta, se il caso avesse desti- 
nato lui a tener presso il sire di Lussemburgo quel 
posto che Piero tenne già presso lo Svevo. Nè d'altro 
canto io direi che dai versi della Comedia esca contro 
l'infelice dettatore una tacita accusa di debolezza 
d'animo, di viltà. Innanzi tutto debole noi giudicarono 
mai i suoi contemporanei, nè lo dimostrarono gli atti. 
Magnanimo anzi e di gran cuore lo qualifica Guido 
Bonatti, che lo manda compagno ad uomini di maschia 
tempra, come Federigo II per l'appunto ed Ezzelin da 
Romano. Ma e il suicidio? si dirà. Ebbene il suicidio 
stesso è indizio di forza, ma di forza sregolata. Non 
timore, nè pusillanimità, ma ira e disgusto indussero 
lo sventurato al mal passo. DedignaHone tnotus per- 
cussit caput ad quendam tnurum et sic semetipsum 
miserrime interferii, scrive ancora l'astrologo forli- 
vese. O non abbiam qui il * disdegnoso gusto „ di 
Dante? Questi ha condannato dunque il suicida, per- 
chè la collera, il * disdegno n furon sì forti in lui da 
renderlo ingiusto contro sè stesso, disubbidiente ai 
divini precetti, perchè fece getto di ciò che non gli 
apparteneva; ma noi chiamò nè lo credette mai vile. 

Acuta infine e, quel che più monta, verissima, è 
l'osservazione del De Sanctis che Pier della Vigna 
s'esprìme in un linguaggio cosi elegante e fiorito da 
apparire agli occhi nostri alquant'enfatico e pomposo; 
ma da ciò è forse lecito arguire che Dante abbia 



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— 99 — 

quasi voluto velare d'una lievissima sfumatura d'ironia 
la pittura cui stava colorendo dell'insigne uomo di 
stato, letterato e trovatore? A me non pare davvero. 
Proposito del poeta era quello di far parlare il Della 
Vigna in modo degno di lui; ora le arguzie di pen- 
siero e di forma, i concetti, le antitesi, i giuochi stessi 
di parola, tutto ciò era sembrato il sommo dell'arte 
al floridissimo dettatore imperiale; tutto ciò lo sem- 
brava ancora, quando d'eloquenza latina si trattasse, - 
all'Alighieri medesimo. Aprite il De vulgati eloquentia, 
scorrete le epistole dantesche; che rinverrete voi? 
Lo " bello stile nt che aveva u fatto onore „ al Ca- 
puano, ivi pure chiamato a nobilitare le concezioni 
dèi Fiorentino. Or come avrebbe costui potuto rica- 
vare una nota pur tenuissima di biasimo da ciò che 
non solo ammirava, ma imitava? 

La rappresentazione profondamente e schietta- 
mente poetica del XIII canto dell'Inferno è rampol- 
lata dunque spontanea da un generoso impulso d'am- 
mirazione, d'affetto. L'Alighieri ha creduto dover suo 
risollevare la memoria dell' infelice scrittore, ch'ei 
teneva in altissima stima, e tanto più volonterosa- 
mente s'è accinto all'impresa, in quanto che ne ca- 
vava occasione ad esaltare insieme Federigo II, il 
grande sovrano, cui mal suo grado aveva dovuto 
serrare dentro le mura infocate della * roggia n Dite. 
Oratore illustre, dettatore famoso, Pier della Vigna 
è soprattutto per lui vero e compiuto modello di 
fedel servitore, rappresenta al vivo la devozione illi- 
mitata, ardente, che il medio evo aveva vagheggiata 



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— zoo — 

quale vincolo indissolubile tra il sovrano ed il vas- 
sallo, simbolo di quella ^che stringe l'uomo a Dio. 

Quel sentimento, che nelle gole di Roncisvalle 
dinanzi all'ingrossare pauroso delle torme pagane, 
faceva esclamare ad Orlando: 

Por son seignor deit om sofrir granz mais, 
Et endurer e forz freiz e granz chalz, 
Sin deit om perdre del sane e de la charn; 

non anima desso «incora e riscalda il petto del- 
l' italiano ? 

Fede portai al glorioso òffizio, 

Tanto ch'io ne perdei le vene e i polsi. 

Ma non basta. Per colui che dopo averlo elevato 
sino a sè lo ricacciò si crudelmente nel nulla, Piero 
non ha pur una parola di rimprovero o di sdegno; 
la sua caduta egli imputa all'invidia: la " femmina 
* fuia nì la * meretrice vt che è * morte „ e " vizio n 
delle corti, essa, essa sola ha infiammati così gli 
animi contro di lui, che gì' infiammati infiammarono 
Augusto. Ove non fossero stati i calunniatori, questi 
avrebbe continuato ad amarlo.... Così la vittima non 
incolpa, non maledice il carnefice, ma lo scusa; ei 
resta il suo signor, * che fu d'onor sì degno „. E pur 
in fondo al baratro infernale, un solo pensiero occupa 
ancora l'anima rinserrata dentro i duri nocchi : * Tutto 
soffrire „ essa geme, " i morsi dell'arpie, gli assalti 
feroci delle cagne correnti, la vista del corpo ap- 



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— 101 — 



peso all'ombra del pruno; ma non l'infamia immeri- 
tata di traditore! „: 

Per le nove radici d'esto legno 
Vi giuro che giammai non ruppi fede 
Al mio signor, che fu d'onor sì degno.... 

Ma qual signore fu dunque costui, che ha saputo 
suscitare tant'affetto in un animo così nobile, inspi- 
rargli una devozione che vive oltre la tomba, più 
forte della morte stessa? Ecco la domanda che l'Ali- 
ghieri s'è proposto di strappare ai nostri cuori, alle 
labbra nostre; ecco come il poeta divino, ossequente 
all'altissimo uffizio che s'era assunto, pur condan- 
nando agli infiniti supplizi un Federigo II, un Pier 
della Vigna, ha voluto sui loro capi maledetti, donde 
la mano di Dio s'era ritratta sdegnosa, spargere il 
mistico balsamo dell'umana pietà. 



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FEDERIGO II 
E LA CULTURA DELL'ETÀ SUA 



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I. 



Nato il 26 dicembre 1194, in Jesi, la minuscola 
ma fiera città marchigiana, fedele per tradizione 
vetusta al sangue di Svevia, dove l'imperatrice Co- 
stanza, astrettavi forse dai dolori della maternità, on- 
d'era stata colta per via, aveva dovuto trattenersi, 
mentre laggiù nell'isola sventurata, sua ricca dote, 
Arrigo VI, il duro marito, spegneva tra il sangue gli 
ultimi guizzi della ribellione contro il nuovo padrone; 
sorpreso, fanciulletto ancora, dalla morte repentina 
d'entrambi i genitori, colui che doveva un giorno chia- 
marsi Federigo Secondo, il * martello del mondo „, 
lasciava, non ancora quinquenne, le ridenti colline 
dov'era corsa la sua infanzia ignara, per passare in 
mezzo all'opulenza * molle e dilettosa „ della Conca 
d'Oro. E di qui il principe non s'allontanò per due 
lustri almeno; se non diciassettenne, cioè, quando, 
{Meno di baldo ardimento e di superbe speranze, si 



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volse a tentare F impresa di Germania, a rivendicare 
per il suo capo biondo quell'imperiale diadema che 
avea già ricinta la testa leonina al fulvo avo glorioso. 
La puerizia di Federigo, come l'adolescenza sua, tra- 
scorsero dunque in seno a quella mirabile reggia di 
Palermo, che Ruggero ed i due Guglielmi avevano 
gareggiato nelF abbellire. In Palermo, difatti, delle 
convulsioni, in cui s'era dibattuta agonizzante la mo- 
narchia normanna, non erasi ripercosso che Feco. 
Così, mentre Messina, alzatasi tracotante contro d'Ar- 
rigo, mostrava le sue campagne arse e desolate, i 
suoi marmorei palazzi ridotti ad un cumulo di ma- 
cerie, Palermo adagia vasi, pur sempre intatta, ai 
primi del XIII secolo sulla sponda dell'ammirabile 
suo golfo, quale era apparsa dieci anni prima allo 
sguardo rapito d'Ibn Gubayr: * Città antica ed ele- 
gante, splendida e graziosa, ti sorge innanti con 
sembianza tentatrice: superbisce tra le sue piazze 
e le sue pianure, che son tutte un giardino. Spa- 
ziosa nei chiassuoli non chè nelle strade maggiori, 
abbaglia la vista con la rara venustà dell'aspetto; 
stupenda città, somigliante a Cordova per l'archi- 
tettura, i suoi edifizi son tutti di pietra kiddàn inta- 
gliata; un limpido fiume la spartisce; quattro fontane 
erompono da' suoi lati.... I palagi del re accerchiano 
la gola della città, come i monili il collo di donzelle 
dal petto ricolmo; sì che il principe senza uscire 
mai da siti ameni e luoghi di diletto passa dal- 
l' uno all' altro dei giardini e degli anfiteatri di Pa- 
lermo. Quante delizie egli vi ha, che Dio gli tolga 



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— 107 — 

di goderne! Quante palazzine e capricciose costru- 
zioni e logge e vedette ! E quanti monisterì de 9 din- 
torni appartengono a lui, che n'ha adornati gli edifizi 
e largiti vasti feudi a' loro frati; per quante chiese 
egli ha fatte gettare in oro ed in argento delle 
croci! „ Tale era apparsa la metropoli della Sicilia 
all'arabo visitatore, che segnava il ricordo dell'abba- 
gliante visione nel suo Rahlat ài kinàni (1184-1185); 
tale apparve ancora agli occhi di Federigo. 

Fu questo adunque il paese che accolse il ger- 
moglio degli Hohenstaufen, ed in mezzo a tante me- 
raviglie di natura ed a tanto sorriso d'arte egli crebbe. 
E l'educazione sua fu quale poteva esser data in quel 
paese, in quel tempo, ad un discendente di Ruggero II. 

Tradizionale vogliono nella casa sveva il senti- 
mento che un principe al valore del braccio dovesse 
disposare elevata cultura; la trita sentenza che * un 
re illetterato è un asino coronato nf come aveva 
già sonato agli orecchi di Enrico III per bocca di 
Wippone, doveva più e più volte aver percossi quelli 
del Barbarossa ; noi sappiamo difatti che costui s'era 
data gran cura di educare diligentemente tutti i pro- 
pri figli. In Palermo alla tradizione sveva s'aggiunse 
la normanna, e le cure che ignoti maestri spesero 
intorno al monarca, aiutate dalla singoiar felicità del 
suo ingegno e dall'acume del suo intelletto, diedero 
mirabili frutti. 

Osserva il Huillard-Bréholles che i dotti mussul- 
mani, i quali si trovarono in relazione con Federigo II 
durante la crociata, attribuivano le sue molte e sva- 



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riate cognizioni di dialettica, geometrìa, medicina 
alle lezioni degli arabi di Sicilia; con ragione, ma 
troppo esclusivamente, a suo avviso, perchè (egli 
aggiunge) il prìncipe non fu meno versato nella 
grammatica e nelle lettere latine, grazie ai precettori 
cristiani, che diressero la sua prima educazione; nè 
è credibile che il pontefice, al quale Costanza, mo- 
rendo, aveva affidato la tutela del figlio, abbia tolle- 
rato che intorno a lui più forti delle cristiane fossero 
le influenze saracene. Non vogliamo certo togliere 
valore alle opinioni d'uno storico, il quale ha dei suoi 
studi sull'epoca federìciana lasciato così memorabile 
monumento nella Historia diplomatica Frederici II; 
ma pur ci è forza discostarci alquanto da lui su questo 
punto. A noi sembra invece indubitato che fin dai 
primi tempi la influenza araba abbia soverchiato nel- 
l'educazione di Federigo II la cristiana. Sta bene che 
Innocenzo III si prendesse a cuore la istituzione del 
giovinetto pupillo; ma la Sicilia era ben lontana da 
Roma! E quando si pensa che nella reggia di Pa- 
lermo mantenevansi completamente orientali i co- 
stumi; che Federigo II dovette trovarvisi ancora cir- 
condato da quella moltitudine di servi e di paggi 
arabi, di * mamalucchi „, direbbe il Villani, che, 
sebbene di nascosto, professavano la loro religione, 
come ai tempi di Guglielmo il Buono; che Fede- 
rigo stesso si contenne sempre come un sultano, te- 
nendo gelosamente rinchiuse le proprie mogli, affi- 
dandone la custodia ad eunuchi, mantenendo un vero 
serraglio di donne, che lo seguivano in tutte le sue 



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spedizioni; come non ammetteremo che anche per 
la parte intellettuale il sapere d'Oriente non abbia 
predominato sull'occidentale e che a questo predo- 
minio non si debba la varietà grande di cognizioni, 
la singolare larghezza di vedute, ond'egli si segnalò 
sovra ogni prìncipe del tempo? 

Ma comunque sia di ciò; tutti si accordano gli 
storici nel celebrare l'eccellenza del suo ingegno e 
la vastità della sua dottrina; tutti, ripeto, gli storici; 
vale a dire (ciò che è significante), così gli amici 
come i nemici. Mentre v'è discrepanza tra loro sulle 
doti fisiche di lui, perchè taluni lo dicono di persona 
poco prestante, altri invece affermano l'opposto ; una- 
nime appare il consenso loro nel lodare le sue qualità 
intellettuali. Ascoltiamo Salimbene, nel quale non si 
può davvero sospettare eccesso alcuno di tenerezza 
per l'imperatore incredulo e nemico dei frati minori: 
egli, benché di mala voglia, ne confessa i pregi: 
" Fu valentuomo qualche volta, quando volle metter 
in mostra le proprie virtù e cortesie, pieno di festi- 
vità, giocondo, amante delle delicatezze, industrioso: 
seppe leggere e scrivere e cantare e trovare can- 
zoni e cantilene. Seppe parlar altresì molte e va- 
rie lingue; insomma, se fosse stato buon cattolico, 
pochi avrebbero potuto al mondo pareggiarsi a 
lui. 9 Ascoltiamo anche Giovanni Villani, neppur 
egli al certo fervido partigiano del " secondo vento 
di Soave „: * fu uomo di gran valore e di grande 
affare, savio di scrittura e di senno naturale, uni* 
versale in tutte le cose; seppe la lingua latina e 



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— no — 



la nostra vulgare, e tedesco, francesco, greco e 
saracinesco e di tutte virtù copioso 9 , E se inter- 
roghiamo poi Francesco Pipino, Niccolò di Jara- 
silla, fautori ed avversari, il giudizio su di lui risul- 
terà pur sempre uguale : sempre favorevole al suo 
ingegno, alla sua scienza, a quella particolare agilità 
di mente che gli concedeva di imparar a perfezione 
anche ogni arte meccanica, della quale si fosse oc- 
cupato. 

Egli è -ben naturale che in un uomo a cui la na- 
tura era stata prodiga di tante doti, che l'educazione 
aveva affinate e rese più squisite, dovesse bentosto 
manifestarsi una libertà geniale di pensiero, una va- 
stità di vedute, che lo dovevan portar soprattutto ad 
apprezzare meglio che le sottigliezze formali d'una 
fìlosoiia f quale era quella allora in voga in Occidente, 
ancella umile della teologia, quel complesso d'idee 
audaci che costituivano il fondo della scienza araba; 
e che, quand'egli prese parte al conflitto delle opi- 
nioni e de' sistemi, abbia senza esitazione posto il 
piede su quella strada, la quale consiste, come è 
stato giustamente osservato, " non già nel professare 
piuttosto una che un'altra dottrina scientifica, ma nel- 
l'esaminarle tutte, nel farle tutte oggetto di studio 
e di discussione ». 

Di cotesta tendenza, che dà a Federigo II un luogo 
addirittura eminente nella storia dell'età di mezzo, noi 
verremo adesso recando innanzi parecchie prove, 
accennando dapprima in generale ai benefici di cui 
la scienza gli va debitrice per averne promosso il 



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culto con singolarissimo ardore, e quindi esaminando 
la parte personale, ch'ei prese all'incremento degli 
studi, sia col farne oggetto della propria attenzione 
sia col raccogliere intorno a sè tutti coloro che al 
suo nobile proposito potessero efficacemente prestare 
aiuto e favore. Poiché l'influsso esercitato dal grande 
imperatore sulla cultura non solo italiana, bensì ad- 
dirittura europea, è riconosciuto da tutti grandissimo, 
noi trattandone avremo occasione non trascurabile 
di delineare dapprima un ritratto abbastanza fedele 
della mente del figliuolo di Costanza imperatrice; e 
dipingere quindi; cosa che merita anch'essa di venir 
fatta con maggior diligenza di quanto ve n'abbiano 
spesa d'attorno fin qui gli storici nostri; la varia e 
caratteristica moltitudine, onde fu costituita la sua 
corte letteraria. 

Incominciamo dal ricordare uno de' maggiori ti- 
toli che Federigo si sia acquistato verso la scienza, 
e cioè i nobili sforzi da lui fatti per volgarizzarla, per 
renderne a tutti accessibile la cognizione. Onde con- 
seguir tale risultato, alle scuole egli rivolse innanzi 
tutto le sue sollecitudini. Un cronista contemporaneo, 
conosciuto sotto il nome, ora contrastatogli, di Nicolò 
di Jamsilla, che narrò le ultime vicende del suo 
regno ed i fatti di Manfredi, dopo aver lodato il prìn- 
cipe per la grandezza dell'animo, che l'avrebbe por- 
tato a compiere imprese audacissime, ove, a raffre- 
narne gli impeti, non fosse soccorsa la filosofia, di cui 
ebbe piena la lingua e il petto, sostiene che prima 
di lui nel reame di Sicilia pochi o punti erano i let- 



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— 119 — 



terati, e che egli fondò in tutto lo stato scuole delle 
arti liberali e d'ogni scienza di culto meritevole, pre- 
ponendovi dottori, chiamati da ogni parte e com- 
pensati con generosi stipendi. a Nè soltanto verso 
i maestri egli si mostrò liberale — così continua 
il cronista — ma eziandio verso i discepoli; dei 
quali allievò spesso l'indigenza con opportune largi- 
zioni, in guisa da permettere a chiunque, ad onta 
che la fortuna 1' avesse fatto nascere in povero 
stato, di accostarsi agli studi „. Or può darsi che il 
Jamsilla, o chi altri egli sia, abbia esagerato alcun 
poco nel dipingere così triste la condizione delle 
lettere in Napoli ed in Sicilia durante la minorennità 
di Federigo; benché riesca naturale ammettere che 
le funeste vicende per le quali passò il regno dopo 
la morte di Guglielmo II, abbiano influito sinistra- 
mente sopra la sua cultura; ad ogni mòdo egli non 
esagera in alcun modo laddove dà conto dell'opera 
restauratrice di Federigo. Noi sappiamo difatti come 
a lui debbano la loro risurrezione o la loro creazione 
le più grandi istituzioni scientifiche che abbia van- 
tate l' Italia meridionale : la scuola di Salerno cioè e 
l'università di Napoli. Certo la prima esisteva già 
da gran tempo; aveva anzi alcuni secoli prima toc- 
cato l'apice della fama. Poi era a poco a poco andata 
declinando, ed è merito di Federigo II l'averle in- 
fuso autorità nuova e nuovo vigore, decretando che 
da essa soltanto potessero uscire i medici, autorizzati 
a praticare nel reame l'arte loro. In quanto poi al- 
l' università di Napoli, questa fu realmente fondata 



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— H3 — 

da lui nel 1224, quando, riorganizzate le scuole 
sparse in tutto il regno, ridusse queste a modeste 
proporzioni, riserbando a quella sola il monopolio 
dell' insegnamento superiore. Aperta nel 12134 a tutti 
gli italiani, l'università napoletana sostenne aspre 
battaglie, fu soppressa da Corrado, ristabilita da 
Manfredo, e raggiunse quindi sotto gli Angioini quella 
grandezza, che conservò sempre fino ai dì nostri, in 
cui è ancora il focolare di scienza del Mezzogiorno 
tutto. 

Un altro complesso di prove non meno notevole 
dell'interesse con cui Federigo II invigilò il progre- 
dire della scienza, scaturisce da que' fotti i quali ce 
lo mostrano intento a schiudere, calcando le vestigia 
gloriose degli avi normanni, vie nuove al pensiero 
occidentale, rivelandogli fonti fin allora ignote di sa- 
pienza antica. Per conseguire siffatt'intento egli ricorse 
ai mezzi stessi, di cui già s'erano serviti i Ruggeri ed 
i Guglielmi, vale a dire alle versioni dall'arabo e dal- 
l'ebraico. E perciò con grande studio si diè a ricer- 
care que 9 dotti, i quali per avere cognizione di lingue 
orientali potessero essergli di valido aiuto. Fra co- 
storo, che furono parecchi, va innanzi tutto ricordato 
Michele Scoto. Grazie a costui, l'Europa conobbe per 
la prima volta la grande opera di Ibn Sinà (l'Avi- 
cenna dell'Occidente), nella quale il filosofo arabo 
aveva fuse le tre opere di Aristotele sopra la storia 
degli animali. Allo Scoto Federigo dette pure l' in- 
carico di tradurre altri libri così d'Aristotele come 
di vari filosofi arabi e greci; e son quelli appunto 

8 



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— «4 — 

che tra il 1230 ed il 1232 V imperatore mandò poi in 
dono alle università di tutt' Italia, accompagnando il 
prezioso omaggio con una epistola meritamente di- 
venuta celebre. 

* Ecco a voi; scrive in essa Y imperatore; per 
nostra provvidenza sono presentati alcuni libri che 
il sollecito studio dei traduttori con fedele linguag- 
gio potè condurre a fine, a voi, come ad alunni pre- 
clari della filosofia, dai petti de" quali scaturiscono 
fiumi di scienza. Voi pertanto, o uomini dotti, che 
daHe antiche cisterne attingete con sagace consiglio 
acque freschissime, che approntate alle labbra siti- 
bonde liquori più dolci del miele, accogliete cotesti 
volumi come un dono di Cesare amico ». 

Ma oltrecchè i traduttori latini, al pari dello Scoto, 
Federigo II spronò e spinse al lavoro anche gli ebrei; 
ai quali, come è risaputo, già s' era dovuta buona 
parte delle traduzioni d'opere greche in latino, poi- 
ché la cognizione dell'arabo concedeva loro di far* 
sene interpreti. Noi possediamo così talune opere di 
Averroè tradotte da un ebreo provenzale, chiamato 
Jacob-Ben-Abba Mari. Costui nel 1231 volse pure 
dall'arabo in ebraico il compendio àt\Y Almagesto di 
Tolomeo, e Tanno appresso il commentario d 9 Averroè 
sopra quattro trattati d'Aristotele e V Isagoge di Por- 
firio. Alla fine del suo lavoro, oggi ancora conser- 
vato in molti manoscritti, il traduttore cosi rende 
grazie alla maestà dell'imperatore : * Quand'io avrò 
terminato di rivedere questo libro, intraprenderò 
la versione dei rimanenti coli 9 aiuto di Colui che 



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— ii5 — 

arreca soccorso air indigente, di Colui che ha posto 
in cuore al nostro signore, l'imperatore Federigo, 
l'amore verso la scienza e verso i cultori di essa; 
che l'ha reso benevolo verso di me a segno da 
provvedere a tutte le necessità mie e della mia fa- 
miglia. Voglia Iddio manifestare in lui tutta la sua 
clemenza ed elevarlo al di sopra di tutti i re della 
terrai , 

Quelle relazioni, che Federigo II aveva fin da 
giovane strette coi principi maomettani, che domina- 
vano il litorale africano e poi col sultano stesso ; re- 
lazioni che gli furono tante e tante volte rimprove- 
rate dai papi, e dalle quali sorse in gran parte quella 
fioritura di voci bizzarre intorno alla sua miscredenza, 
alla sua propensione per la fede di Maometto; gli 
riescirono in ogni tempo carissime, non solo perchè 
gli offrivano maniera d'appagare i desideri sempre 
rinascenti in lui di far incetta d'animali rari, di pietre 
preziose, di oggetti peregrini e curiosi; ma anche 
gli davano modo di porsi a contatto col mondo mus- 
sulmano, mondo chiuso a tutti gli occidentali, nel 
quale però svolgevasi una meravigliosa fioritura let- 
teraria, filosofica, scientifica. Informato dai suoi emis- 
sari di quanto avveniva in Africa, in Spagna, nel- 
l'Arabia, Federigo II conosceva pur anche quali nuovi 
sapienti vi acquistassero grido, e man mano che udiva 
parlare di celebrità prima ignote, voleva conoscerle, 
sottoporre loro dubbi e problemi. Noi sappiamo così 
per notizie date dal Renan al Huillard-Bréholles che 
un ebreo spagnuolo del secolo XIII, Juda Cohen-ben- 



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— H6 — 



Salomon, celebrato fin da fanciullo per la sua prodi- 
giosa dottrina, ricevette -a Toledo, dov'egli viveva, 
una lettera dell' imperatore in cui gli sottoponeva un 
problema di geometria, e che egli vi rispose con 
uno scrìtto che inserì più tardi in un'enciclopedia 
filosofica chiamata Medras Chochmà (Inquisito Sa- 
pientiae). Ma assai più eloquente testimonianza del- 
l'abitudine di Federigo di scandagliare i dotti arabi 
del suo tempo sopra materie scientifiche, noi tro- 
viamo in un'opera intitolata Le questioni Siciliane del 
filosofo arabo Ibn Sab'in, della quale fu primo il dot- 
tissimo nostro orientalista Michele Amari a mettere in 
luce l'importanza singolare per la storia della filosofia. 

Ibn Sab'in, come afferma l'Amari, che ne ri- 
cercò accuratamente la vita avventurosa e gli scritti, 
è un filosofo, il quale, sebbene rimasto quasi ignoto in 
Occidente, conquistò invece nell'Oriente fama non mi- 
nore d'Averroè e d'Avicenna. Nato a Murcia nel 614 
anno dell'Egira (1217-18 di Cristo), da nobile famiglia, 
già a quindici anni egli faceva meravigliare i filosofi 
arabi, pubblicando uno scrìtto intitolato: La separa- 
zione delle cognizioni. Il grido suscitato intorno a lui da 
questa prima sua fatica andò poi sempre crescendo; 
ma insieme alla fama della sua dottrina si sparse quella 
ch'egli era infetto di zindikismo, cioè a dire, ch'era 
incredulo e scettico in filosofia. Godere simile fama in 
Oriente era pericoloso: il fanatismo maomettano non 
meno feroce e cieco si appalesava difatti allora del cri- 
stiano; e se Catari e Patarini ardevano qui sui roghi, 
non meno spesso altri eretici perdevano la vita in Siria 



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— ii 7 - 

ed in Spagna. Fatt'è che, malgrado il suo prodi- 
gioso sapere, Ibn Sab'in, fatto segno dell'odio de' 
bacchettoni, condusse vita errabonda, peregrinando, 
sempre minacciato, dalla Spagna in Africa, da Ceuta 
a Bugia, da Bugia a Tunisi, quindi in Oriente. Cu- 
rioso a dirsi, fu soltanto alla Mecca ch'egli trovò ri- 
poso; ma, stanco della vita, a soli cinquantacinque 
anni, il 19 maggio 1271, egli si fece aprire le vene 
e spirò, come Seneca, l'anima invitta. 

Ibn Sab'in si trovava, tra il 1237 ed il 1242 al- 
l' incirca, in uno de' suoi primi rifugi, cioè a Ceuta, 
quando gli furono dal califfo comunicate alcune que- 
stioni filosofiche che Federigo II gli aveva fatte te- 
nere. Questo principe le aveva già inviate una prima 
volta in Oriente (così ci narra Ibn Sab'in stesso), 
senza trovare alcuno che fosse in grado di dargliene 
una spiegazione che lo soddisfacesse. Dopo avere 
tentato vanamente i dotti dell' Egitto, della Siria, del 
Yemen, Federigo II udì parlare d'Ibn Sab'in e volle che 
con lui si rinnovasse la prova. Il filosofo accettò l'invito 
e le risposte da lui mandate a Federigo costituiscono 
appunto l'opera sua, le Questioni siciliane, che si 
conservano oggi in un codice d'Oxford, forse unico. 

Le domande dell' imperatore, delle quali Ibn Sab'in 
ci ha conservato il tenore, erano sei. Eccone il con- 
tenuto : 

1) Il savio Aristotele in tutti i suoi scritti enunzia 
chiaramente l'esistenza del mondo ab aeterno. Non 
si può dubitare che tale fosse la sua opinione. Tut- 
tavia se l'ha dimostrata, quali sono i suoi argomenti? 



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E se non l'ha dimostrata, di qual genere è il suo 
ragionamento a tal proposito? 

2) Quale è il fine della scienza teologica? E 
quali sono le teorie preliminari, indispensabili a co- 
testa scienza, posto che essa abbia teorie preliminari? 

3) Che cosa sono le Categorie? Come esse ser- 
vono di chiave nelle diverse branche delle scienze 
fino alla concorrenza del loro numero, che è di dieci? 
Qual è realmente il numero loro? Può questo essere 
allargato o ristretto? Ed infine come si prova tutto 
questo? 

4) Quale è la natura dell'anima? Quale l'indizio 
della sua immortalità? È dessa veramente immortale? 
E dove il savio Aristotele si trova egli in opposizione 
con Alessandro d'Afrodisia? 

Come corollario poi di quest' ultima richiesta par 
che Federigo II avesse domandato un' interpretazione, 
non simbolica, ma letterale d' un versetto del Corano 
che suona: * II cuore del credente è tra due dita 
del Misericordioso (cioè del Signore) „. 

Nelle risposte, che Ibn Sab'in diede a queste do- 
mande, noi rinveniamo un curioso impasto di sapere 
e di finezza, di pedanterìa, di fanatismo e d'inso- 
lenza. Il dotto arabo non risparmia le impertinenze 
all'imperatore; a cagione della forma inesatta della 
terza delle sue questioni, giunge persino a dirgli che 
egli " appartiene alla folla degli uomini che mancano 
d' intelligenza o al numero degli interroganti che 
non sanno spiegarsi „; poi afferma altamente che 
egli non risponde se non nella speranza di con ver- 



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- 119- 
tire Federigo alla verità; e noi sappiaci d'altra parte 
che egli respinse così il compenso profferte dall'im- 
peratore a chi gli avesse dato risposta, come anche 
i nuovi doni ch'egli gli mandò. Commiste però a tante 
proteste di ortodossia, noi troviamo delle frasi che di- 
struggono tutto l'effetto di quelle dimostrazioni. Così, 
dopo aver affermato che non v'è altra scienza teo- 
logica se non la dottrina di Maometto e il Corano, 
Ibn Sab'in soggiunge ch'egli ha detto all'imperatore 
tutto ciò che amava sapere, ma che tuttavia sarebbe 
meglio potesse discorrer seco a quattr'occhi. Chè se 
Federigo non può venir da lui, gli mandi persona 
istrutta nella scolastica, oppure un uomo di tutta 
sua confidenza, al quale possa scrivere tutto ciò che 
riguarda a fondo il soggetto. Ed aggiunge: * Or 
siccome in questi paesi, quando si tratta di simili 
cose, gli spiriti sono più taglienti che spade o for- 
bici, cosi un' altra volta fa in modo di porre le tue 
questioni in forma più oscura e più difficile a com- 
prendere. Nello stesso tempo ogni qualvolta che 
tu t'abbatta a discorrere di simigliami cose con ta- 
luno di que' filosofi mussulmani, dottori da strapazzo, 
che considerano coteste questioni come assurde e 
coloro che le trattano come pazzi, sta bene in guar- 
dia. Se que' filosofastri de' quali ti parlo, avessero 
la certezza eh' io ti ho risposto appieno, essi mi 
riguarderebbero con quell'occhio stesso con cui mi- 
rano le questioni ; e poi Iddio nella sua bontà e 
potenza mi permetterebbe di cavarmela, forse sì e 
forse no 9 . 



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— 120 — 



Queste parole d' Ibn Sab'in ci dànno la chiave del 
suo curioso contegno verso Federigo II e del con- 
trasto bizzarro che s'appalesa nelle Questioni siciliane. 
Le domande dell'imperatore erano state divulgate in 
Oriente come una sfida che la sapienza cristiana lan- 
ciava all'araba; Ibn Sab'in, assumendo l'incarico di 
rispondervi, non volle soltanto mostrare la propria 
superiorità, ma anche quella della sua religione. Sa- 
pendo d'esser veduto con sospetto dai maomettani 
ferventi, egli volle far pompa d'ortodossia e quindi, 
rispondendo a Federigo, si mostrò convinto credente. 
Però la preoccupazione di dissipare la diffidenza che 
lo circondava, non giunse in lui fino al punto da fargli 
nascondere interamente di fronte all'imperiale corri- 
spondente, che egli non la pensava in tutto e per 
tutto come i suoi correligionari; di qui l'invito al prin- 
cipe di procurargli modo di dirgli schietta la verità. 
Ibn Sab'in volle così raggiungere due intenti; ma 
se riuscì ad ingraziarsi l'imperatore, non pervenne 
ad abbonire i bigotti: costoro non si lasciarono co- 
gliere all'amo, lo perseguitarono vivo, e morto lo 
dissero sprofondato in quella Gehenna, dove l'aspet- 
tava il suo imperiale interrogatore. 



II. 

Quando Dante, attraversando il * cimitero „ d'Epi- 
curo e de' suoi folli seguaci, la grande campagna, 

Piena di duolo e di tormento rio, 



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Google 



— lai — 



interroga sui suoi compagni di pena l'ombra di Fa- 
rinata, questi non gliene rammenta che due: Fede- 
rigo II ed il cardinal Ubaldini: 

Qua entro è lo secondo Federico 

E '1 Cardinale.... e degli altri mi taccio. 

• 

La condanna, pronunciata dal grande poeta contro 
Cesare, verso il quale egli nudrì certamente, ne ab- 
biamo le prove, ossequio schietto e profonda ammi- 
razione, è dessa giustificata? Ecco un problema sul 
quale è necessario, prima che procediamo più oltre, 
fermar la nostra attenzione. 

Che l'Alighieri, seppellendo per sempre dentr'uno 
di que' tormentosi avelli, u si del tutto accesi Che 
" ferro più non chiede verun'arte „, colui per il quale 
ben altra tomba erasi apprestata in Palermo sotto le 
volte della Cattedrale, abbia ceduto all'opinione co- 
munemente tenuta dai contemporanei, non par da 
mettere in dubbio. Quanti sono storici del tempo 
concordano difatti nel narrare che notoria fu l'incre- 
dulità dell'imperatore; tanto più riprovevole, perchè 
accoppiata ad una licenza, ad una dissolutezza, tutt'af- 
fatto orientale, di costumi. Tale è per esempio l'av- 
viso del Villani: * In tutti i diletti corporali si volle 
abbandonare e quasi vita epicurea tenne, non fa- 
cendo conto che mai altra vita fosse. E questa fue 
l'una principale ragione, perchè egli venne inimico 
di S. Chiesa e de' chierici M . Frate Salimbene va, 
al solito suo, anche più in là: * Erat enim epycu- 
reus, egli scrive, et ideo quicquid poterat invenire 



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in divina Scriptura per se et sapientes suos, quod 
faceret ad ostendendum quod non esset alia vita 
post raortem, totum inveniebat E passando, com'è 
pur suo costume, agli aneddoti, ei riporta la voce 
corsa che una volta, chiuso un uom vivo in una botte, 
vel lasciasse morire, per mostrare che davvero al 
corpo T anima non sopravvive. Ben si comprende 
che ad un uomo, sul conto del quale si buccinavano 
siffatti racconti, fosse attribuito un odio cieco contro 
la religione cristiana e le sue cerimonie; tantoché 
egli sarebbe arrivato ad affermare essere l'Eucaristia 
una * truffa „ una buffonata. Si volle ancora che 
in odio a Cristo, Federigo avesse fatto celebrare le 
lodi di Maometto dentro al tempio stesso di Geru- 
salemme; e chi ripeteva siffatta storiella, non pro- 
vava poi difficoltà ad asserire contemporaneamente 
che l'imperatore non teneva in minor dispregio l'isla- 
mismo di quello che avesse il cristianesimo! 

Coteste dicerie, coteste fole, alimentate dalla infa- 
ticabile animosità di tutti i nemici di Federigo II, ma 
singolarmente poi dei frati minori e predicatori, che, 
approfittando della loro grande influenza sulle plebi, 
non lo risparmiarono mai, difficilmente avrebbero rag- 
giunta però quell'intensità e quella gravità che con- 
seguirono, ove la Chiesa stessa non se ne fosse fatta 
la divulgatrice, servendosene come d'arma formidabile 
contro il detestato avversario. Quando infatti nel 1239 
Gregorio IX deliberò di scomunicare Federigo, tra 
gli altri capi d'accusa ch'egli gli rivolse, tutti più o 
meno politici, questo ancora ebbe a scagliargli contro, 



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— las- 
che il * re di pestilenza n aveva da sè stesso rive- 
lata la propria scelleraggine coll'empia affermazione 
che il mondo era stato ingannato da tre ciurmadori 
(baratores), Mosè, Cristo e Maometto; de' quali due 
erano morti gloriosamente, mentre al terzo era toc- 
cata la mala ventura di finir appiccato ad una croce. 
* A quest'eresia (continuava il pontefice) egli ha 
aggiunto un'altra non meno grave, che cioè sono 
tutti pazzi coloro i quali stimano Gesù nato da una 
vergine, perchè niuno può esser concepito se non 
nel carnale congiungimento d' un uomo con una 
donna. Nè l'uomo deve credere se non quelle coàe 
ch'egli può provare mercè la forza e la ragione 
della natura n . 

A sì esplicite accuse d'empietà e d'eresia, violen- 
temente lanciate contro di lui da Gregorio IX in una 
enciclica diretta a tutti i prelati ed i principi d'Europa, 
Federigo oppose una non meno esplicita e violenta 
smentita con quella lettera ai Cardinali, che put>- 
blicò pochi mesi dopo la comparsa della circolare 
papale. * Alle altre sue favole; vi dice Federigo; 
il falso Vicario di Cristo questa pure frammischiar 
volle, che Noi non veneriamo come si conviene la 
religione di Cristo, e che abbiamo detto essere il 
mondo stato sedotto da tre ciurmatori. Tolga il 
cielo che siffatta bestemmia sia uscita mai dalle 
nostre labbra! Chè noi apertamente confessiamo 
esistere il figliuolo di Dio, coeterno e coeguale 
del Padre e dello Spirito Santo, Gesù Cristo, si- 
gnor nostro, generato prima che il mondo fosse 



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- I2 4 — 

e poi mandato in terra per salvezza del genere 
umano „. 

Ora qual valore devesi attribuire a cotesta pro- 
testa d'ortodossia che — si badi — non fu la prima 
nè la sola che Federigo facesse? È davvero da rele- 
gare anche la forinola famosissima de' tre impostori, 
tra le molte favole che si diffusero, come abbiamo 
or ora accennato, intorno all'imperatore, fomentate 
e moltiplicate dalla malignità degli uni, dall'ignoranza 
degli altri? Occorre qui fare una distinzione. 

La leggenda tramutò ben presto il detto attri- 
buito a Federigo II in qualcosa di più concreto 
e preciso: essa narrò, cioè, che o egli stesso, il 
monarca, o per suo incarico Pier della Vigna avesse 
scritto e divulgato un libro intitolato De tribus impo- 
storibus, all'intento di mostrare che le religioni ebraica, 
cristiana, maomettana erano ugualmente fondate sul- 
T impostura. Ora questa diceria, propagatasi attra- 
verso tanti libri e ripetuta per tanti secoli, dalla 
critica moderna è stata chiarita del tutto falsa ; il fa- 
moso libro De tribus impo storibus, attribuito via via 
a Federigo II, a Pietro Aretino, a Tommaso Cam- 
panella, a cent'altri in voce di pensare liberamente, 
non è esistito mai. Ma, messo questo in sodo, noi 
dobbiamo confessare che sarebbe temerità la nostra, 
ove affermassimo che Federigo II, smentendo così re- 
cisamente e brutalmente il pontefice, dicesse il vero. 
La formola famosa dei tre impostori è senza dubbio 
assai più antica di lui; prima che da lui si volle in- 
vero profferita dall'avolo suo, il Barbarossa, e con 



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- "5 - 

maggiore ragione certo che ad entrambi si attribuì a 
quel filosofo u che il gran commento feo ad Averroè. 
Come difatti scrive giustamente E. Renan in quel suo 
un po' fantastico, ma ad ogni modo erudito ed impor- 
tante volume sopra Ibn-Roschd e la sua scuola, che 
s' intitola Averroès et l'Averroisme (§ XV, p. 292 sg.), 
la filosofia d'Averroè è un'interpretazione assai libera 
delle dottrine aristoteliche, la quale si riduce infine 
alla negazione del soprannaturale, de' miracoli, degli 
angeli, de' demoni, dell'intervento divino; di conse- 
guenza dunque alla spiegazione delle religioni e delle 
credenze morali mediante l'impostura. Di qui appunto 
esce fuori la formola dei tre impostori, la quale ci 
rappresenta le condizioni di scetticismo in cui il pen- 
siero dell'Oriente era caduto e doveva presto piom- 
bare anche l'Occidentale. 

Prima che la cognizione della filosofia araba si fosse 
infatti diffusa in Europa, la coscienza cristiana riposava 
tranquilla nella credenza di quello ch'essa riteneva il 
vero: che una sola fede cioè esistesse, la sua: quella 
di Cristo, che aveva distrutta la mosaica e ne aveva 
preso il luogo. La tradizione giudaica si considerava 
come finita coll'avvento del Messia: la chiesa di Cristo 
aveva tolto la corona dal capo alla Sinagoga. In quanto 
all'Islamismo, la leggenda fiorita intorno a Maometto 
faceva di esso nulla più che un'eresia; discepolo di 
un cardinale, il falso profeta aveva voluto vendicarsi 
della Chiesa romana, provocando uno scisma. Ma 
quando i rapporti dell'Occidente coll'Oriente si rial- 
lacciarono di nuovo, quando soprattutto le Crociate 



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-ir- 



ebbero dato vita ad un novello e così intenso rimesco- 
lamento di elementi etnici, fin allora gli uni agli altri 
ignoti, questo modo di concepir e di spiegare l'esistenza 
delle tre religioni per necessità modifìcossi e disparve, 
i legami che le stringevano l'una all'altra non riusci- 
rono più così chiari ; e la sicurezza che la mente cri- 
stiana manteneva d'esser sola depositaria del vero, 
vacillò. Questo primo stadio del dubbio è estrinse- 
cato mirabilmente nella parabola dei tre anelli, certo 
ebraica in origine, poi cristianizzata, alla quale la tra- * 
dizione orale dapprima, quindi la poesia de' trovieri 
ed infine la prosa del Boccaccio dovevano dare tanta 
popolarità. Ma dal dubbio nasce inevitabilmente l' in- 
credulità, e come quello è dalla parabola dei tre 
anelli raffigurato, così questa nella forinola novissima 
dei tre impostori ritrova la sua esplicazione. L'abbia 
o no, cotesta formula, escogitata Averroè, essa non 
è per questo men sua, giacché riassume e sintetizza 
il suo pensiero intorno a tutte le religioni. Or se 
noi riflettiamo all'autorità grandissima conseguita da 
Averroè, all'influsso ch'egli esercitò sulla tradizione 
aristotelica, al culto che Federigo II nutrì fin da gio- 
vane per la sapienza orientale, culto che si manifesta 
così nello studio delle opere da essa prodotte come 
nella bramosìa colla quale cercò sempre di mettersi 
in rapporto coi dotti arabi (le Questioni siciliane ne 
dànno una prova luminosa) ; come negheremo noi che 
l'accusa rivolta da Gregorio IX a Federigo non abbia 
fondamento? Può darsi che dalla bocca di Cesare, 
il quale però fu spirito mordacissimo ed arguto, la 



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— 1*7 — 

irriverente parola non sia mai uscita; ma se egli non 
la pronunziò, il pensiero che la informava fu certo 
il suo; il papa non s'era ingannato. 

Dove invece si sono ingannati pressoché tutti gli 
scrittori di parte ecclesiastica; che Terrore sia stato 
commesso volontariamente o no adesso non ricer- 
cheremo; è stato nelP ammettere che Federigo II, 
come principe, abbia protetto lo scetticismo e l'in- 
differenza che in filosofia professava. In lui al con- 
trario P uomo si distingue nettamente dal sovrano, e 
le accuse mosse a quest'ultimo di voler abbattere la 
religione cristiana, d'assumere la parte d'Anticristo, 
sono del tutto false ed inventate per bisogno polemico. 
In realtà Federigo, riserbando a sè stesso la libertà 
di pensare come meglio gli piacesse, non ebbe mai 
come monarca la pretesa di voler nulla innovare in 
materia di fede e di dogma. Attesta ciò tra altri nu- 
merosi indizi la severità che confina addirittura colla 
crudeltà, di cui la legislazione sua diede prova contro 
gli eretici, a danno de' quali le sue costituzioni de- 
cretano pene oltremodo rigide e spaventose. L'ere- 
tico è stato da lui considerato come reo maggiore 
di colui che offende la maestà imperiale ; i roghi sui 
quali furono arsi in numero straordinario gli etero- 
dossi, non s'eran mai accesi nel Reame prima ch'egli 
lo possedesse. Quando la lotta contro i papi giunse 
al maggior grado d'acuità, Federigo non mutò si- 
stema, bensì si atteggiò a rivendicatore della purezza 
della primitiva tradizione cristiana, alterata dalla con- 
grega de' malignanti, dalla sinagoga degli ipocriti, co- 



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- iaB — 

m'ei chiamava la Curia romana; e coprì allora sotto 
il velo dell'ortodossia la guerra alla potestà temporale 
del papato. Fu egli il primo che gettasse quel grido 
di protesta contro gli abusi della Chiesa, che doveva 
ingigantire poi sempre più malgrado gli sforzi fatti per 
soffocarlo ; e ben si può dire che parole più roventi 
di quelle che uscirono dalla penna di Pier della Vigna 
nel 1245 non siano scese mai neppure dal calamo di 
Lutero. 

Se a tutto questo aggiungeremo che Federigo 
non omise mai alcun atto di devozione esteriore, il 
qual giovasse a conciliargli il rispetto delle moltitu- 
dini; che nel 1215 prese parte con fervor grande al 
trasporto delle ossa dì Carlo Magno in Aquisgrana, 
che beneficò la chiesa di S. Nicolò di Bari; che a 
Marburgo assistette alla recognizione delle reliquie 
di S. Elisabetta, e ne celebrò gli effetti prodigiosi ; 
che anche quando fu colpito di scomunica, non tra- 
lasciò le pratiche del culto, sia ascoltando la messa 
sia facendo predicar in suo cospetto nelle occasioni 
solenni sia comunicandosi; che infine, giunto al ter- 
mine di sua vita, volle morire come aveva vissuto, 
rappresentando cioè fino air ultimo la parte di so- 
vrano cattolico, assistito dall'arcivescovo di Palermo, 
rivestendo persino l' abito de' cisterciensi ; noi non 
potremo se non confermarci sempre più nell'opinione 
già espressa che egli, da consumato politico, volle 
mostrarsi sempre diverso in faccia al mondo di quel 
che realmente fosse; quale cioè doveva, secondo la 
tradizionale credenza, apparire un monarca, a cui dalla 



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— 199 — 

volontà celeste era direttamente derivato il sommo 
potere. Egli era un de' due soli dell' universo e se 
tentò d'oscurar V altro, fu unicamente perchè il pia- 
neta rivale mirava a privarlo d'ogni sua luce. 



III. 

Come in un principe così sagace, illuminato, scet- 
tico persino, in materia di religione e di scienza, 
quale fu Federigo II, abbia potuto allignare una scon- 
finata fiducia nell'eccellenza dell'astrologia, è cosa 
che può recare meraviglia soltanto a chi non conosca 
i tempi nei quali egli è vissuto. Benché combattuta 
aspramente fin dai tempi di Cicerone, in nome della 
ragione, e da quelli de' primi padri della Chiesa (e basti 
citare S. Agostino e S. Gregorio Magno) in nome della 
fede, la misteriosa scienza de' " matematici , aveva 
continuato ad esercitare nel medio evo la sua ir- 
resistibile attrazione così sugli spiriti deboli come 
sugli audaci. Gli uni infatti, incalzati dalla supersti- 
zione, di cui erano vittime designate, gli altri, solle- 
citati da quella sete di sapere che lor vietava di 
" star contenti al quia „ quanto durò l'età di mezzo 
e per buon tratto eziandìo della moderna, si affida- 
rono ciecamente alla vecchia arte de' Caldei, che 
ricercava i destini della umanità negli influssi pioventi 
dagli astri. Chè se per alquanti secoli gli studi astro- 
logici, come tutti i matematici in genere, parvero 

9 



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— 130 — 

trascurati in Occidente e Gerberto per la tintura che 
n'ebbe, acquistò presso di noi fama di mago, nel- 
l'Oriente invece continuarono ad esser coltivati con 
singolare fervore, giacché gli Arabi prima e poscia 
gli Ebrei non solo attinsero gli elementi della scienza 
degli astri dai libri greci e caldaici, ma fecero questa 
scienza stessa oggetto di lunghe indagini e d'indefesse 
esperienze. Perciò col rinnovarsi della cultura in Eu- 
ropa nel secolo XI, noi scorgiamo anche ravvivarsi 
l'amore per l'astrologia; sicché in breve la Spagna, 
focolare di siffatte discipline, vede giungere da ogni 
parte d'Europa dotti desiderosi di apprenderle ; e lo 
studio Toledano accoglie cosi Daniele di Morley come 
Adelardo di Bath, e prima di loro Gherardo da Cre- 
mona, il traduttore dell'Almagesto, il rinnovatore tra 
noi della scienza astronomica. 

Per tal guisa già nel secolo XII in ogni corte di 
principe, in ogni castello di feudatario prende dimora, 
ospite venerato e temuto, l'astrologo; il quale, mercé 
i suoi misteriosi ordigni, i suoi strumenti bizzarri, 
scopre gli arcani del futuro, sa trarre gli oroscopi 
delle nascite e delle morti e, sorvegliando le con- 
giunzioni delle stelle, addita ai suoi creduli signori 
il giorno, l'ora, il * punto „ in cui il cielo con- 
cede d'intraprendere una spedizione guerresca, di 
celebrare sotto lieti auspici una festa, una cerimo- 
nia solenne; regola insomma dietro le pretese in- 
dicazioni celesti ogni azione della vita pubblica e 
privata. Ed invano tuonano gli scrittori ecclesiastici 
contro la perversa dottrina che sostituisce alla di- 



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— 131 — 

vina provvidenza la forza cieca ed occulta di corpi 
inanimati e distrugge il lìbero arbitrio, affermando 
che l'uomo non opera se non per influsso di potenza 
arcana ed inevitabile; invano agli anatemi ed alle mi- 
nacce i moralisti aggiungono le beffe, provocate dai 
grossolani errori che commettono a volte astrologi 
più sfacciati che dotti ! Nè i rimproveri nè gli scherni 
valgono a scuotere la robusta fede che nell'arte ma- 
tematica ripongono principi e popoli, e l'astrologo 
rabuffato continua a regnare sopra coloro ai quali 
tutti si prostrano. 

Non dobbiamo dunque fare gran colpa a Federigo II, 
vissuto in tempi ne 9 quali la credenza all'astrologia 
era ancor tanto intensa, d'aver diviso gli errori co- 
muni, d f essersi circondato d' astrologhi, d' indovini, 
di maghi, e di non aver in niuna occasione di sua 
vita cessato dal regolare le proprie azioni dietro i loro 
precetti. Sebbene però di siffatta gente la corte sua 
fosse sempre piena, noi non conosciamo i nomi se non 
di pochi tra loro ; quelli dello Scoto cioè (dei cui rap- 
porti col monarca svevo tratterò quando che sia in 
uno speciale lavoro) e di un greco, maestro Teodoro, 
che godette grande riputazione di sapere. Costui alla 
corte di Federigo faceva un po' di tutto : redigeva in 
arabo la corrispondenza dell'imperatore coi sultani del 
Cairo, di Tunisi, del Marocco ; preparava de'sciroppi e 
degli zuccheri per la tavola imperiale (lo zucchero era 
allora una rarità in Occidente) e coltivava insieme le 
matematiche. Non ci è noto se la predizione, secondo 
la quale Federigo II sarebbe morto a Fiorentino, 



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— 13» — 

" presso le porte di ferro sia uscita dalla sua 
bocca; certo è però che a lui ricorreva sempre il 
monarca per responsi prima d'intraprendere qualsiasi 
affare d'importanza. Gli storici contemporanei ci hanno 
anzi serbato memoria esplicita di due circostanze in 
cui Teodoro fu consultato dall' imperatore : la prima 
volta, quando uscì da Vicenza per la breccia; la se- 
conda, quando lasciò nel 1239 Padova per capitanare 
in persona una spedizione contro i Trevigiani che si 
erano ribellati. Rolandino, il noto cronista padovano, 
dice che in quest'occasione Teodoro era salito sulla 
torre maggiore di Padova col suo astrolabio ed at- 
tendeva per dare il segnale della partenza il momento 
in cui Giove sarebbe entrato in Lione! 

Rolandino monaco accusa anzi qui maestro Teo- 
doro di essersi ingannato grossolanamente e d'aver 
affermata favorevole una congiunzione di pianeti, che 
non era allora nell'ordine possibile delle rivoluzioni 
celesti. Un'altra prova della fede cieca che l'impera- 
tore riponeva nelle puerilità dei maghi e degli astro- 
logi ci è offerta dall' autore di uno de' celebri ritmi 
sulla distruzione di Vittoria, la città da Federigo II 
fondata nel 1248, alle porte stesse di Parma da lui 
stretta d'assedio. Dando sfogo all'esultanza ch'ei prova 
per il trionfo de' suoi concittadini e la rotta toccata 
all'esercito imperiale, il poeta esclama: 

Artes et augurìa cessant Foderici, 
Sibi nolunt obsequi demones amici, 
Per quos emergencia solent sepe dici; 
Quia ccdunt manui Domini ultrici. 



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E poi aggiunge: 



Demon quem consuluit et cui obedit, 
Ipsum, uti meruit, punicndum dedit; 
Dum intcr Pancracium et Fragnanum sedit, 
Flagellat Pancracium et Fragnanum ledit. 

Donde risulta che dai nomi de* luoghi in cui Fede- 
rigo aveva gettato le fondamenta della sua città, egli 
aveva tratto favorevoli auspici. Del resto questo del 
dedurre buoni o cattivi prognostici dai nomi di luogo 
era altro degli insani pregiudizi allora vigenti. Ri- 
corderemo soltanto come anche sul conto di Ezzelino 
sia corsa una voce consimile; la madre sua, dice vasi, 
esperta indovina e dotta delle " magiche frodi „, ave- 
vagli predetto che la sua fortuna muterebbe in axa* 
num, sicché il fiero ghibellino evitò sempre con ogni 
cura Bassano veneto. Ma quando il 27 settembre 1259, 
stretto da ogni parte, come il Mussato racconta, chiese 
dov'ei fosse, saputo che trovavasi vicino a Cassano, 
si smarrì d'animo e si giudicò perduto: 

Heu Caxan Axan Basan 1 hoc lethum michi 
Fatale dixti, mater; hic finem fore. 

Ho nominato apposta il da Romano, perchè è oppor- 
tuno osservare come- tutti i signori d'Italia, i quali, 
vivo Federigo II, tennero le parti sue, abbiano condi- 
viso la sua passione per le scienze occulte e per l'astro- 
logia ; ed infatti al crudele Ezzelino, or rammentato, 
cui facean corona in Padova, nella sua reggia, mae- 
stro Salione, Riprandin da Verona, Guido Bonatti 



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— 134 — 

ed un Paolo, saraceno venuto da Bagdad, si può ag- 
giungere Guido da Montefeltro ed Uberto Pelavicino. 
Ed a Manfredi stesso, il quale ereditò dal padre come 
la propension per tutte le più alte manifestazioni intel- 
lettuali anche la debolezza per l'astrologia, si rivolse 
spesso dai contemporanei l'accusa di attendere alla 
magìa, e l'accusa è chiaramente formulata, a tacer 
d'altre testimonianze, in un ritmo, composto nel 1268, 
da un anonimo poeta guelfo per celebrare il trionfo 
di Carlo d'Angiò sopra l'aborrito Hohenstaufen : 

Matfredus qui magice nitebatur carte, 
Novit de qua Carolus serviebat arte. 

Un'altra ragione della preferenza così spiccata che 
Federigo II palesò sempre per gli studi astronomici 
(tantoché ebbe graditissimo il dono che il sultano, 
mentr'egli trovavasi in Palestina, gli inviò d'un grande 
padiglione astronomico), è da additare nella passione 
ch'egli nudrì in genere per le scienze matematiche, 
colle quali l'astrologia era strettamente connessa. 
Nelle matematiche infatti l' imperatore ricercò più 
volte uno svago alle gravi cure politiche dalle quali 
era senza tregua assediato. 

Non è difatti uno de' minori suoi titoli di gloria 
quello d'avere riconosciuto il valore del primo grande 
geometra del medio evo, che è stato insieme il primo 
algebrista dell'Occidente, Leonardo Fibonacci da Pisa. 
Costui, già celebre per il suo trattato dell'Abbaco, 
composto nel 1202, e la sua Practica geometriae, nel 
1230 dedicò all'imperatore un trattato de' numeri 



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— in- 
quadrati, di cui un solo ms. si conosce oggi: quello 
dell'Ambrosiana nostra, donde lo trasse e pubblicò 
nel 1854 il principe Boncompagni. Ora nel prologo 
premesso all'opera propria il Fibonacci rammenta a 
Federigo come nell'occasione in cui gli fu presentato 
a Pisa, avesse con un collega (maestro Giovanni da 
Palermo) disputato dinanzi a lui d'un argomento assai 
importante non solo per la geometrìa ma altresì per 
l'aritmetica: vale a dire se * fosse possibile .trovare 
un numero quadrato tale, che, sia aggiungendovi sia 
togliendovi 5, il risultato rimanesse sempre il me- 
desimo n . Il Fibonacci aggiunge che, riflettendo alla 
soluzione da lui data allora al problema, era riu- 
scito a risalire al principio, e che ora gli inviava il 
suo trattato, avendo saputo ch'ei leggeva il libro del- 
l'Abbaco, già da lui composto, e si dilettava di udir 
discutere dinanzi a sè problemi di geometria e di 
matematica. 

Non meno vivo del gusto per le scienze fu nel- 
P imperatore quello per la storia naturale. I contem- 
poranei ci narrano com'egli non risparmiasse spese 
nè fatiche pur di procurarsi animali rarissimi e sco- 
nosciuti: e questa sua passione era anzi giunta a 
segno da fargli metter insieme un vero e proprio 
serraglio, formato di fiere tutte ignote in Italia o per lo 
meno assai rare, come leoni, pantere, jene, cammelli, 
dromedari, falconi bianchi, ecc. Da parecchi tra questi 
animali egli si faceva anche seguire nei suoi viaggi 
incessanti, eccitando ammirazione e terrore nelle 
plebi; noi sappiamo così che i dromedari servirono 



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a trasportare i bagagli imperiali, quando Federigo 
nel 1225 si recò in Germania. In mezzo a tanti animali 
rari non mancava quello che allora produceva maggior 
stupore di tutti, un elefante, il quale era stato dato 
a Federigo dal sultano d' Egitto. I cronisti ricordano 
anzi con predilezione quest'animale, benissimo ammae- 
strato, che compariva sempre cosi in .guerra come 
in pace, nelle cerimonie solenni come nelle battaglie, 
recando sovra il dorso una torre di legno, sormon- 
tata dal gonfalone imperiale ed occupata ora da 
trombettieri ora da arcieri d'Arabia. L'elefante, donato 
dall'imperatore alla sua fedelissima Cremona, in se- 
gno di predilezione particolare, visse sulle rive del 
Po per più di due lustri, dal 1335 al 1248, nel quale 
anno mori, come dicono i cronisti locali, u per ab- 
* bondanza di umori Ed essi aggiungono altresì 
che i Cremonesi lo fecero seppellire nella lusinga che 
col tempo, secondochè voleva la popolare credenza, 
le sue ossa divenissero, come le zanne, d'avorio! 

A quanto attesta un racconto molto diffuso nel 
secolo XIII, oltreché nella storia naturale, il buon 
imperatore avrebbe posseduto pure speciale erudi- 
zione in materia di gemme e pietre preziose. L'anti- 
chità aveva attribuito già a queste ed a quelle singo- 
larissime virtù: e tale opinione erasi conservata in 
Oriente, donde tornò anzi in Europa ringagliardita 
per tutta l'età di mezzo. I Lapidari che ancora posse- 
diamo, tradotti i più dall'arabo o dal greco, ci descrì- 
vono minutamente le pietre più insigni e le loro virtù 
miracolose: talune rendono invisibili coloro che le 



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-im- 
portano indosso oppure li fanno invulnerabili, pre- 
servano dai veleni, dai morsi degli animali, dai con- 
tagi, procurano mezzi di provocare l'amore, di gua- 
rire gì' infermi, ecc. Di questa branca di scienza, un 
po' difficile a classificare, Federigo II ebbe grande 
perìzia : pure non tanta che altri noi superasse, come 
ci vien narrato dal Novellino. 

Il racconto è certo apocrifo, giacché, come è stato 
dimostrato da R. Kohler, si tratta d'una narrazione 
assai diffusa, e che certo correva per il mondo molto 
prima che Federigo II nascesse. Comunque sia di 
ciò, essa ci dà pure la conferma della fama che 
T imperatore aveva conseguito per la sua scienza > 
anche nell'Oriente lontano. 



IV. 

Noi siamo venuti fin qui enumerando ed analiz- 
zando le testimonianze che ci fanno conoscere la 
parte presa dall'imperatore Federigo II all'incremento 
della scienza ai giorni suoi, vuoi promuovendo nuove 
ricerche vuoi incoraggiando i dotti e proponendo loro 
premi ed onori. Ora ci rimane a toccare della parte più 
immediata e diretta ch'egli prese al movimento intel- 
lettuale del suo tempo, cioè dei saggi che egli stesso 
ci ha dato del suo ingegno e del suo sapere. Ma a 
questo punto è mestieri avvertire come sarebbe vano 
attendere da lui delle manifestazioni letterarie o scien- 



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-133- 

tifiche che uscissero da quell'ordine di studi che la 
società medievale credeva soli corrispondenti alla 
dignità ed all'educazione d' un principe. Ad onta della 
sua vasta dottrina quindi e della profondità del suo 
pensiero, Federigo II non ci presenta di veramente 
suo se non de 9 prodotti letterari, quali li troviamo 
dati da altri sovrani, prima e dopo di lui. 

Scrivendo a mezzo il secolo duodecimo quel libro 
cosi importante per la storia della civiltà e della cul- 
tura medievale in Europa, ch'egli intitolò PolicraHcus, 
Giovanni di Salisbury, laddove de' nobili del tempo 
suo tiene parola, esce a lamentare ch'essi facciano 
consistere tutta la sapienza loro nell'apprendere l'arte 
venatoria, nel conoscere con deplorevole maestria 
ogni sorta di giuochi ; nello smascolinare la voce ro- 
busta in effeminati gorgheggi; nel dimenticar infine 
a quale intento siano nati, deliziandosi ne' musicali 
esercizi. Or si noti qui curioso contrasto! Tutte le oc- 
cupazioni che il rigido moralista inglese giudica scon- 
venientissime alla schiera di coloro che le coltivavano; 
sembravano, al contrario, a costoro le sole che a cava- 
lieri si addicessero; e quegli studi liberali che Giovanni 
avrebbe voluto vedere in onore presso la classe feu- 
dale, erano per questa un argomento di spregio. Le 
sole " virtù , che l'istituzione cavalleresca voleva, 
per ciò che spettasse all'educazione intellettuale, svi- 
luppare nel giovine signore, erano, tolti casi partico- 
lari, queste, ed unicamente queste: doveva sapere 
di caccia, di musica, di giuoco. 

Ora in Federigo stesso, che per tanti rispetti ebbe 



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— *39 — 

grido del più compiuto principe, che ai suoi giorni 
vivesse, non potevano venir meno quelle che si 
consideravano essenzialmente come virtù cavallere- 
sche; ed infatti non solo esse non mancarono, ma 
brillarono in lui con particolare splendore. E innanzi 
tutto ei fu gran cacciatore, .e questa sua passione 
cercò non solo appagare, creando appositi parchi a 
raccogliervi fiere diverse, ma volle pur soddisfarla, 
coltivando la scienza venatoria in quella parte che 
per influsso dell'Oriente era venuta taaggiormente in 
fama durante il medio evo, cioè * la caccia al volo », 
che l'antichità aveva quasi del tutto ignorata. Non 
solo quindi egli fè incetta di quanti libri arabi e per- 
siani trattavano della falconeria e taluno fin allora 
ignoto fece tradurre in latino; tale fu il caso per i 
libri di Ghatrif e di Moamin di Persia; ma volle 
lasciare memoria non peritura della sua dottrina, 
compilando e pubblicando egli stesso un'opera nuova 
su tale argomento. È questo il trattato De arte ve- 
nandi cum avibus, sul quale spenderemo adesso poche 
parole. 

L'opera che l'imperatore divulgò sotto il proprio 
nome, non è già un semplice manuale di caccia ad uso 
de* falconieri, come tanti ne correvano allora, compi- 
lati da scrittori orientali ed occidentali, e tanti se ne 
composero anche in appresso; ma un vero e proprio 
trattato, messo insieme con criteri scientifici, nel quale 
si dà conto delle varie specie d' uccelli rapaci che si 
educano alla caccia, dell'arte d'addomesticarli, delle 
varie cure, che dovevansi avere per mantenerli sani; 



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— 140 — 

delle diverse cacce che con essi è dato eseguire vuoi 
in bosco vuoi in riviera. Quest'opera, di cui esistono 
parecchi e sontuosi manoscritti, che vanno anche 
adorni di miniature, rappresentanti le varie specie 
di sparvieri, falconi ecc., fu data alla luce per la 
prima volta nel 1596, colle aggiunte che Manfredi vi 
aveva inserite, e ristampata nel 1788; ma così la stampa 
originale come la seconda riuscirono assai poco cor- 
rette. Ad essa precede così nelle edizioni come nei 
codici un prologo in persona dell'imperatore stesso, 
nel quale questi espone gli intendimenti che lo spro- 
narono a scriverla. Incomincia infatti dal dichiarare 
che da lungo tempo egli vagheggiava il disegno 
ch'ora mette ad esecuzione, per ricondurre alla cogni- 
zione della vera arte venatoria coloro che s'eran fuor- 
viati dietro guide fallaci; ma che aveva atteso trenta 
anni per trovarsi in condizione di potere impartire ai 
suoi lettori un solido e perfetto insegnamento. Per 
giungere a ciò, egli non ha badato a fatiche nè a spese, 
e dopo essersi procurato tutti i libri di falconerìa fin 
allora divulgati, ha chiamato anche a sè non sine 
magnis dispendiis, dai più lontani paesi, coloro che 
avessero grido di maestri e dopo averli veduti ope- 
rare ha tenuto conto de' fatti e de' detti loro. In questa 
guisa egli è pervenuto a metter insieme un prezioso 
cumulo di materiali, da cui trarre il suo libro. Nè si 
meraviglino coloro che lo leggeranno; continua Fe- 
derigo; se qualche volta troveranno contraddette 
opinioni e affermazioni di Aristotele, princeps philo- 
sophorum. u Raro enim aut nunquam venaciones 



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— I4i — 

avium exercuit; set nos semper dtleximus et exer- 
cuimus. De multis vero quae narrat in libro anima- 
liura, dicit quosdam sic dixisse; set id quod quidam 
sic dixerunt, nec ipse forsan vidit nec dicentes vi- 
derunt... „. S'avvertirà qui la libertà di atteggia- 
mento, che Federigo II prende di fronte al mae- 
stro sommo; la voce dell'esperienza, contrapposta a 
quella dell'autorità in un tempo in cui la scienza, pur 
in materia di fenomeni naturali e di fatti visibili, pre- 
feriva attenersi alla tradizione di quello chè consul- 
tare il libro della natura e l'aOràc tpt costituiva il 
perno del giudizio filosofico. Anche per i cavalli, dei 
quali Federigo II aveva stabiliti a Lucerà grandi al- 
levamenti, egli ebbe molta passione ed uno de 9 più 
famosi trattati di mascalcia, che il secolo XIII ci abbia 
trasmesso, il libro di Giordano Ruffo calabrese, è 
stato, se crediamo alle rubriche di alcuni manoscritti, 
messo insieme sotto la sua direzione. 

Dalla caccia passiamo ora alla musica, altro prin- 
cipalissimo e favorito divertimento della società feu- 
dale, che ha esercitato una così grande azione so- 
pra lo svolgersi ed il fiorire della poesia medievale, 
giacché, grazie appunto alla musica, che le veniva 
inseparabile compagna, la favella disdegnata delle 
plebi salì a poco a poco agli onori di lingua lette- 
raria, che soli erano dapprima riservati all'idioma 
latino. Ognuno sa infatti come il sorgere della lirica 
romanza sia strettamente connesso collo sviluppo 
della musica; * suono e motto „ formarono per tutto 
il medio evo una unità inseparabile; al canto fu- 



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— *4» — 

rono affidate così le narrazioni bellicose della ma- 
teria di Francia, come i lais sospirosi ed i contes av- 
venturosi di Brettagna; i fabUaux protervi de' giul- 
lari e le liriche amorose e guerresche de 9 trobadori. 
Ora ciò che era avvenuto appunto in Aquitania per 
opera di Guglielmo IX, duca del Poitou, che s'era 
ripetuto in Spagna alla corte di Alfonso X, in Por- 
togallo a quella di re Dionigi, si ripetè in Italia ai 
primi del secolo XIII (naturalmente in misura alquanto 
diversa; ma chi ben consideri con caratteri meravi- 
gliosamente identici) nell'aula imperiale di Federigo IL 
A costui difatti oltre tutti gli altri meriti che noi 
siamo venuti sin qui rammentando, spetta pur quello 
grandissimo di avere efficacemente cooperato col- 
l'autorità somma del nome e dell'esempio a sollevare 
a dignità letteraria l'idioma volgare e d'aver quindi 
in certo qual modo dato vita alla nostra poesia. 



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SORDELLO DA GOITO 



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Dalla calca de' negligenti * per forza morti 9 che 
furono peccatori sino all' ultim'ora, ma uscirono 
di vita * pentendo e perdonando 9t e quindi a Dio 
* pacificati „, i quali lo incalzano da ogni parte, por- 
gendogli umile e accorata preghiera, perchè tornato 
in terra e " riposato dalla lunga via „ li conforti di 
suffragi e stimoli a favor loro la memore pietà di 
quanti li ebbero un tempo cari, Dante, sebbene solo 
in andando * ascolti 9 , secondochè gli avea consigliato 
il suo duca, non sa troppo come disciogliersi. Ed il 
nuovo spettacolo gliene ritorna alla mente uno assai 
simile e assai diverso insieme della vita quotidiana: 

Quando si parte il giuoco della zara, 
Colui che perde si rimari dolente, 
Ripetendo le volte, e tristo impara: 

Con l'altro se ne va tutta la gente; 
Qual va dinanzi, e qual di retro il prende, 
E qual da lato gli si reca a mente. 

Ei non s'arresta, e questo e quello intende; 
A cui porge la man più non fa pressa; 
E cosi dalla calca si difende. 

Tal era io in quella turba spessa 
Volgendo a loro e qua e là la faccia, 
E promettendo mi sciogUea da essa. 

io 



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-146- 

Stupenda similitudine: non c'è che dire. La so- 
brietà della descrizione vi è pari all'evidenza, il ritmo 
stesso, saltellante e quasi spezzato, par colorisca al vivo 
l'ondeggiare della folla che freme, s'agita e si divide 
dinanzi al fortunato vincitore. Niun dubbio che la 
leggiadra pittura non sia rampollata direttamente dal- 
l'osservazione del vero. Pensate un poco. Di gioca- 
tori assisi attorno ad un desco e circondati da una 
corona folta di curiosi che assistevano al gettar de' 
dadi; coi dadi infatti si giocava cosi a zara come 
a tavole , i due tipi più notevoli de' giuochi di for- 
tuna, onde il medio evo fu cosi largo procreatore; 
di giocatori, dico, intenti a spogliarsi a vicenda, 
Dante ne aveva continuamente sott'occhi cosi in pa- 
tria come fuori di essa. La baratteria nel secolo 
tredicesimo imperversava a Firenze non meno che 
in ogni altra delle città italiane; e qui più che al- 
trove era esercitata in Mercato Vecchio. Fra le 
trabacche e le tende ed i banchi, dove si vendeva 
un po' d'ogni cosa, e una moltitudine ciarliera e bur- 
lona soleva accalcarsi, erravano senza cessa petu- 
lanti e stracciati que 9 barattieri cui le leggi ricono- 
scevano il bizzarro privilegio di potere per via, sulla 
piazza, di giorno, di notte, sacrificare, arrischiar sull'al- 
tare dell'azzardo non solo l'ultimo soldo, ma altresì 
l'ultimo cencio. Giacché se l'uscir * spogliati » di tutto 
da una bisca è oggi una metafora per i frequentatori 
di * baratterie 9 eleganti e non eleganti, ai giorni del 
poeta si riduceva ad una pura e semplice realtà. Gio- 
cava il barattiere quant'avesse in scarsella, ed allorché 



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quest'era a secco (il che agevolmente seguiva) im- 
pegnava o vendeva per ritentar la sorte il mantello, 
il farsetto, altro ancora. Ed appunto per questo, se 
prestiamo fede ad Antonio Pucci, che celebrò, sic- 
come ognun sa, cosi gaiamente le bellezze e le pro- 
prietà di Mercato Vecchio, ivi amavano darsi con- 
vegno i giocatori: 

£ sempre quivi ha gran baratterìa 
£ vi si contan molti barattieri, 
Poiché v'ha pien di lor mercatanzia, 

Cioè di prestatori e rigattieri, 
Tavole di contanti e dadaiuoli, 
D'ogni ragion, che fanno a lor mestieri. 

Siffatto vezzo di giuocarsi i panni in una partita 
di zara o d'aliossi o di sozza (erano tutti giuochi 
d'una risma, in cui vinceva colui che facesse il nu- 
mero già enunziato ad alta voce prima di gettare i 
dadi) non era del resto solo de 9 fiorentini nè degli 
italiani. Ci mancherebbe altro ! Il vecchio canto go- 
liardico ce rassicura già radicato in Germania più 
secoli prima, quando ci dipinge il giocatore che, de- 
posto ogni indumento nelle rapaci mani del taver- 
niere, sogna sotto il gelido morso della tramontana 
le calde ore d'estate, in cui è dolce dormire discinti 
all'ombra d'un albero frondoso: 

Schuch! clamat nudus in frigore, 

cui gelu riget in pectore, 

quem tremor angit nudo corpore, 

dum optat, ut sedeat 

aestatis tempore 

sub arbore. 



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- M8- 

Ed in un gaio favolello francese certo scolare va- 
gante, fuggito dal convento, ci narra com'egli abbia 
disseminato tutti i propri libri per quante città di 
Francia ha dovuto attraversare: a Sevres il suo Vir- 
gilio, a Tours il suo Dottrinale, il suo Paternoster 
a Soissons. E finiti i libri, sempre per indulgere a 
a quell'indomabile passione per il * Tremerei „, ha 
lasciato qua in pegno la cappa, colà il mantello: al- 
trove poi la tunica, la sorcotta ed il farsetto.... Una 
passione tanto violenta non poteva del resto non pro- 
vocare conseguenze più gravi; e per rimaner a Fi- 
renze, il buon Pucci non ci nasconde come in Mer- 
cato Vecchio succedessero troppo spesso scenate 
tutt'altro che piacevoli: 

Gentil uomini e donne v'han allato, 
Che spesso veggion venire alle mani 
Le trecche e'barattier ch'hanno giucato ; 

E vedesi chi perde con gran soffi 
Bestemmiar colla mano alla mascella 
£ ricevere e dare molti ingoffi; 

Ed allor vi si fa colle coltella 
Ed uccide l'un l'altro, e tutta quanta 
Si turba allora quella piazza bella. 

Dante, preoccupato di non dar motivo altrui di 
avvertire (ma fu osservato lo stesso) che la compa- 
razione delle anime pie, bramose di spirituali suffragi, 
ai barattieri scamiciati e scalzi alla busca d'una man- 
cia, era meno che riverente verso le prime, è stato 
pago invece a rappresentar con due pennellate ma- 



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— 149 — 

gistrali il corruccio del perdente che, rimasto solo, 
si sfoga a ripetere * le volte „, i colpi de' dadi; mentre 
la folla tumultuante si precipita d'intorno al vincitore 
e lo segue, commentandone rumorosamente i prosperi 
successi per buon tratto di via. 

Ma se dall' immediata osservazione del vero deesi 
giudicar dedotta la eccellente similitudine (nella ras- 
somiglianza additata già dal Tamassia fra il passo 
dantesco ed un luogo del giurista bolognese Odo- 
fredo io non so vedere altro che il prodotto del 
caso) , 1* impulso primo a dipinger la ressa e V at- 
teggiarsi vario della folla è forse venuto al poeta 
d'altrove. Diceva già il buon Landino: a Non senza 
cagione il nostro poeta si propone come guida e duce 
Virgilio, perchè quello va imitando per ogni parte, 
benché sì copertamente che pochi se ne accorgono „. 
La qual giudiziosa riflessione ribadiva testé colla con- 
sueta arguzia Francesco d'Ovidio soggiungendo: * Ma 
bisogna pur dirlo, non tanto il poeta fu coperto imi- 
tatore, quanto paiono aver gli occhi velati i più de- 
gV interpreti n . Per non entrare anche noi nel novero 
degli " orbi *, facciamoci dunque a considerare un 
istante il pio Enea che, guidato dalla Sibilla, s'avvia 
verso gli Elisi. Traversati i Campi del Pianto (lu- 
gentes campi: sic Ulos nomine dicunt)\ l'eroe si trova 
in una zona, dove vagano i guerrieri caduti in bat- 
taglia. Vi si mescolano alla rinfusa Danai e Troiani ; 
ma mentre quelli, al corruscar dell'armi dell'Anchi- 
siade si volgono in fuga, come già facevano vivi sulle 
rive dello Scamandro, questi gli si precipitano in- 



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contro: circumstant anima dextra lavagne fremenies 
(Aen. VI, 486): 



Fatto gli avean costar chi da man destra, 

chi da sinistra una corona intorno: 

uè d'averlo veduto eran contenti; 

chè ciascuno desiava essergli appresso, 

ragionar, passeggiar, far seco indugio, 

e spiar come e donde e perchè venne. 

M' inganno io forse o in questi fantasmi che corrono 
* senza freno „ ad incontrare Enea, son da ricono- 
scere gli autentici progenitori degli spirti che pon- 
gono assedio ali 9 Alighieri sui balzi dell'Antipurga- 
torio? 

Tra questa turba densa, dalla quale il poeta si 
divincola con amichevoli assicurazioni, vi sono taluni 
di cui egli ha voluto conservare più particolare ri- 
cordo. Ma, per dire il vero, son ombre pallide assai, 
molto meno degne di soffermare l'attenzione nostra 
che non quelle di Jacopo del Cassero, di Buonconte 
da Montefeltro o di colei che Maremma disfece. Si 
tratta di personaggi, i quali, fatte pochissime ecce- 
zioni, sarebbero rimasti ravvolti dalla lunga notte 
dell'obblio, ove il vate sacro non li avesse rievocati 
a vita perenne nelle proprie carte. Ce ne sbarazze- 
remo! per codesta ragione, rapidamente, giacché poco 
sanno de' casi loro i commentatori, e quel poco è 
tutt'altro che sicuro. 

Quivi era PAretin, che dalle braccia 
Fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, 
£ l'altro che annegò correndo in caccia. 



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- i5i — 

Quivi pregava con le mani sporte 
Federigo Novello! e quel da Pisa, 
Che fé* parer lo buon Marzucco forte. 

Vidi confOrso, e l'anima divisa 
Dal corpo suo per astio e per inveggia, 
Come dicea, non per colpa commisa; 

Pier dalla Broccia, dico: e qui provveggia, 
Mentr'è di qua, la donna di Brabante, 
Sì che però non sia di peggior greggia. 

Chi è l'Aretino? Benincasa di Laterina del con- 
tado d'Arezzo, ci rispondono concordi (egli è un bel 
caso davvero) i glossatori. Grande legista e giudice 
valente, essend'a Siena come assessore del Podestà, 
si trovò a condannare nel capo un fratello ovvero 
uno zio di Ghino di Tacco de 9 Monaceschi de 9 Pe- 
corai di Turrita, famoso masnadiero e rubatore di 
strada, il quale giurò vendicare il congiunto. E man- 
tenne il giuramento, giacché qualche tempo appresso, 
mentre Benincasa, ricoveratosi in curia di Roma, vi- 
veva sicuro sotto l'ombra del papale ammanto, Ghino, 
ivi condottosi, in veste d'accattone, di soppiatto pe- 
netrò nel palagio dove Benincasa tenea banco di 
ragione, e lanciatosi come una belva sul malcapitato, 
gli spiccò il capo dal busto e seco il portò, trofeo 
sanguinoso, tra il terrore de' presenti, di cui niuno 
ardì contendergli il passo. In quant'a colui che " mori 
correndo in caccia „, la concordia de 9 postillatori è 
bell'e finita; essi non s'accordano neppur sul nome 
ch'egli avrebbe portato : ma sembra fosse un Tarlati 
da Pietramala, che in certa cavalcata contro i Bo- 
stoli fuorusciti Aretini, afforzatisi nel castello di Ron- 



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- 15» — 

dina, peri affogato in Arno; * correndo in caccia „, 
perchè i nemici gli erano alle spalle, * bramosi e 
correnti come veltri che uscisser di catena „. 

Ed in un'altra insignificante scaramuccia presso 
Bibbiena, seguita tra gli avversari stessi (i Bostoli 
cioè ed i Tarlati) nel 1289, dicono perdesse la vita 
colui che Dante ci presenta con le mani sporte nel- 
l'attitudine supplichevole delle anime descrìtte da 
Virgilio sulla sponda dello Stige: stabant orantes.... 
tendebanique tnanus: cioè a dire Federigo Novello, 
figlio di quel Guido Novello, conte di Battifolle, che 
sette anni governò Firenze quale vicario di Manfredi. 
In quant'all'innominato * che fé' parer lo buon Mar- 
zucco forte „, altro e più intricato viluppo ci si fa 
alle mani. Chè a tacer del racconto serbatoci dal 
Della Lana e dall'Ottimo, già ben a ragione ripu- 
diato dal Rambaldi nel commento suo, due versioni 
del tutto discrepanti ci parlano É della costanza mo- 
strata da Marzucco degli Scornigiani da Pisa nella 
uccisione del suo figliuolo, Farinata ower Federigo. 
E sebbene entrambe siano bellissime e degne d'aver 
inspirato la musa dell'Alighieri, noi le passeremo qui 
per necessità sotto silenzio, e verremo a toccar di 
cont'Orso degli Alberti della Cerbaja, figlio di quel 
Napoleone, che nella Caina apparve confitto * in ge- 
latina „ insiem col fratello Alessandro agli occhi sod- 
disfatti del poeta. Anche costui era stato ucciso dai 
suoi consorti o da un cugino suo. 

Accanto a tutte queste ombre tosche, eccone una 
forestiera e ben più famosa. E' l'anima di Pierre de 



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— «33 - 

la Brosse, un barbiere, chi desse retta alle vecchie 
tradizioni, un gentiluomo di Turenna, se prestiamo 
fede ad indagini più recenti, il quale, dopo aver go- 
duto a lungo la benevolenza di Luigi IX, che l'aveva 
creato suo ciambellano, fu favorito di Filippo III di 
Francia, erede anche in questo del padre. Pier della 
Broccia dicono attribuisse la morte di Luigi, il pri- 
mogenito di Filippo, seguita nel 1276, a veleno pro- 
pinatogli dalla matrigna Maria di Brabante, la quale 
avrebbe, sbarazzandosi dell'erede legittimo del trono, 
voluto aprirne la via ai propri figli. Di codesto suo 
atroce sospetto egli avrebbe fatto parte al principe; 
onde l'odio contro di lui della regina, la quale tessè, 
per vendicarsi, insieme ad altri cortigiani, nemici del 
favorito, un tenebroso intrigo in causa del quale 
Pietro fu imprigionato a Vincennes nel 1278, e pochi 
mesi dopo impiccato a Parigi. La caduta del celebre 
ciambellano ebbe virtù d'eccitare le fantasie popolari, 
e non pochi furono coloro che lo affermarono inno- 
cente dei delitti appostigli. Fra questi si schiera 
anche Dante, il quale, se non ebbe modo (come 
scrive ingenuamente Benvenuto) nel soggiorno suo 
a Parigi di raccogliere le prove dell'innocenza di 
Pietro, fu forse spronato a crederlo vittima " d'astio 
e d' inveggia „ dal ricordo d'altri drammi d'ugual 
natura, onde più d'una corte era già stata teatro. 
L'Alighieri riconobbe probabilmente in lui un secondo 
Pier della Vigna, al pari dell'omonimo suo immolato 
in olocausto alla u meretrice „, che nè dall'ospizio 
di Cesare nè da quello di veruno altro sovrano aveva 



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- »54 — 

torto mai gli * occhi putti n ; morte e vizio comune 
delle corti. Sicché» come già nt\Y Inferno egli erasi 
proposto di risollevare la fama del fido ministro di 
Federigo II dal colpo che invidia le aveva dato, qui 
pure al misero Pier della Broccia si piacque ridonare 
ad un tempo e la fama e la speranza dell'eterna sa- 
lute, con ambigue parole rimproverando alla * donna 
di Brabante „ la perfidia sua non ben provata. 

Son queste però, chè s'intende, semplici congetture; 
e dinanzi a tante incertezze, tra le quali siamo forzati 
a dibatterci quasi infallibilmente ogni qual volta si 
tratti di chiarire le azioni e perfino l'individualità di 
taluni de' personaggi chiamati dal poeta a popolare 
i regni oltremondani, un sospetto, che s'è affacciato 
da gran tempo al mio pensiero, torna ad assalirmi 
forte così ch'io oso chiedervi licenza di manifestarlo. 
Possibil mai, io domando, che l'Alighieri, conscio della 
grandezza dell'opera propria, di cui colla onesta su- 
perbia voluta dai meriti presagiva il futuro trionfo, 
non abbia preveduto che una parte di essa e non lieve 
col volgere del tempo sarebbe divenuta ambigua ed 
oscura ; che gli accenni rapidi, le velate allusioni, non 
sempre gustate e comprese pienamente dai contem- 
poranei stessi, avrebber avuto savore di forte agrume 
per i posteri, messi in presenza d'indecifrabili indo- 
vinelli? Nè è a dire ch'egli potesse desiderare che 
un velo di mistero si distendesse sovra siffatti ac- 
cenni, sovra codeste allusioni. Quante volte Dante ha 
voluto ricovrire d'un velo il proprio pensiero, egli 
s'è bravamente maneggiato per riuscirvi: come vi 



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— »55 — 

sia riuscito niuno de 9 fedeli suoi può ignorare! Ma qui 
ei si proponeva di glorificare talune illustri casate 
toscane, togliendo dall'oscurità que' membri di esse 
che meglio gli facevano al caso. Or come poteva 
egli lusingarsi che i tardi nepoti giungerebbero a 
possedere sul conto di costoro bastevoli ragguagli, 
quando gli stessi cronisti municipali non s'erano data 
la briga di raccontarne la breve vita ed il fine lacri- 
mevole? A me sembra dunque oltremodo probabile 
che il poeta abbia egli per il primo riconosciuta la 
necessità di concedere delle u lingue alle mute pa- 
role „ (mi valgo della bizzarra ma efficace espressione 
di cui un poeta medievale si giova a definire le 
postille); tanto che ardirei quasi affermare che se la 
Comedia fosse uscita alla luce per le mani di colui 
ch'aveva fatto per più anni " macro „, noi la posse- 
deremmo oggidì illustrata da chiose e commenti do- 
vuti all' autore medesimo. Non si giudichi temera- 
rio troppo cotest' asserto. Esso è fondato prima di 
tutto sovra l'osservazione di quanto è avvenuto più 
e più volte nell'età di mezzo: giacché non è punto 
difficile l'abbattersi in opere poetiche di quell'epoca, 
delle quali gli autori siansi fatti essi stessi i commen- 
tatori. Già fin dal secolo X se ne offrono tre, per lo 
meno, alla curiosità nostra : l'Anonimo veronese, cui 
si deve il bel poema in lode di Berengario impera- 
tore; Abbone di Parigi, che in quattro libri cantò 
l'assedio dodicenne, onde fu stretta dai Normanni 
dall'884 al 896 la sua città natale; Oddone, il santo 
abbate di Cluny, che dell'umana natura descrisse in 



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-156- 

sei libri la caduta e la redenzione. Remoti esempli 
questi: si dirà. Noi nego; ma non riesce ardua im- 
presa davvero quella di rintracciarne altri più pros- 
simi ai giorni dell'Alighieri, anzi dei suoi giorni stessi. 
O non attese egli forse messer Francesco da Bar- 
berino per anni ed anni ad arricchire d'un poderoso 
commentario latino il maggiore de' suoi volgari poemi ? 
E le egloghe che scambiarono tra di loro Dante e 
Giovanni del Virgilio, non son esse forse illustrate 
da glosse preziose delle quali io oserei oramai attri- 
buire la paternità a Giovanni medesimo? Qual ven- 
tura sarebbe a dire la nostra, ove il poema sa- 
cro ci fosse venuto innanzi chiosato dal suo autore I 
Quante difficoltà si vedrebbero scomparire più ratte 
che neve al sole non si dissigilli; quanti problemi, 
disperati in apparenza, non rinverrebbero la più piana 
soluzione I Pur troppo al poeta non bastò la vita per 
tramutarsi d'autore in commentatore. Ma non affret- 
tiamoci troppo a negare che gliene mancasse il de- 
siderio. Ed in ciò converranno meco anche coloro i 
quali propendono a relegare tra gli apocrifi quel do- 
cumento che, unico, rimane a farci fede come Dante 
avrebbe messo mano ad effettuare il suo disegno: 
quello di dare, ove la facoltà gliene soccorresse, 
un'utile esposizione (cito le sue parole) della Co- 
media sua; quell'epistola a Can della Scala, ab- 
bozzo primo ed imperfetto della grandiosa opera 
troncata dalla malignità della fortuna e della morte, 
la quale si potrebbe paragonare a certe marmoree 
basi di palazzi, interrotti a mala pena incominciati, 



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— >57 — 

le quali si sprofondano gigantesche ed annerite dai 
secoli dentro le melanconiche acque stagnanti dei ca- 
nali veneziani. 

Mentitegli si dilunga, ancor commosso, dalla turba 
pia che, ricondotta alla calma, intona umile e rasse- 
gnata il Miserere, l'Alighieri sente rampollargli nel- 
l'animo un dubbio: 

Come libero fui da tutte e quante 

Quell'ombre, che pregar pur ch'altri preghi, 

Sì che s'avacci il lor divenir sante, 
Io cominciai: E' par che tu mi nieghi, 

O luce mia, espresso in alcun testo, 

Che decreto del ciel orazion pieghi; 
E questa gente prega pur di questo. 

Sarebbe dunque loro speme vana? 

O non m'è il detto tuo ben manifesto? 

Il * testo „, cui Dante qui si riferisce è quel luogo 
del VI dell'Eneide nel quale viene descritto Palinuro 
che, pur sapendo come all'ombre degli insepolti non 
sia dato varcare la palude stigia, si volge ad Enea 
supplicando perchè seco lo tragga all'altra riva. Alle 
preci del nocchiero la Sibilla risponde severa: 

Desine fata deum flecti sperare precando; 

e nella sua inamabile rampogna sembra echeggiare la 
voce stessa del destino inesorato. Ma la dubbiezza 
di Dante non ha solido fondamento; e Virgilio, da 
buon loico, si affretta a mostrargli come faccia me- 



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-158- 

. stierì distinguere : Distingue tempora et concordabunt 
scriptum: 

Ed egli a me: la mia scrittura è piana, 
E la speranza di costor non falla, 
Se ben si guarda con la mente sana. 
, Chè cima di giudicio non s'avvalla, 

Perchè foco d'amor compia in un punto, 
Ciò che dee satisfar chi qui s'astalla : 

E là dov' io fermai cotesto punto, 
Non si ammendava, per pregar, difetto, 
Perchè il prego da Dio era disgiunto. 

Veramente a così alto sospetto 
Non ti fermar, se quella noi ti dice, 
Che lume fia tra il vero e l'intelletto. 

Non so se intendi; io dico di Beatrice: 
Tu la vedrai di sopra, in sulla vetta 
Di questo monte, ridere e felice. 

Nè Virgilio dunque s'è ingannato nè le pie om- 
bre si pascono di lusinghe vane. Neil 9 inferno, prima 
che Cristo scendesse a redimere l'uman genere, per 
coloro che vi erano racchiusi non valevano suffragi, 
come non valgono neppure oggi; ivi le preghiere 
non espiano la colpa. In purgatorio in quella vece 
la cosa va ben diversamente. Il divin giudizio rimane 
immutabile; ma la carità può nel proprio fervore 
compiere in un punto ciò che in altro caso i secoli 
soltanto varrebbero a conseguire. 

Virgilio è ancora intento alla sua spiegazione, e 
già Dante più non gli porge ascolto. Il nome di Bea- 
trice, che il suo duca non s'era più lasciato uscire 
di bocca dopo il primo loro incontro, gli solleva nel 
cuore un indicibile tumulto d'affetti. Già egli pregusta 



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- *59 — 

il gaudio supremo di rivederla e vorrebbe aver Tali 
ai piedi per salire più ratto ; non prova veruna fatica 
nè cura l'appressarsi della notte, di cui gli danno in- 
dizio le ombre che scendono maggiori dal monte: 

Ed io: Signore, andiamo a maggior fretta; 
Chè già non m'affatico come dianzi: 
E vedi ornai che il poggio l'ombra getta. 

Il savio duca raffrena mitemente codesta impa- 
zienza. Ei sa che occorre parecchio tempo ancora 
prima che il verziere fiorito, onde s 9 inghirlanda la 
beata cima, appaia agli occhi loro. Tuttavia non ri- 
cusa di esaudire nel limite del possibile il desiderio 
di Dante; ignaro com'è che, quando il sole sia tra- 
montato, più non torna lecito ad alcuno muovere pur 
un passo su per gli scaglioni del sacro monte, in- 
certo della via più breve, ei scorge poco lungi 
un'ombra starsene sola soletta. Ed a lei si rivolge 
per averne lume al cammino: 

Noi anderem con questo giorno innanzi, 
Rispose, quanto più potremo ornai; 
Ma il fatto è d'altra forma che non stanzi. 

Prima che sii lassù, tornar vedrai 
Colui che già si copre della costa, 
Sì che i suoi raggi tu romper non fai. 

Ma vedi là un'anima, che, posta 
Sola soletta, verso noi riguarda: 
Quella ne insegnerà la via più tosta. 

Venimmo a lei. O anima lombarda, 
Come ti stavi altera e disdegnosa 
E nel mover degli occhi onesta e tarda! 



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- ióo - 



Ella non ci diceva alcuna cosa; 

Ma lasciavane gir, solo sguardando 

A guisa di leon, quando si posa. 
Pur Virgilio si trasse a lei, pregando 

Che ne mostrasse la miglior salita; 

£ quella non rispose al suo domando: 
Ma di nostro paese e della vita 

C'inchiese. E il dolce duca incominciava: 

Mantova.-. E l'ombra, tutta in sé romita, 
Surse ver lui del loco, ove pria stava, 

Dicendo: O Mantovano, io son Sordello, 

Della tua terra. E l'un l'altro abbracciava. 

Così sull" alta ripa „ dell 9 Antipurgatorio, disde- 
gnoso ed immoto neDa leonina attitudine, il capo ri- 
cinto dal chiaror dell'incendio ch'accende in cielo il 
già vicino tramonto, ci appare colui nel quale il 

/ poeta s'è piaciuto incarnare il più sublime tra gli af- 
-j fetti umani, secondo che l'antichità aveva professato: 

\ l'amore per il suolo natale. 

Una domanda s'affaccia qui irresistibile alla mente 
nostra: Sordello? Perchè qui? Qual merito o qual 
grazia gli hanno concesso di salire tanfalto da me- 
scolarsi a quello stuolo numerato d'eroiche figure, in 
cui Dante ha voluto far prova mirabile dell'arte sua : 
Farinata, Catone, Stazio? Gravi problemi, a sciogliere 
i quali si vanno da gran tempo affaticando critici va- 
lentissimi. E che cosi avvenga è ben naturale. L'im- 
magine del trovatore mantovano, sebben più sboz- 
zata forse che accuratamente scolpita dal genio di 
Dante (ed appunto per ciò addirittura michelangio- 
lesca) attira la nostra curiosità, richiede il nostro ri- 
spetto, eccita sovrattutto una spontanea e quasi direi 



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irrìflessiva benevolenza. Siamo quindi tutti condotti 
Pun dopo l'altro a percotere le porte inesorabilmente 
serrate del passato, nella speranza vaga sì ma indi- 
struttibile ch'esse cedano una volta alle nostre istanze ; 
che un lembo almeno, un angolo solo del velo mi- 
sterioso si sollevi, sicché ci avvenga finalmente di 
comprendere per qual maniera il cavaliere manto- 
vano ha potuto così prodigiosamente rivivere nel 
pensiero e nel cuore di Dante. 

Perverremo mai a tanto? É pur troppo lecito du- 
bitarne, specialmente quando si rifletta ai lunghi 
sforzi tentati in codesti ultimi tempi. Tutte le testi- 
monianze già note intorno al poeta di Goito sono 
state diligentemente raccolte e vagliate; parecchie 
ignote sono tornate alla luce : le liriche stesse del tro- 
vatore, fin qui inedite o sparsamente divulgate, hanno 
rinvenuto un editor acuto ed amoroso e numerosi illu- 
stratori. Il risultato di questo lavorìo non può tuttavia 
dirsi sotto certi rispetti molto confortante; giacché 
la realtà storica del Sordello dantesco ne ha ricevuto 
un colpo fiero così che sembra attenuarsi sempre più 
e dileguare. * Si direbbe che Dante, conscio di non 
poter lasciare il suo eroe congiunto colla terra senza 
diminuirne la figura, abbia voluto staccamelo affatto e 
circondarlo della pura atmosfera d'una vita ideale n . 
Così scrìve il Parodi, che si mostra incline, come i più 
competenti ormai tra i cultori degli studi danteschi, a 
conchiudere che sotto le spoglie del concittadino di 
Virgilio, ardente tutto di patria carità, P Alighieri finì, 
volente o nolente, per ritrarre non altri che sé stesso. 

IX 

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— ria — 



Siffatte conclusioni appaiono oltremodo persua- 
denti chi attenda ad escutere le più tra le testimo- 
nianze pervenuteci intorno alla giovinezza del man- 
tovano. Nato da un * gentil cattano „ di Goito, come 
vuole una delle due biografie provenzali che di lui 
possediamo, e probabilmente di gran lignaggio, per- 
chè a chi conosca le misere condizioni nelle quali 
sullo scorcio del secolo decimosecondo versavano le 
più nobili ed antiche famiglie italiane per la suddi- 
visione indicibile de 9 patrimoni aviti, non può far stu- 
pore che i cattani di Goito fossero altrettanto nobili 
quanto miserabili; giovane, bello della persona, pieno 
di prodezza e d'ingegno, Sordello par s'acconciasse 
dunque a servir in corte de' conti di San Bonifacio, 
* a quella stessa guisa che tant'altrì giovani, nobilissimi 
ma privi di sostanze, affollavano da secoli le corti 
provenzali. u Gentilezza senza avere mala via suol 
* tenere n dice un antico proverbio; e si può con- 
getturare che la saggezza popolare abbia anche una 
volta per ciò che spetta a Sordello colto nel segno. 
Di qui le avventure, ond'egli divenne presto in Italia 
famoso: il ratto di Cunizza, consumato per istigazion 
degli Ezzelini in odio ai signori suoi; ratto ch'ei potè 
ben compiere solo per vaghezza di romanzesche im- 
prese, anche se per esso donna Cunizza non arse 
mai ; come già Rambaldo de Vaqueiras aveva aiutato 
Bonifazio di Monferrato a strappare de sul plus aut 
logar del marchese Malaspina, Saldina di Mari, per 
darla a Ponset de Aguilar; ed il buono, l'amoroso 
Tristano (non dobbiamo scordarci mai, parlando di 



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questi uomini, di citare i romanzi, consiglieri ascol- 
tatissimi di belle e brutte cose) aveva per compia- 
cere al Nano suo omonimo rapita la bella all' Estui t 
de Castelfer. E di qui le contese non leggiadre con 
i trovadori ed i giullari contemporanei, le cobbole, 
piene di male parole, scambiate con Guglielmo Fi- 
gueka ed Amerigo di Peguilhan ; le allusioni acerbe 
della stanza in cui Giovanetto d'Albusson accusa 
Sordello d'aver ricevuto doni come farebbe un giul- 
lare; ed un anonimo rinfaccia al mantovano d'aver 
perduto al gioco palafreni e destrieri, sicché trovasi 
costretto a camminar a piedi, a mo' di * croio „ giul- 
lare. Di qui infine V intrigo amoroso con Otta di 
Strasso ed il matrimonio segreto, onde agli odi de 1 
conti di Sanbonifacio essendosi aggiunte le furie 
de 9 congiunti dell'ingannata fanciulla, il troppo ga- 
lante mantovano non si sentì più sicuro nella Marca 
gioiosa, sebbene si stendesse a difenderlo la formi* 
dabile mano d'Ezzelino; e ricercò, cupido di nuove 
venture, d'amori nuovi, di nuove follie, le rive ospi- 
tali della Francia meridionale. 

Tale dunque Sordello in Italia, negli anni della 
balda giovinezza, se diasi fede alle invettive mordaci 
de' poeti rivali, ai biografi provenzali, che forse ne 
ripetono supinamente le maldicenze e le calunnie ; ai 
grossi racconti popolari, tesoreggiati prima da Ro- 
landino di Padova, poscia da Benvenuto d'Imola, al 
qual ultimo però, o io m'inganno, niun fonte pro- 
venzale si dischiuse mai, come è stato asserito, di- 
verso da quelli che noi pure conosciamo. 



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-164- 

E se egli si fosse sempre mantenuto tale, * truans 

* e fals vas dompnas e vas los barons ab cui el 

* estava 9 ; davvero niuno rimarrebbe più lontano di 
lui dal tipo eletto di cittadino con sì mirabile magi- 
stero d'arte delineato nella Comedia divina. Ma fu così 
sempre? No davvero. 

La vita di Sordello, dopo il suo passaggio in Pro- 
venza è un libro chiuso così per i suoi biografi 
provenzali come per i commentatori di Dante. Ed è 
rimasto chiuso anche per la critica moderna, la quale 
solo da pochissimo tempo è riuscita con grande dif- 
ficoltà a decifrarne qualche pagina. 

Son pur troppo fogli staccati, pieni di lacune, d'ir- 
ritanti dubbiezze, di sconcertanti oscurità. Tuttavia, 
non se ne può dubitare, Sordello in Provenza si ri- 
solleva; il cattano gentile al soffio della prospera for- 
tuna riacquista la dignità signorile e l'innata alterezza. 
In corte di Raimondo Berlinghieri IV lo vediam ono- 
rato del titolo di signore; e se qualche malcreato 
rivale osa rinfacciargli le vecchie pecche, così come 
fe' Pietro Bremon Ricas Novas (che però, badisi bene, 
era stato da lui acremente attaccato), l'udiamo rispon- 
dere con orgoglio ch'ei non può esser detto giullare, 
poiché vive del proprio nè chiede denaro ad alcuno 
e se approfitta dell'ospitalità che gli viene offerta, è 
pur capace di contraccambiarla. Due o tre strofe del 
serventese in cui queste ed altre consimili dichiara- 
zioni si leggono, lascian intrawedere qualche lampo 
di quell'altero disdegno, onde tutto sfavilla il Sor- 
delio dantesco. Son lampi, è vero, e come tali fuga- 



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--id- 
eissimi; ma a noi giova tenerne conto. Tanto più che 
il mantovano, morto Raimondo Berlinghieri, passò ai 
servigi di Carlo d'Angiò, genero e successore dell'e- 
stinto; e n'acquistò certo la familiarità, se dobbiam 
giudicare dal fatto che tra il 1248 ed il 1265 il nome 
del poeta figura, e per di più preceduto dal titolo di 
dominus, in molti atti solenni emanati dal principe. Or 
è noto come fossero sempre le persone più vicine 
ai sovrani quelle le quali solevano fungere da testi- 
moni negli atti loro di maggior importanza. 

Sordello, che non aveva però seguito Carlo d'An- 
giò nella disastrosa crociata del 1248, nè lo seguì, 
sembra, nella campagna del Hainaut (1253-1257); ben 
gli si fece compagno invece, quando a mezzo il 1264 
il principe francese, istigato da Clemente IV, si volse 
all'impresa di Napoli. Che nella guerra, ov'ebbe fine 
la potenza della casa di Svevia, Sordello si ren- 
desse benemerito del suo signore ce ne fanno testi- 
monianza le lettere colle quali l' Angioino addì 5 
marzo 1269 concedeva a Sordello da Goito, u suo 
* diletto cavaliere, familiare e fedele „, più castella 
degli Abruzzi in feudo nobile. A giustificare siffatte 
larghezze il documento allega i grandi, grati ed ac- 
cetti servigi da lui resi al suo signore. Or quali 
furono dessi cotesti servigi? Noi non oseremmo certo 
sulla sola fede d'un atto cancelleresco, dove ricor- 
rono frasi immutabili che s'applicano a tutti ed in 
tutte le occasioni si adoprano, stimar grandi davvero 
gli obblighi di Carlo verso il trovatore, se a convin- 
cerci che dovettero veramente uscire dal limite del 



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— 166 — 



comune, non ci soccorresse una testimonianza di sin- 
golare interesse. 

Tre anni prima che l'Angioino con principesca 
liberalità si decidesse a ricompensare la devozione di 
Sordello, e precisamente il 22 febbraio 1261 perveniva 
alle sue mani un breve pontifìcio pieno di rimproveri. 
Facendosi eco delle generali querele che si sollevavano 
intorno a lui, Clemente IV rinfacciava al sovrano 
egoista e crudele la sua ingratitudine verso i nobili 
provenzali che con gravissimi sacrifici l'avean seguito 
in Italia e s'erano a costo della vita affaticati a gua- 
dagnargli un trono. * Tu non sei umano nè benigno 
verso alcuno „ ; tuona severa la voce del Pontefice. 
Il che rilevasi da ciò che ai Provenzali tuoi, aggra- 
vati da insopportabili pesi, quasi tu li avessi com- 
prati, rifiuti i dovuti stipendi y mentr'essi t'hanno fedel- 
mente servito, di loro non pochi son periti d' inedia, 
molti con disdoro della loro nobiltà e della tua si 
ridussero in ospizi destinati ai mendici. Molti furono 
costretti a tenerti dietro a piedi. Langue in carcere 
a Milano il figlio del nobil Giordano dell' Isola; a No- 
vara, Sordello, il tuo cavaliere, che sarebbe da acqui- 
stare se non t'avesse reso servigi non che da acqui- 
stare per i servigi che t'ha resi! „. 

L'importanza di codesto documento per il problema 
che ci occupa mi sembra indiscutibile. Dire all'intento 
di scemarla, che i servigi, onde Sordello s'era a 
giudizio di Clemente IV procacciato diritto alla gra- 
titudine di Carlo, dovettero essere, in gran parte 
almeno, letterari, non è forse cosa troppo seria. Ben 



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d'altro che di cobbole si tratta quii Si tratta di sangue 
versato, di pericoli affrontati, di danni incontrati nella 
persona e nell'avere, vuoi assalendo il nemico sul 
campo di battaglia vuoi preparandone la rovina con 
diplomatici scaltrimenti. Non è, no, il trovatore che 
Clemente IV esalta con le magnifiche parole, che il 
re stesso compensa col dono principesco di terre e 
di castella, non il randagio amatore di belle dame, 
il rapitor di Cunizza, bensì un guerriero invecchiato 
ne' marziali travagli, un saggio consigliere. Così nel 
Sordello, che vive gli ultimi anni della sua avventu- 
rosa esistenza al fianco del monarca francese, che 
riceve l'omaggio rispettoso di Lanfranco Cigala, il 
quale a lui si rivolge nella tornada di due serventesi, 
colla speranza, come sagacemente avvertiva il mio 
Rajna, d'arrivare più facilmente agli orecchi del re; 
io veggo delinearsi già (se non son giuoco d'una 
illusione), il profilo grave e pensoso dell'anima lom- 
barda, leoninamente accosciata sullo scaglione del 
monte di purgazione. Noi non riusciamo difatti ad 
intendere perchè da molti si neghi così assolutamente 
la possibilità che Dante abbia udito, giovinetto, fa-' 
vellar di Sordello da persone che l'avevano avvicinato 
dopo il suo ritorno di Provenza. Non c'è verso: l'Ali- 
ghieri deve aver saputo de' casi di Sordello quel tanto 
e non più cbe si deduce dai versi suoi e d' altri tro- 
vatori e dalle biografie provenzali. Quanto a me pia- 
cerebbe invece di credere che molti, veggendo rivarcar 
l'Alpi dopo trentanni e più che le aveva passate per 
rifugiarsi in Provenza, il trovador mantovano, mutato 



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d'animo e d'aspetto, il crine canuto, severo il volto, 
ricco di senno e di sapere, famigliare d'un gran 
principe, abbiano avuto campo di rievocare i peccati 
del suo dolce tempo, e avvertir con stupore come lo 
* smisurato , Orlando si fosse cangiato in un savio 
Namo ! E nemmeno mi capacita che gli elogi diretti 
nel De vulgari eloquio all'eloquenza di Sordello, che, 
non solo poetando ma pur in qualsiasi maniera di 
discorrere amò illeggiadrire il proprio dialetto, me- 
scendovi suoni e termini trascelti da dialetti de' terri- 
tori finitimi, debbano ancor essi riferirsi al poeta gio- 
vinetto. Sta bene che in Provenza il mantovano non 
avesse più agio nè di favellare nè di parlare nel nativo 
linguaggio; ma come si vorrà a priori negare che, 
restituitosi in patria, egli non abbia voluto ritentare 
le prove già fatte e dare ai propri concetti quella 
veste di cui Dante ha lodato la variegata parvenza? 
È proprio certo che niun componimento del manto- 
vano di cosiffatta natura non sia giunto nelle mani 
dell'Alighieri? che non possa quandochessia perve- 
nire alle nostre? 

Ma via: io so bene il perchè di tanta ripugnanza 
ad ammettere che Dante possa aver posseduto in- 
torno agli ultimi anni ed alla morte di Sordello rag- 
guagli maggiori di quelli che ci sono noti. Egli è che 
ornai si ritiene da molti che la fonte prima, la sola 
necessaria dell'episodio dantesco sul quale stiamo di- 
scorrendo, sia stato il pianto famoso per la morte di 
ser Blacasso. Questa lirica, così diversa per ispira- 
zione e per carattere dagli altri componimenti del 



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-1*9- 

Mantovano, colpi (dicono) siffattamente l'Alighieri, 
ch'egli volle affidata al cantore, il quale non aveva 
esitato a portar tra i baroni d' Europa, che vivevano 

* scorati „, il cuor ancor caldo e sanguinante di Bla- 
casso, l'ufficio d'insorgere giudice de' principi raunati 
nella valletta del Purgatorio. Poi come l'un pensier 
dall'altro scoppia, l'aver a ciò deputato Sordello ebbe 
virtù di suggerire all'Alighieri la scena del ricono- 
scimento di Virgilio. Ma Virgilio era di Mantova, come 
Sordello! Da questa circostanza u fortuita * scaturì 

* repentinamente n la prima parte, che è poi la più 
bella, dell'episodio, e il nuovo carattere di Sordello. 

Tale la genesi della creazione dantesca, al dire 
d'un critico egregio, dal quale però, pur ammiran- 
done la geniale acutezza, io son in parte costretto a 
dissentire. Non già che si possa revocare in dubbio 
lo straordinario influsso esercitato sulla fantasia di 
Dante dall' infocata lirica che Sordello aveva dettata 
per ridar coraggio ai principi ignavi e degeneri. Quale 
partito abbia saputo cavar da siffatto ricordo l'Ali- 
ghieri non spetta a noi di chiarire : altri 1' ha già fatto, 
com'è noto, con dottrina e penetrazione singolari. 
Ma chiamare questa lirica u unica ispiratrice del so- 

* lenne episodio del Purgatorio 9 mi sembra ecces- 
sivo. Si, nel Sordello del canto VII noi riconosciamo j 
solleciti il trovadore che ha dettato il Planh perserj 
Blacasso, il cavaliere errante che, dimentico della; 
sua terra, visse più di sei lustri in Provenza, ed ha 
potuto passare per provenzale agli occhi di Cle- 
mente IV. Quel Sordello riproduce il tipo del poeta " 



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— 170 — 



d' Occitania, cosmopolita per eccellenza, a cui tutto 
il mondo è patria, come il mare ai pesci, ut piscibus 
aequor, e che ripetendo con sorriso un po' scettico il 
detto di Seneca: u la patria è dovunque si sta bene „ } 
rivolge lo sguardo con piglio tra lo schernevole ed 
il curioso a tutto il vasto teatro della Cristianità. Ma 
è tale forse il Sordeilo qui raffigurato invece dal poeta? 

Scrisse già Claudio Fauriel che l'Alighieri * ha 
voluto fare ed ha fatto di Sordeilo il tipo, l' ideale 
del patriotta in generale e più particolarmente forse 
del patriotta italiano: egli ne ha fatto un ghibellino, 
il quale non sa perdonare a Rodolfo d'Asburgo d'aver 
\ neglette le cose d'Italia, aggravandone con siffatta 
ìnegligenza le condizioni; ma che tuttavia spera ed 
invoca ancora da un altro imperatore la salvezza della 
penisola n . Vi sono in cotesto giudizio del dotto fran- 
cese inesattezze gravi. Sordeilo non rappresenta già 
/nel Purgatorio l'amor di patria in generale e neppur 
{l'amore dell'Italia, bensì personifica, a mio avviso, 
! nella sua forma più caratteristica, più primitiva, se 
così posso esprimermi, la carità verso il natio loco, 
la tenerezza figliale, che lega indissolubilmente l'uomo 
al terreno dove posò pria, dove fu nudrito dolce- 
mente, dove riposano le ossa dell'uno e dell'altro 
suo parente. Dante ha voluto mostrare in lui non 
l'Italiano, bensì il Mantovano; e se egli sorge così 
impetuoso, obliando l' alterezza innata e l' abituale 
disdegno, ad abbracciare Virgilio, ciò è dovuto uni- 
camente al magico suono di quel nome che spunta 
sul labbro del poeta: Manina me gcnuit. S'egli non 



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fosse nato tra i canneti del Mincio, se non traesse 
l'origine dal luogo ond'ei pure è venuto, avrebbe il 
cattano di Goito mutato si prontamente contegno? 
No davvero. È dunque indubitabile: Sordello raffigura 
quel sentimento, quel vincolo che nasce dall' avere j 
comuni, secondo dice Cicerone, i monumenti dei mag- 
giori, i templi, i sepolcri. 

Ma codesto sentimento non esiste più nel petto 
degli italiani a' dì dell'Alighieri: esso ne è stato vio- 
lentemente sradicato. In luogo suo i cuori non nu- 
triscono che odio; e dall'odio son generate le fazioni, 
per colpa delle quali appaiono partiti non gli abitanti 
soltanto delle città tutte della penisola, ma quelli pure 
de' borghi, e fin de' villaggi. Ovunque si getti l'occhio, 
dall'Alpi al mare, non si scorgono che fratelli intenti a / 
lacerarsi l'un l'altro. Questa appunto è la cagione che t 
provoca lo sdegno di Dante: e l'incontro delle due * 
magnanime ombre, le quali solo per il dolce nome 
del paese natale si fanno festa e scambiano il bacio 
di pace fraterna, è la goccia, onde la piena del do- 
lore trabocca improvvisa e violenta dal cuore esul- 
cerato dell'Alighieri. Additar dunque in Sordello un / 
ghibellino è frantendere completamente il pensiero I 
dantesco. No, no, Sordello non può essere nè guelfo I 
nè ghibellino, giacché questi esecrandi nomi, che gli 
spiriti delle tenebre scrissero a caratteri di fuoco tra 
i lampi ed i tuoni, nel cielo sconvolto dalla bufera 
in una notte maledetta, servono soltanto a masche- 
rare le basse e feroci passioni per cui quotidiana- 
mente le vie d'ogni città italiana son fatte lorde di 



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sangue. Ed il male par tanto più grave, più inespli- 
cabile al poeta in quanto che coloro i quali soli po- 
trebbero correre al riparo, non ne hanno cura veruna. 
Non la gente che dovrebbe esser devota ; vale a dire, 
secondochè io penso con la miglior parte de 9 com- 
mentatori vecchi e nuovi, la classe sacerdotale; per- 
chè questa, ben lungi dall'offrir agio a Cesare d'in- 
forcare gli arcioni di quella selvaggia ed indomita pu- 
ledra che è divenuta l'Italia, tenta invece, dopoché 
ne ha afferrato il freno per la * predella », il batti- 
toio, vietargli di salire in sella. Non gli imperatori 
essi stessi, i quali, tutt' affaccendati nelle cose di Ale- 
magna, più non si curano, dai giorni degli Ottoni in 
poi, nè dell' Italia né del suo capo: Roma. E qui l'ira 
di Dante assume forma più solenne e maestosa : Deus, 
ecce Deus; il peregrinante per i regni bui, al pari 
della cumana sacerdotessa, si tramuta in vate e fatto 
maggiore di sè stesso profferisce non mortali parole: 
maiorque videri nec mortale sonans. Vergogna ai 
successori ignavi di Giustiniano! a coloro che po- 
trebbero, ove si mostrassero degni dell'alto ufficio 
loro concesso da Dio, rintuzzar le ambizioni proterve 
dei chierici, ricondurre la pace nella moltitudine tra- 
viata, richiamar all'ovile vigilato le pecorelle sbran- 
cate, mentr'ora lupi rapaci vi spargono la desolazione 
e la morte. E ricaduto qui, il pensiero dell'Alighieri 
si riconcentra di nuovo sulle parti maledette; ed anzi 
lo vediamo uscir fuori in quelle oscure allusioni alle 
sette municipali di Verona e d'Orvieto, ai Montecchi, 
ai Cappelletti, ai Monaldi, ai Filippeschi, che stupi- 



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— 173 — 

scono a prima giunta quasi una stonatura: come in 
un grandioso affresco» dove campeggino sbozzate 
delle gigantesche figure, riesce sgradita all'occhio 
la minuziosa riproduzione d'un particolare insignifi- 
cante. O come si fa, vien quasi voglia di dire, a ri- 
cordare le .condizioni mal sicure di Santafiora nei 
terzetti stessi, donde si solleva sublime la immagine 
di Roma, che piagne e protende le braccia al sordo 
Cesare tedesco gridando : * Cesare mio, perchè non 
m'accompagne? „ Ma la stonatura apparente, a morti- 
ficazion del temerario sospetto, si tramuta immanti- 
nente in un finissimo accordo, sol che si ripensi alla 
spada acuta da cui è straziato sempre il cuore di 
Dante nel constatare come per un decreto del sommo 
Nume, ch'egli non osa discutere e non giunge a com- 
prendere, le terre d' Italia, dalla maggiore alla mi- 
nore, siano tutte piene di tiranni e l'ordine della 
società così completamente sconvolto, che il servo 
sorge dalla polvere, il villano lascia l'aratro e par- 
teggiando s'atteggia ad imitar quel Marcello che ardì 
gareggiare con Cesare. E poiché, purtroppo! Firenze, 
ch'egli ama tanto più quanto è del suo amore men 
degna, Firenze che cacciò lui dal suo dolcissimo seno 
e vi raccoglie festósa il villan d'Agugliope, che vanta 
una speciale e squisita notizia delle sette ed ha su 
così detestabil materia dettato un libro, che i fioren- 
tini tengono caro; contro la città nativa egli si av- 
venta con nuovo furore. E stavolta un'altra arma 
egli stringe in pugno; arma più formidabile che la 
minaccia non sia, che non sia l'imprecazione; il sar- 



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— 174 - 

casmo. Suona l'arco del saettatore sovrumano, le 
frecce tinte di veleno, cui distillò la disperazione, 
rombano per l'aere, e fanno piaghe non sanabili. 

Quando Sordello agli occhi del cantore della ret- 
titudine sorga davvero a raffigurare, come noi ci 
siamo sforzati di provare sino a qui, la carità del 
loco natale, che stringeva Dante sì coralmente; non 
ne conseguirà forse che debbasi considerare con pi- 
glio meno severo la vecchia tradizione mantovana, 
che di Sordello fé' quasi l'eroe eponimo della sua pa- 
tria, e l'esaltò quale liberatore di essa, come colui 
che tutto aveva sacrificato, e tutto, ancora, sempre, 
era pronto a sacrificare, congiunti, ricchezze, dignità, 
la vita stessa, per mantenerla libera e grande? Poi- 
ché pari ad un redentore non di Mantova soltanto, 
ma pressoché d'Italia tutta, nella titanica sua contesa 
contro Ezzelino, noi vediamo apparire il buon visconte 
da Goito di mezzo alle grossolane finzioni della leg- 
genda, che, primo, come pare, ebbe a divulgar Bo- 
namente Aliprandi, e fu quindi raccolta, quasi fedele 
commemorazione di fatti realmente accaduti, da po- 
steriori cronisti ed istorici mantovani. Ora non in- 
tendo io erìgermi qui a difensore dell'insipido ro- 
manzo che YAlipr andina racchiude; ma pur debbo 
manifestare il mio pensiero: quello cioè che il pro- 
eesso istituito con troppa fretta contro il vecchio e 
dabbene Cronista mantovano Vorrebb'essere riaperto. 
Si vedrebbe forse allora come l' Aliprandi, ben lungi 
dall'avere, secondochè altri asserisce, inventato di 



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— »75 — 

sana pianta tutto quanto ha riferito (d' inventare, po- 
veretto! gli mancava proprio ogni attitudine) siasi 
fatto semplicemente il divulgatore di racconti chi sa 
come pervenuti fino a lui; il quale (anche questo 
non va dimenticato) nacque a Mantova d'antica e no- 
bilissima casata monzese, poco più di cinquantanni 
dopo che Sordello era morto, e forse non più d'uno o 
due lustri dopo la scomparsa dal mondo dell'Alighieri. 

Ma basti ornai di Sordello. L'invettiva alla quale 
Tatto suo di carità cittadina ha fornito occasione, è 
a giudicar tanto più meravigliosa e solenne, in quanto 
che noi possiamo e dobbiamo considerarla non già 
come lo scatto d'un'anima solitaria, un ammonimento 
che muore nel silenzio, ma quasi grido prorompente 
dai precordi stessi della nazione a testificare della sua 
virtù mortificata, sopita, non ispenta. S'è affermato da 
taluno che il concetto dell'unità italiana fosse perito 
nell'orrìbile naufragio che sommerse ogni nostra in- 
stituzione sotto l'alluvione barbarica; che il nome 
stesso d'Italia avesse cessato di designare la penisola 
tutta quanta per restringersi a quella parte di essa 
che formava il regnum, strappato da Carlo Magno 
alle rapaci granfie langobarde per trasmetterlo a que' 
suoi germanici successori, contro i quali insorge con 
tanto sfolgorar di sdegno la musa di Dante. Sono, ci 
si conceda ripeterlo, esagerazioni. Sempre, sempre, 
pur ne' momenti più tristi il popolo nostro in fondo 
alla sua coscienza continuò a vagheggiare quasi in- 
consapevolmente l'antico gratissimo sogno, Italia unita, 



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-176- 

regina e dominatrice del mondo. E talvolta questo 
concetto ci sfavilla dinanzi mentre frughiamo tra le 
scarse reliquie dell'antica nostra poesia; all'Italia si 
rivolge cosi la mente del versificatore pisano, che 
imprende a celebrare nel 1087 i trionfi de 9 concittadini 
suoi, sbarcati sul lido, dove sorse un giorno Carta- 
gine, a snidarne i mauri predoni; all'Italia pensa il 
poeta, che intorno al trono del quarto Enrico augura 
concordi i principi tutti della penisola; e la lotta epica 
che s'accende sovra i piani lombardi tra i Comuni ed 
il Barbarossa non tarda ad assumere pe' contempo- 
ranei il carattere d'un più sublime duello: quello della 
schiatta latina contro gli oppressori stranieri: * I Lom- 
bardi patroni della libertà, egregi difensori del pro- 
prio dritto, che pugnarono più spesso per tutelare la 
loro franchezza, ben sono i senatori d'Italia! „ esclama 
Boncompagno: bizzarro spirito fiorentino, che altrove 
all'Italia rivendica quel titolo di domina provinciarum, 
conferitole dalle leggi, e che le ridonerà, pur nell'atto 
di negarglielo, l'Alighieri. Ma codesto sogno dell'u- 
nità, codest'aspirazione alla grandezza passata, queste 
speranze sempre deluse e sempre rinascenti nella 
gente latina, fatta tale da Dio, che " più dolce natura 
in signoreggiando e più forte in sostenendo e più 
sottile in acquistando non fu nè fìa „ : solo con Dante, 
solo per Dante assorgono a trionfale manifestazione 
d'arte. Grazie al poeta sdegnoso il fantasma eroico 
si ridesta e non scompare più. Gloria a lui che l'ha 
richiamato alla vita! 



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GOLOSI IN PURGATORIO 



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I. 



Corrono, corrono via per l'ampio stadio che loro 
si schiude dinanzi, or cercando or fuggendo la 
vista bramata insieme e temuta de'mormoranti ruscelli, 
degli alberi carichi di poma odorate, le anime cui 
tarda di purgare * in fame ed in sete „ la colpa della 
gola; 1 corrono " per magrezza e per voler leggere „ 
mescolando devoti canti ai sospiri. E Dante corre 
con loro, corre in mezzo a quelle larve tenui e smunte, 
che nulla più d'umano ritengono nel sembiante, sì le 
ha consumate, logorate, trapunte l'inestinguibile de- 
siderio che tutte le signoreggia. E la presenza mira- 
colosa d'un vivo rende più stranamente fantastica la 
processione affannosa che si svolge sullo * spazzo n 
del sesto girone, tra il perenne riso della natura, in 
cospetto del mare e del cielo che laggiù nell'azzur- 
rina lontananza si confondono in trepido abbraccia- 
mento. Spettacolo triste 1 Dall'un lato la indefettibile 



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giovinezza delle cose inanimate ; dall'altro la caducità, 
il disfacimento della creatura eletta fra tutte, che le 
nobili s\ie doti sacrificò alle soddisfazioni più abbiette 
del senso 1 Queste pallide larve, queste a cose ri- 
morte wt come le definisce con tragica breviloquenza 
l'Alighieri, a me richiamano irresistibilmente al pen- 
siero Tinnumera turba di mummie che s'addensa tut- 
tora ne' sotterranei androni del chiostro de'Cappuccini 
in Palermo. Immobili, confitti al muro su due file, in 
atteggiamenti strani, impensati, a volte grottesca- 
mente paurosi, imbaccuccati dentro logore cocolle e 
sbrandellati sudar!, que' fantasmi s'incurvano tutti, at- 
tenti, sinistri, verso il visitatore che affretta involonta- 
riamente il passo, e ne seguono collo sguardo fìsso 
delle vuote occhiaie (vere " anella senza gemme „), 
la fuga. Se que' corpi, spogli di vita, ma contesi al- 
l'ultima dissoluzione, s'animassero e per virtù di ma- 
gico comandamento, scesi dalle pareti, uscissero in 
lunga fila all'aperto, ben vedremmo riviverci sensibil- 
mente dinanzi la scena cui immaginò e tradusse colla 
potenza della sua parola l'Alighieri. 

Rapida è la corsa dell'ombre, pari a quella di 
nave cui buon vento indirizzi alla meta desiderata. 
Ed in cuor di Dante ferve un tumulto di ricordi e 
d'affetti che cerca sfogo nelle domande rivolte a Fo- 
rese. L'incontro dell'amico, lagrimato già spento, del 
confidente d'ogni pensiero, d'ogni sogno giovanile, ha 
riportato d'improvviso il poeta ai giorni irrevocabil- 
mente scomparsi, quando in Firenze, non ancora ca; 
duta tanto in basso per le fatali discordie pullulate 



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— 181 — 



nel seno stesso della parte guelfa, ei posava sicuro 
e s'allietava in speranze di gloria che un amor puro 
nudriva. Poi giorni tristi erano sopravvenuti; la visione 
celestiale offuscata aveva lasciato luogo ad " imma- 
gini false „ di bene, che Dante riconosceva ormai 
tali e come tali abboniva; del resto, pur nel momento 
istesso in cui egli aveva abbandonata la via vera, 
l'amico eragli stato a fianco; entrambi, sempre stretti 
T uno all'altro, pur quando parevano fare strazio de' 
vincoli loro, eransi macchiati delle medesime colpe: 
dolori e gioie, deliri passeggeri e lunghi rimorsi, tutto 
rivive nel pensier del poeta, mentre, ficcando gli occhi 
nella * cambiata labbia n di Forese vi ricerca ango- 
sciato il caro ingenuo sembiante d'un tempo, il sor- 
riso affascinante ed arguto, l'occhio scintillante sotto 
l'aurea capellatura, cui giovinezza vestiva di purpureo 
lume. Ed un nome gli esce dalle labbra. Che n'è 
della sorella sua? 

Ma dimmi, se tu '1 sai; dov'è Piccarda? 

La risposta non si fa attendere: essa esce dalle sco- 
lorate labbra del figliuolo di Simone Donati, simile 
ad un grido di trionfo: 

La mia sorella, che tra bella e buona 
Non so qual fosse più, trionfa lieta 
Nell'alto Olimpo già di sua corona. 

E a noi ricompare dinanzi la soave figura della 
bellissima fanciulla che, avvampante tutta del mistico 
incendio acceso ne' cuori dal Serafico d'Assisi, aveva 



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abbandonata la famiglia, gli agi, ogni cosa più cara- 
mente diletta per rinserrarsi viva in Santa Chiara. Ma 
dalla dolce chiostra la strappano brutali gli sgherri 
di Corso: spoglia delle bende verginali, vittima in- 
ghirlandata di fiori, essa sale alle case di Rosellin 
della Tosa e vi si consuma in sconsolata tristezza. 
Piccarda non fa qui che una fuggevole apparizione, 
preannunziatrice di quella che seguirà in Paradiso. 
Ma sebben Forese ce ne ridica adesso l'esultanza 
con parole solenni, pure il trionfo suo non è quale 
ai meriti di lei sarebbesi convenuto. Dante la rinviene 
nel primo cielo della luna, astro mutabile, tra le su- 
stanzie ivi * relegate n (notisi il verbo!) * per manco 
di voto nì e le parole stesse di cui il poeta si giova 
ad interrogarla mostrano come la beatitudine sua 
piena non sia. Un velo sottil di tristezza ne adombra 
ancora le fattezze indiate. Lo stimma della decadenza, 
che la crudeltà d'uomini * più a mal che a ben usi „, 
impresse in quella candida fronte, permane incancel- 
labile, e l'eterno riso dell'Olimpo letiziante non basta 
a farlo obbliare nè al poeta nè a noi. 

Sgombrata la prima cura, suscitasi adesso nel 
pellegrino la brama d'avere contezza di qualcuno 
almeno tra gli spiriti che l'avvolgono nella fuga 
senza riposo, ammirati ma silenziosi. Giacché ben 
diversamente da quant' accade in altri cerchi, ove 
l'anime purganti fanno ressa d'intorno all'ospite inat- 
teso e lo supplicano coi più pietosi modi a ricordarsi 
di loro, a " pregar pur ch'altri preghi, si chè s'av- 
vacci il lor divenir sante „ nel girone de' golosi nulla 



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si chiede più dal poeta. Giunte oramai quasi al ter- 
mine del faticoso viaggio d'espiazione, le anime sem- 
pre meno si curano del * cieco mondo n abbando- 
nato ; sicché nemmeno la lusinga di sapersi ricordate 
laggiù con onore le stimola a disvelarsi. Dante stesso 
è quindi obbligato a chiederne ragguagli a Forese: 



Niun desiderio di fama dunque; ma neppure ri- 
pugnanza ad essere conosciuti. Anzi, poiché la giu- 
stizia che li fruga ha cancellato ogni caratteristico 
tratto nei volti de' golosi, ben sarà lecito additarli 
per nome; all'espiarne non è vergogna il ricordo del 
fallo purgato; anzi arreca accrescimento di gioia e 
di salutar compunzione: 



Di nominar ciascun, da ch'è sì munta 
Nostra sembianza via per la dieta. 

Questi (e mostrò col dito) è Bonagiunta, 
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia 
Di là da lui, più che l'altre trapunta, 

Ebbe la santa Chiesa in le sue braccia: 
Dal Torso fu: e purga per digiuno 
L'anguille di Bolsena e la vernaccia „. 

Molti altri mi nomò ad uno ad uno; 
E del nomar parean tutti contenti, 
Sì ch'io però non vidi un atto bruno. 

Vidi per fame a voto usar li denti 
Ubaldin dalla Pila e Bonifazio, 
Che pasturò col rocco molte genti. 

Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio 
Già di bere a Forlì con men secchezza; 
E sì fu tal, che non si sentì sazio n . 



Dimmi s'io veggio da notar persona 
Tra questa gente che sì mi riguarda. 



" Qui non si vieta 




-i<M- 

M' inganno io; ovvero la voce di Forese, man 
mano che procede nella rassegna dell'ombre fuggenti, 
assume un'intonazione sempre più ironica? Se Bo- 
naghinta sembra risparmiato, Martino IV riceve una 
stoccata di cui avrà per un pezzo ricordo; l'ar- 
civescovo Bonifazio se la cava, parrebbe, a miglior 
patto, e cosi Ubaldino della Pila; ma messer Mar- 
chese deve pagare uno scotto considerevole al sar- 
casmo del presentatore. Il riso, che accompagna in- 
sistentemente l'Alighieri nel suo mistico viaggio, quel 
riso, che è una delle più singolari manifestazioni del- 
l' umanità di Dante, che s'insinua pur in mezzo ai 
più dolorosi sentimenti, ond'egli ha l'anima ingombra, 
e li caccia di seggio e loro si sovrappone: quel riso 
che talvolta sembra violare persino, inopportuno ed 
intruso, il fren dell'arte di cui la musa dantesca è 
così severa custode; quel riso echeggia qui pure. 
Ne è del resto strano che così succeda. La colpa, 
di cui le anime del sesto girone si purgano con pe- 
nitenza tanto crudele, non è mai sembrata all' uman 
genere, ricercatore insaziabile di godimenti, quel pec- 
cato così grosso che gli asceti ed i moralisti, tenendo 
l'occhio alle conseguenze, predicavano. Di qui il 
contrasto che sorge e si perpetua nella vita e nel- 
l'arte quanto dura il Medio Evo. 

Accanto al cenobita, che, ripetendo i prodigi d'au- 
sterità, ond'ebber fama i padri della Tebaide e della 
Palestina, si sforza di soggiogare con ogni violenza 
la carne, la carne repugnante coir indomita vigoria 
dell'istinto alle privazioni cui si vuol sottoporre, sta 



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-«85- 

tutto un mondo di spensierati gaudenti che inneggiano 
alle gioie men raffinate del senso. Il nunc est biben- 
dum del poeta latino sottilmente epicureo si tramuta 
nel Gaudeamus rumoroso della chieresia medievale, 
che fa propri, esagerandoli, gli ideali grossi de' volghi. 
Cosi, mentre i fraticelli irlandesi vanno in traccia sul 
pelago infinito del paradiso terrestre, della terra di 
ripromissione de 9 Santi, dove ogni bisogno della vita 
si acqueta in un'inenarrabile dolcezza di contempla- 
zione, la turba de' ghiottoni si volge alla conquista 
del paese di Cuccagna. 



II. 

I personaggi che sul monte di purgazione s'assot- 
tigliano per la virtù dell'acqua e della pianta, appar- 
tennero vivendo alla seconda schiera, e furon tali che 
Gargantùa, il pacifico sovrano, sarebbe stato ben lieto 
d'accoglierli tra i campioni suoi. Della lor fama era 
pieno il mondo ai giorni di Dante, e nelle sollazzevoli 
vegghie se ne raccontavano i detti e, quel che più 
importa, i fatti. Son questi aneddoti, queste facezie, 
più o meno autentiche, $' intende, che valgono a ri- 
chiamare un pallido sorriso sulla contorta faccia di 
Forese, man mano ch'ei ne presenta i protagonisti 
al curioso visitatore. 

Vedete papa Martino IV! Simone de Monpis in Brie, 
nato di basso lignaggio, era un domenicano orgoglioso, 



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186 — 



severo per sè e per altrui, economo un tempo della 
basilica di S. Martino in Tours, onde l'epiteto di Tu- 
ronense, che s'intrecciò indissolubilmente al suo nome ; 
poi, nunzio a Parigi, mescolato nelle lotte del suo or- 
dine colPUniversità, avverso a Sigeri, che, fatto papa, 
trasse a giustificarsi in Orvieto. Elevato al soglio di 
Pietro dallà violenza di Carlo d'Angiò, che, morto 
Niccolò III, voleva a tutti i costi papa un francese, 
ne' quattr'anni del suo pontificato, ei non fu che un 
docile strumento nelle mani del re di Sicilia. Quali 
anni furono quelli per la penisola! La fortuna del 
carnefice di Corradino volgeva al basso e non a pic- 
coli passi, com'ei s'era augurato, ma in precipitosa 
mina. Mentr'egli accarezzava l'audace sogno di strap- 
pare la corona imperiale ai Paleologhi, Palermo in- 
sorgeva, ribellava Messina, le campane de' Vespri 
pulsavano a martello; in soccorso dell'isola, scossa 
da un soffio ardente di rivolta, accorrevano Giovanni 
da Procida e Pietro re d'Aragona. Negli stati stessi 
della Chiesa imperversava la guerra: Forlì e Guido 
da Montefeltro davano gran filo da torcere alle ponti- 
ficie milizie. Istancabile, papa Martino scagliava ana- 
temi da ogni parte, fulminava Palermitani e Messi- 
nesi, poneva l'interdetto a Forlì, decretava decaduto 
dal soglio Pietro d'Aragona. Ma quand'usciva di con- 
cistoro, dopo aver votato l'erario delle scomuniche, 
sospirando: * O Sant'Iddio, quanti mali soffriamo per 
la santa tua Chiesa! „ (Heu t sancte Deus, quanta mala 
patimur prò ecclesia sancla Dei/); se diamo retta ai 
commentatori della Comedia, il sospiro finiva in un in- 



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atteso ritornello: Ergo bibamust Ed il gran pastore 
" si faceva recare l'anguille del lago di Bolsena.... 
le quali sono le milliori anguille che si mangino: tanto 
sono grasse e di buono sapore, e faceale mettere e 
morire nella vernaccia e poi battere e meschiare con 
cacio e uova e certe altre cose e facevane far vi- 
vande in più maniere „• Immaginate voi, o lettori, lo 
scoppiettar degli epigrammi intorno alle scorpacciate 
papali! Ne rideva la Curia, dove Pasquino, non an- 
cora ridesto dal sonno secolare, contava già precur- 
sori in buon numero, e gli aneddoti fioccavano; si 
dicea che Martino IV avesse espresso il voto che 
tutta la Germania si tramutasse in un lago e gli 
abitanti suoi in pesci.... volevo dire anguille.... E 
quand'egli si spense la notte dal 28 al 29 marzt> 1285 
in Perugia (le male lingue dissero d'una solenne in- 
digestione) ; sul tumulo suo una mano irriverente af- 
fisse un nuovo epitaffio: 

Gaudeant anguillae, quia mortuus est homo ille, 
qui tanquam morte reas excoriabat eas. 
Or l'anguille faccian festa, 

Poiché all'altro mondo andò 

Que* che, quasi ree di morte, 

Ognor qui le scorticò. 

Tutto questo fremito d'irriverenti sarcasmi ribolle, 
a mala pena contenuto, sotto l'allusion sobria ma fe- 
roce di Dante. Il quale parecchie gustose storielle 
aveva per fermo udite e di Bonifacio Fieschi de' conti 
di Lavagna, arcivescovo di Ravenna, gerarca di una 
delle maggiori diocesi che l' Italia contasse (aveva 



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- i88 — 

sotto di sè in Emilia, in Romagna, nella Venezia una 
ventina di chiese suffraganee), e di Ubaldino degli 
Ubaldini, gran barone e ridottato uomo, fratello del 
cardinal Ottaviano, padre dell'arcivescovo Ruggeri; e 
di messer Marchese degli Orgogliosi altresì, il suocero 
d'Ostasio da Polenta 1 La terzina dedicata a costui 
riuscirebbe meno comprensibile, certo men saporita, 
ove si tacesse l'aneddoto, che di lui ci conservò Ben- 
venuto da Imola, esperto conoscitore delle cose di 
Romagna. Narra or dunque il Rambaldi che messer 
Marchese interrogasse un di il suo coppiere : " Che si 
dice di me in città ? „ E siccome il coppiere nicchiava 
e cercava schermirsi, messer Marchese più e più rin- 
calzava. Tutto timoroso al fine, il servo esci a dire: 
* Messere, e' dicono che voi non fate altro che bere 
E messer Marchese, ridendo di suo grosso rìso: " Gli 
scemi! E perchè non dicono che io ho sempre sete? „ 
Cotesti echi d' una esistenza dedita in parte ai 
godimenti più bassi del senso, dovrebbero spirare 
alle radici del colle sacro, dove 

l'umano spirito si purga 
£ di salire al del diventa degno: 

ed invece sollevansi audaci su su pe' vari gironi e 
scoppiettano intorno a noi col sommesso mormorio 
di risa soffocate. 

Certo siamo qui ben lontani dai tripudi della can- 
tina d'Auerbach, dove Mefisto trascina l'irrequieto 
compagno ad ammirare * in lustige Gesellschaft „ 
come riccamente si manifesti Y umana bestialità; pure 



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lag- 



uri tal qual tanfo di taverna sale qui fino alle nostri 
nari. Sagacissimo come sempre, il poeta s'affretta 
perciò ad un certo punto ad interrompere la burlesca 
rassegna, e con ingegnoso artifizio richiama d'improv- 
viso tutta l'attenzione nostra sopra un personaggio 
ch'aveva lasciato deliberatamente nell'ombra. E così 
inizia quell'episodio che è il più saliente del venti- 
quattresimo Canto, uno dei più salienti anzi di tutta 
la Cantica seconda, giacché Dante non solo ha voluto 
in esso concederci; ciò che gli avvien tanto di raro; 
di gettare una rapida occhiata sopra una pagina della 
sua storia intima; ma si è piaciuto altresì con parole 
famose quanto la Comedia, disvelare le sorgenti pure 
della sua inspirazione poetica all' abbagliato spirito 
del vecchio rimatore lucchese: 

Ma come fa chi guarda, e poi s'apprezza 

Più d'un che d'altro, fe'io a quei da Lucca, 

Che più parea di me voler contezza. 
Ei mormorava; e non so che ' Gentucca ' 

Sentiva io là, ov'ei sentia la piaga 

Della giustizia, che si li pilucca. 
O anima, diss'io, che par si vaga 

Di parlar meco, fa' sì eh' io t 9 intenda ; 

E te e me col tuo parlare appaga. 
Femmina è nata, e non porta ancor benda, 

Cominciò ei, che ti farà piacere 

La mia città, come ch'uom la riprenda. 
Tu te n'andrai con questo antivedere; 

Se nel mio mormorar prendesti errore, 

Dichiareranti ancor le cose vere. 



Ma dì s'io veggio qui colui che fuore 
Trasse le nuove rime, cominciando: 
Donne, ch'avete intelletto d'amore. 




— 190 — 

Ed io a lui: Io mi son un che, quando 
Amor mi spira, noto; ed a quel modo 
Che detta dentro, vo' significando. 

O frate, issa veggio, disse, il nodo, 
Che il Notaro e Guittone e me ritenne 
Di qua dal dolce stil nuoVo eh' r* odo. 

Io veggio ben, come le vostre penne 
Diretro al dittator sen vanno strette, 
Che delle nostre certo non avvenne. 

E qual più a riguardar oltre si mette, 
Non vede più dall'uno all'altro stilo. 
E quasi contentato si tacette. 

Bonagiunta da Lucca non trova luogo tra que' per- 
sonaggi, cui la musa dantesca sfiorandone coll'ala la 
fronte ha, per cosi dire, sottratti alla sfera dell'im- 
mediata realtà e trasformati quasi in simboli di virtù 
eroiche o di vizi nella loro stessa immanità sublimi. 
Egli non è destinato a raffigurare l'eccellenza in ve- 
runa cosa, buona o cattiva che sia; bensì quella me- 
diocrità del pensiero, dell'ingegno, dell'arte, che nel 
suo attaccamento spesso superstizioso alle regole tra- 
dizionali, nell'istintiva ripugnanza verso tutto ciò che 
esce dal consueto, s'oppone o colla violenza o col- 
l'inerzia ad ogni tentativo di rompere le barriere che 
impediscono all'intelletto umano di esplorar nuovi 
cieli. Benché Dante lo tratti con una particolare in- 
dulgenza (e ne vedremo fra breve i probabili motivi) 
ciò non può impedirci di considerare il lucchese quale 
incarnazione d' un tipo letterario che si perpetua, ri- 
nascendo senza posa dalle proprie ceneri, attraverso 
i secoli. Mettetelo a Norimberga nel secolo XV ed 
avrete il Bekmesser de' Maestri Cantori, fatelo pas- 



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seggiare pettoruto per la Galleria degli Specchi a 
Versaglia ed avrete POronte di Molière. 

Bonagiunta però è insieme qualche cosa di più 
e di meglio. In lui si riassumono i caratteri distintivi 
di quella classe di laici colti la quale fin dal medio 
evo più remoto ha contribuito ad imprimere alla 
nostra civiltà, alla nostra cultura queir indole che la 
rende così profondamente dissimile dall'oltremontana, 
retaggio esclusivo del clero. Non solo, come ci in- 
segnano i pochi documenti rinvenuti negli archivi di 
Lucca intorno a lui, ei fu giudice e notaio; ma pro- 
venne da una vecchia ed orrevol casata cittadina, in 
cui l'esercizio del tabellionato era tradizionale di padre 
in figlio: giudice difatti fu quelPOrbicciano degli Ove- 
rardi (donde venne poi il cognome a Bonagiunta, 
malamente alterato in Urbiciani) che viveva circa il 
1147; ed il padre suo Riccomo, morto circa il 1260, 
esercitò l'arte del notaio, come fece anche il padre 
del Petrarca. Le tradizioni di famiglia e quelle di 
casta creavano già Bonagiunta di per sè stessè uomo 
di lettere. Giudici e notari difatti ci appaiono sempre 
intenti a ricercare negli studi grammaticali e retorici 
P erudizione necessaria a trattar le giuridiche disci- 
pline ; ed una volta che di queste fossero fatti padroni, 
non avean cura di scordare i primi amori per la poesia 
e per la scienza. Perciò la letteratura nostra antica ri- 
bocca di nomi di giuristi, magnifici messeri, dottori di 
leggi civili e canoniche, ovver semplici tabellioni, che 
alle fatiche spesso ingrate della professione cercano 
conforto martellando gli esametri sonori, ornando di ca- 



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— 192 — 

denze i ritmici leonini, infiorando di eleganze più o meno 
leziose le prose latine. Ma quando dall'Alpi discese tra 
noi, sfolgorante di bellezza sotto la corona di fresche 
rose che le cingeva le chiome, la figliuola della sirena e 
dell'usignuolo, la lirica di Provenza, tutti quanti diven- 
nero poeti in volgare: tutti spasimarono d'amore a 
norma del cavalleresco u servire Duce della bella 
scuola, mentre Federigo II reggea le sorti dell'impero, 
il suo notaro : Jacopo da Lentino. E dietro lui, poiché 
le sue rime accolte festosamente corsero tutt'Italia, la 
lirica provenzaleggiante risonò in riva all'Arno, al 
Serchio ed al Reno. Arte vera non poteva dirsi que- 
st'effimera produzione cortigiana, languido riflesso di 
una poesia straniera, che già nel suo paese natale era 
venuta corrompendosi e cadendo nell'esagerato e nel 
falso. Ma se ancora l'ideale dell'amore cavalleresco 
cantato dai trovadori, poteva rinvenir qualche par- 
venza di vita, ove inspirasse le canzoni nelle sale dei 
castelli svevi o tra le tende degli accampamenti im- 
periali, esso risultava privo d'ogni fondamento con- 
creto, allorché lo venivan esaltando dietro i loro 
banchi di ragione e tra gli scartafacci cancellereschi 
i giudici di Toscana e di Romagna. Né alla irrime- 
diabile debolezza di cotest'arte venuta di fuori recò 
vantaggio vero la riforma di Guittone, che pur valse 
a dar contenuto più vigoroso e virile al canto e seppe 
nobilitarne le forme troppo lige al linguaggio oltre- 
montano col mescolarvi vocaboli latini. 

Fedele dapprima alla maniera siciliana in cosiffatta 
guisa da attirarsi le beffe d'un altro rimatore contem- 



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— 193 — 

poraneo, che potrebb'essere stato Chiaro Davanzati, 
Bonagiunta, più tardi, oltre che lo stile del notaio 
da Lentino imitò quello pure di Guittone, che per 
il suo sentenziare solenne, la sua oscura magnilo- 
quenza rispondeva a cappello ai gusti d 9 un uomo 
come lui. Fuori di dubbio il giudice dabbene, che 
dilettavasi a tessere nelle proprie canzoni la genea- 
logia delle virtù ed a provare come Fin Senno sia 
padre di Larghezza, Cortesia e Conoscenza, e questa 
a sua volta generi Servire ed Ubbidienza, onde ram- 
pollano Onoranza e Nominanza ; viveva nella beata 
illusione che non si potesse nel campo dell'arte far 
. più e meglio di quant'avessero fatto il Notaro e Guit- 
tone. Immaginarsi dunque il suo stupore, allorché 
dalla turrita Bologna volarono sin sui margini del Ser- 
chio lucente le filosofiche rime del Guinizelli! Irritato 
ed offeso dall'audacia del novatore, il brav' uomo di 
Bonagiunta gli mandò un sonetto che rimane docu- 
mento singolarissimo della sua.... come diremo? di* 
damo cecità artistica. Ei vi lamenta che Guido * per 
avanzare ogni altro trovatore * abbia mutato * la 
mainerà delli piacenti detti dell'amore 

De la forma e de Tesser là dov'era; 

asserisce indignato che tutto quanto il Guinizelli scrive 
riesce oscuro e faticoso, e conchiude col tono d' un 
giudice che fulmina la sentenza contro il colpevole 
confesso : 

Ed è tenuta gran dissi migli an za 
Ancor che'l senno venga da Bologna, 
Trare canzon per forza di scrittura. 

13 



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— *94 — 

La desolazione di Bonagiunta finisce per dar nel co- 
mico. Come si sente l'uomo disturbato nella sua quiete! 
SM stava tanto bene così; si cantavan donne che non 
esistevano, bellezze che non avevano pari, perchè erano 
immaginarie, amori che non si provavano, dolori che 
non cuocevano! A quale scopo mutare tutto ciò? 

Eppure è questo curioso tipo di retrogrado impe- 
nitente, si direbbe, che Dante va a scegliere per glo- 
rificare il novello stile! Perchè? Io non veggo che 
altri abbia affrontato il problema; picciolo problema, 
a ver dire, ma non privo d' importanza, come quello 
dalla cui soluzione può dipendere una più retta in- 
telligenza della famosa terzina e del commento che 
le fa dattorno il Lucchese. 

Vediamo dunque un poco. Quale poeta, posse- 
dette Bonagiunta de' titoli che lo raccomandassero 
meglio d'altri suoi colleghi toscani all'attenzione 
dell'Alighieri? Sebbene in questi ultimi tempi siasi 
tentato da qualcuno di risollevare la memoria del 
buon notaio, di provare che in lui * c'era l'anima 
di poeta e che la scuola lo traviò „; io confesso 
di non esser restato molto persuaso della dimostra- 
zione. Che qua e là non manchi nelle canzoni o nei 
sonetti di lui qualche imagine fresca e viva, ammetto; 
ma nell' insieme egli rimane, come l'aveva qualificato 
Lorenzo il Magnifico, * vuoto e freddo, spogliato di 
ogni fior di leggiadrìa „. D'altro canto Dante ha già 
detto che pensi di lui in quel passo del De vulgati 
eloqueniia, ove lo pone in un fascio con i quamplures 
famosi viri, che non seppero assorgere al volgare 



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- 195 — 

cortigiano, ma nei loro detti' s'attennero alle parlate 
municipali. Se si pensa che in capo alla lista l'Ali- 
ghieri pone Guittone stesso e Brunetto Latini, è facile 
comprendere qual giudizio dovesse fare del Lucchese, 
imitator freddissimo dell'Aretino! 

Si dirà che Bonagiunta si meritò l'onore insigne 
di venir posto in si cospicua luce da Dante per aver 
scritto il già accennato sonetto contro il Guinizelli? 
Ma se l'Alighieri avesse meditato di trarre vendetta 
di colui che erasi così audacemente levato a mordere 
il padre suo e degli altri suoi miglior che mai 
Rime d'amore usar dolci e leggiadre, 

avrebbe tenuta altra via. Dio solo sa che terribili sfer- 
zate sarebbero piovute sul groppone del petulante 
censore! Ed invece, per quanto io aguzzi le ciglia, 
non riesco neppure a vedere nel linguaggio che Dante 
adopera discorrendo seco, le tracce di quella ironia 
che altri vuole a tutti i costi rinvenirvi. È difatti opi- 
nione di più critici che le parole con cui il Lucchese 
esprime lo stupore provocato in lui dalle dichiara- 
zioni di Dante forniscano la prova ch'egli non ne ha 
capito un bel nulla. " Ah ! — egli esclamerebbe — ora 
vedo quel che differenzia me, Jacopo da Lentino e 
Guittone da voi altri. Noi non scrivemmo appuntino 
al modo che dettava il cuore, come voi fate. Ma chi, 
passando oltre a ciò, riguarda il resto, non trova 
differenze tra il vostro stile e il nostro: 

£ qual più a gradare oltre si mette, 
Non vede più dall'uno all'altro stilo „. 

Quindi si tace, quasi soddisfatto di sè stesso. 



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Or proprio in quel * quasi „ si celerebbe la punta 
del sarcasmo dantesco. 

Il verso " E qual più a gradire oltre si mette n 
colle sue molte, troppe varianti : riguardar, guardare, 
guatare* gradare, gradire, è pur troppo la fonte 
prima di queste, eh 9 io vorrei dire fantasticherie, se 
non mi trattenesse il rispetto dovuto ad egregi studiosi. 
Per mio conto difatti io veggo le cose ben diversa- 
mente. Il poeta, richiesto con curiosità rispettosa dal 
Lucchese, di accertarlo se veramente stia desso in 
presenza di chi diede allo stil novo più solenne 
sanzione col mirabile componimento : Donne ch'avete 
intelletto cT amore, elude, come modestia impone, la 
domanda, e si limita a dire: * Io son uno che canta 
sol quando amore lo spira „. Questa semplice dichia- 
razione è un raggio di luce che schiara d'un tratto 
r intelletto oscurato del seguace di Guittone. * Ah sì, 
egli esclama, io comprendo finalmente quale fu l'osta- 
colo contro cui si ruppero gli sforzi miei come già 
quelli de 9 miei predecessori. Noi abbiamo cantato per 
seguire la moda, per svago, per vanità di letterato, 
per fuggir l'ozio; abbiamo chiesto alla riflessione ed 
al raziocinio ciò che dovevamo chiedere al cuore. Solo 
il cuore, gonfio di schietta tenerezza, come una pianta 
nel turgore primaverile di succhi, può ispirar un canto 
degno di vivere. Chi non si piega a cercar la fonte 
dell' inspirazione nel sentimento e si mette oltre, tra- 
passa le leggi eterne della poesia, non scorge più 
la differenza tra i due stili, tra 1' arte sincera, alata, 
e la produzione ammanierata, imbellettata e leziosa 9 . 



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- 197 - 

Questo è il pensiero di Bonagiunta, a mio credere; 
e che tal sia parmi poter confermare con una prova 
non indegna di considerazione. 

Tra le rime del Lucchese, che in servigio della 
crìtica edizione da lui messa in luce, ha testé ristudiate 
un giovane valente, stanno due sonetti che son pas- 
sati sempre inosservati dai critici. Or così nell'uno 
come nell'altro Bonagiunta ci si rivela seguace d'una 
scuola, che non è più la guittoniana. Uditene alcuni 
versi : 

Gli vostri occhi e' m'ànno divisi 
li spiriti che son dentro nel core, 
et escon fuor con sì grande tremore 
ch'i'ò temenza che non sieno ancisi. 

£ poco stando un sospiro sì mmi si 
parte ch'ani! mess'à l'anima in errore, 
e ben sembra ne la virtù d'amore 
guardando gli acti suoi così assisi. 

Ella è saggia e di tanta beltate 
che qual la vede convene che allora 
mova sospiri di pianto d'amore. 

Però lo dico chi à gentil core 
che tegna mente sì convella onora 
ciascuna gente ch'ha in sè nobiltate. 

Come negare che qui non risuoni un eco dello 
stil nuovo? Non già della poesia poderosa e scienti- 
ficamente elevata del Guinizelli, non già dell'arte cu- 
pamente desolata del Cavalcanti, ma di quella che 
scorre con tanta dolcezza attraverso le rime della 
Vita Nova? Il vecchio avversario del rimator bolo- 



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- 198 - 

gnese ha dunque trovato anch'egli la sua via di 
Damasco. Ciò che l' arte del Guinizelli non aveva 
ottenuto ottenne quella di Dante. Al termine della 
sua vita d'uomo e di poeta il giudice lucchese si è 
convertito allo stil novol Forse questo ingenuo e 
tardo ravvedimento suo gli ha procurata l' indulgenza 
dell'Alighieri ? Io oserei crederlo. Tutto allora si 
spiega ; l'apparizione sua tra i golosi del sesto girone, 
la benevolenza schietta di Dante, la solenne ritratta- 
zione che egli fa dei suoi vecchi errori. Egli abiura 
i traviamenti passati, e Dante, pontefice dell'arte 
nuova, oltreché dal peccato commesso * per l'amor del 
gusto „, l'assolve, se mi è consentito il bisticcio, anche 
da quelli perpetrati poetando contro il buon gusto! 

Ma a cattivarsi l'animo dell' Alighieri 'l'accorto giu- 
dice lucchese s'era giovato d'un ingegnoso espediente : 
* ei mormorava.... e non so che Gentucca sentiva io 
" là ... . n Chi è Gentucca ? A che tener calcolo 
delle stravaganze spacciate in argomento dai vecchi 
commentatori? Basti dire che un solo tra loro vide 
il vero, Francesco da Buti, che scrive : * Dante puose 
amore a una gentil donna chiamata Madonna Gen- 
tucca, che era di Rossimpelo, per la virtù grande 
et onestà che era in lei „. I moderni interpreti 
sono tutti dello stesso avviso oramai (caso davvero 
non comune); niuno dubita che in cotesti versi l'Ali- 
ghieri non abbia voluto apparecchiare grazioso loco 
ad una leggiadra immagine di donna, che alleviò con 
atto squisito di gentilezza l'ambasce dell'esule sde- 
gnoso. 



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— 199 — 

Ma ogni sforzo per riconoscere la gentile, è ri* 
masto vano sinora. Della Gentucca di Rossimpelo, 
mentovata dal Pisano, niuno ha ricercato novelle. I 
più son stati paghi a convenire col Troya che la 
Gentucca fosse una Faitinelli, moglie di Bernardo • 
Moria Allucinghi, di cui parlano certi documenti luc- 
chesi. Ma poi s' è veduto che difficilmente Gentucca 
Allucinghi poteva avere contato nel Trecento così 
poco numero d'anni come Dante lascia intendere. Ed 
allora si è fatto buon viso alla candidatura d' una 
terza Gentucca Moria, donna che fu di un Coscio o 
Coscionno da Fondora, scovata fuori dal Mimiteli. 
Per conto mio io non veggo modo di scegliere. 

Un altro grosso guaio è pur lo stabilire quando 
Dante siasi scontrato colla concittadina di Bonagiunta. 
Vogliono taluni eh 9 egli siasi recato a Lucca dopo 
il 1314, anzi più precisamente tra il 1315 ed il 1316; 
altri negano la possibilità che in quegli anni Daste, 
già tutto ravvolto nelle cose di Romagna, potesse 
dimorar anche brevemente a Lucca, ospite d' Uguc- 
rione della Faggiuola, e preferirebbero rinviare la 
sua visita al 1307*1308. Dinanzi a tante incertezze io 
mi permetterei di proporre una domanda: ma perchè 
deve Dante esser andato a Lucca? M'odo tosto ri- 
spondere: Diamine, o co m'avrebbe altrimenti cono- 
sciuta ed ammirata Gentucca? Ma per conoscere ed 
ammirare Gentucca, ribatto io, era proprio necessario 
condursi sulle rive del Serchio? 

In realtà P opinione così radicata nei biografi di 
Dante ch'egli abbia, durante un periodo di tempo più 



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— aoo — 



o meno breve, fermata in Lucca la sua stanza, si fonda 
unicamente sopra le parole di Bonagiunta: a Fem- 
mina è nata.... che ti farà piacere La mia città, come 
ch'uom la riprenda „. Or qui io non scorgo traccia di 
una dimora di Dante in Lucca. Vi veggo invece sem- 
plicemente espresso l'effetto di un sentimento che 
sorge sempre spontaneo nel cuor nostro, quante volte 
esso batte più forte del solito per una persona dive- 
nutaci cara. L'affetto che proviamo per lei s' estende 
anche al luogo dov'è nata. Chi non ha provato ciò? 
Quanti tra noi all'evocazione improvvisa d'un luogo, 
ignoto ai più, non ha sentito risvegliargli nel pen- 
siero il ricordo di un essere diletto? Può essere 
l'ammirazione per un poeta, la devozione per un 
santo, l'amore per una donna che provoca questo ri- 
sultato; ma cert' è che noi possediamo tutti quanti 
delle patrie ideali che non abbiamo mai visitate, che 
non visiteremo forse mai, ma che, ove ci avvenisse 
di porvi il piede, contempleremmo con memore te- 
nerezza. E questo è, a mio avviso, il caso per Lucca. 
Dante non l'aveva certo sul suo libro: quale delle 
città toscane vi fu mai inscrìtta? Nel De volgari 
eloquenza ne aveva beffato la parlata, nella Cotnedta 
bollato di barattieri tutti gli abitanti suoi. Or v'è nata 
Gentucca; ed il malizioso Orbicciani gii vuol dire: 
* Adesso, quando udirai nominar Lucca, non pen- 
serai più: eli' è la città di Bonturo; ma invece: è la 
città di Gentucca.... 9 

In quanto poi alla natura del sentimento che la 
leggiadra lucchese suscitò in cuore al poeta, è peri- 



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— 201 — 



coloso davvero volerne recare sentenza. I buoni com- 
mentatori del Trecento, tutti " di grosso legname 
come avrebbe detto il Pucci, ignari di psicologiche 
sottigliezze, sono concordi nelTasserire che Dante si 
innamorò di Gentucca, come un semplice mortale: ma 
a cotesta opinione si ribellano gli interpreti più re- 
centi; tra essi lo Scartazzini, il quale col cipiglio di 
un pastore protestante (qual era) ci ammonisce che 
nel 1314 o airincirca l'Alighieri toccava i cinquantanni: 
* età ben poco favorevole agli amori „. Eh sì, per un 
pastore protestante, senza dubbio; ma chi può ar- 
rischiarsi di scrutare il mistero d'un cuor di poeta, 
quando questo poeta si chiama Dante, si chiama 
Goethe? Certo neppur io credo che le discrete pa- 
role dell 9 artista alludano a torbide tempeste sen- 
suali. Non vi alluderebbe così Dante nel momento in 
cui sta per attraversare quel bogliente vetro, ove de- 
porrà la memoria delle colpe passate. Ma in pari 
tempo non insistiamo troppo per definire quant' egli 
volle che indefinito restasse. Tutti ricordano il pa- 
ragone caro allo Stendhal. Alle cave di sale di Sa- 
lisburgo si getta nelle profondità abbandonate della 
miniera un ramo d'albero sfrondato dal verno: due o 
tre mesi dopo si cava fuori ricoperto di splendide 
cristallizzazioni. I più piccoli rami, non più grossi 
del piede d'una cingallegra, s'incoronano di diamanti 
innumerevoli, mobili ed abbaglianti; il ramo non si 
riconosce più. Questa cristallizzazione dell'amore non 
si è senza posa avverata nel profondo cuore del 
poeta? Una parola, un gesto, un sorriso lampeggiato 



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sul volto di Gentucca, bastarono forse perchè il mira- 
bile avvenimento si compisse. Lasciamo dunque la 
fanciulla lucchese nella trasparente penombra ond' è 
circonfusa e resa più affascinante. Essa fa parte og- 
gimai, mercè l'arte di Dante, della schiera d'elette 
creature che portano corona di regina; non sciupia- 
mone, brancicandola goffamente, la bianchissima veste 
intessuta di sogno. 

Ma la santa greggia, intenta sin qui al colloquio 
de' rimatori, si conturba, si scompiglia, e a mo' di 
stormo di migranti augelli, riprende più veloce che 
mai il suo cammino trapassando Dante e Forese. Che 
avvenne dunque? Una fragranza "sempre più acuta e 
penetrante s'è diffusa per l'aria; oramai s'appressa 
lo stuolo ad un altr'albero, maestoso quanto il primo, 
nè di meno squisita essenza, come quello che de- 
riva dalla pianta fatale cui Eva diede di morso, il 
legno della scienza del bene e del male. Sta, erta sul 
ciglione del monte, la pianta, e dai folti rami pendono 
in copia le poma d'oro. Inebbrìato il popolo penitente 
la circonda con gemiti e con sospiri ; e drizzano tutti , 
come bramosi fantolini e vani, le braccia al frutto 
vietato ; quindi, ricreduti, piegan il Capo e riprendono 
silenziosi la corsa infinita. 

Anche a Forese l' indugio ornai cuoce. Ei si stacca 
dunque a forza dall' amico. E : " quando fia eh' io 
ti riveggia? „ gli chiede. L' inchiesta fa traboccare il 
dolore, onde è già riempiuto l'animo dell'Alighieri. O 
come egli vorrebbe travarcar già di girone in girone, 
ombra spoglia della grave soma terrena, piuttosto 



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— 203 — 

che rimescolarsi alla folla maligna della città partita, 
ove già gli si appresta il calice dell'esilio e dell'onta! 
Forese intende tutto quanto si cela nel cuor di Dante. 
Ed una profezia tremenda gli prorompe dal labbro: 
chi ha maggiormente peccato, chi camminò maggior- 
mente nella via dell' iniquità, ne avrà ben tosto atroce 
castigo : 

Or va, diss'ei : chè quei che più n' ha colpa 

Vegg'io a coda d'una bestia tratto 

Inver la valle, ove mai non si scolpa. 
La bestia ad ogni passo va più ratto, 

Crescendo sempre, (in ch'ella il percuote, 

E lascia il corpo vilmente disfatto. 

Il racconto della morte di Corso Donati, caduto 
da cavallo nella tentata fuga da Firenze (15 settem- 
bre 1308), assume in questi rapidi tocchi una tra- 
gica grandiosità. Nelle parole di Forese, così benigno 
a Piccarda, cosi inesorabile per Corso, lampeggia tutta 
la vendetta del poeta giustiziere e dalle pendici del 
santo monte noi ci sentiamo ricondotti giù nel regno 
dell'odio, nella voragine infernale. 

Fugge così maledicendo Forese, e sul pellegrino 
sconsolato cade tetra ed opprimente la tristezza. Ei 
tace camminando nè trovano parole Stazio e Vergilio. 
Che significa cotesto accasciamento? Forse dobbiamo 
noi vedervi simboleggiata quella tetra noia, quel de- 
solato vuoto, che segue sempre alle dissipazioni ed 
ai piaceri smodati, che rende sì lugubre il risveglio 
a chi consumò la notte nell'orgia? Solo un' appari- 



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- s»4 — 

zione celestiale può sgombrar dall'animo del poeta la 
nebbia crassa che l'aduggia. La mirabile incande- 
scente figura del celeste custode si rizza improvvisa 
sulla porta del settimo girone; con un tocco lieve 
d'ala sfiora via un altro stimma dalla fronte di Dante 
che cinge ed investe tutto un'aura nuova di pri- 
mavera. 

£ quale, annunziatrice degli albori, 
L'aura di maggio movesi ed olezza 
Tutta impregnata dall'erba e da' fiori; 

Tal mi senti 9 un vento dar per mezza 
La fronte; e ben senti' mover la piuma, 
Che fé 9 sentire d'ambrosia l'orezza. 

E senti' dir : Beati cui alluma 
Tanto di grazia, che l'amor del gusto 
Nel petto lor troppo disir non fuma, 

Esuriendo sempre quant' è giusto. 

Beati qui esuriunt iustitiatn! Beati quanti serbano 
la misura come nel saziare * la fame naturale „, cosi 
in ogni altro atto della vita, in ogni manifestazione 
dell'arte, in ogni estrinsecazione del pensiero! Virtù 
nobilissima, di cui il medio evo andò affannosamente 
in traccia senza raggiungerla mai ; virtù, di cui man- 
carono i suoi santi, i suoi guerrieri, i suoi poeti, tu 
da Dante sei stata ricondotta al regno di poesia, tu 
nelle cantiche divine rinvenisti il tuo trono ed il tuo 
fondamento. 



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DANTE E S. FRANCESCO D'ASSISI 



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Chi entra in Santa Maria Novella, l'elegante e se- 
vero tempio domenicano, onde al viaggiatore che 
non ha quasi ancor messo il piede in Firenze, sem- 
bra disvelarsi improvvisa, di mezzo al prosaico tu- 
multo della vita presente, la visione fuggitiva di 
quanto seppe fare il fervor mistico del primo Rina- 
scimento, disposato all'amabile genio dell'arte che vi- 
goreggiava al soffio dell'antichità, protettrice, non ti- 
ranna ancora dell'inspirazione ; chi entri, dico, in Santa 
Maria Novella, per quant'incurioso egli sia di storici 
ricordi e d'artistici monumenti, s'arresterà certo am- 
maliato e stupito, ov'ei giunga al limitare della gran 
Cappella del Capitolo, il * Cappellone degli Spagnuoli „. 
Nuda ed austeramente disadorna ogni altra parte del 
tempio: qui invece le vastissime pareti ridono tutte 
d'affreschi, in cui la soave arte di Giotto s'è fatta più 
virile e più ferma, senza nulla scapitare in dolcezza 
nè in elevazione. Ed ecco, in mezzo alla luce chiara, 
piovente dalle strette finestre, sorgere ed attirar roc- 
chio e la mente dello spettatore due grandiose com- 
posizioni, nelle quali un artefice sommo, ma pur 
troppo oggi ignoto, docile ai consigli di qualcuno 



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— ao8 — 



tra i dotti padri del convento (a cominciare dal Pas- 
savanti, Santa Maria Novella ne contò allora de* sa- 
pientissimi), a mezzo il Trecento osò rappresentare, 
superando difficoltà ben gravi con audacia che il 
successo ha legittimata, l'azione che sulla Chiesa e 
sul mondo esercitò l'ordine domenicano e la glorifi- 
cazione di esso nel trionfo del più gran lume che la 
* santa greggia „ abbia vantato mai: san Tommaso 
d'Aquino. 

Veri poemi in pittura, fruttò felice dell'unione di 
due ingegni elevati, sorriso l'uno dall'intuizione del 
bello, l'altro dalla comprensione del vero, in un'età 
nella quale il pensiero religioso e filosofico italiano è 
pur sempre racchiuso con placida fermezza dentro 
l' orbita d' una schietta ortodossia ed ancora larga- 
mente raccolgonsi i frutti della messe che il secolo 
tredicesimo aveva seminata; cotesti affreschi assom- 
mano in guisa efficace troppo ed eloquente la grande 
restaurazione intellettuale e scientifica che si compì su- 
gli albori del Dugento nella Chiesa, nel paese nostro, 
perchè non giovi contemplarli un poco più davvicino. 
Esaminiamoli dunque noi pure, senza curarci di ricer- 
care se sia stata la mano di Simone Memmi, l'artefice 
caro al Petrarca, che condusse sulle muraglie queste 
teorie di santi e di dotti, o piuttosto il pennello del 
migliore tra i discepoli di Giotto, Taddeo di Gaddo 
Gaddi, o infine quello dell'oscuro Andrea da Firenze- 
Sulla parete orientale della Cappella; la prima che at- 
tiri gli sguardi, sorge a noi dinanzi una basilica dalle 



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— 209 — 

forme squisitamente eleganti, coronata da sveltissima 
cupola: è Santa Maria del Fiore, quale Arnolfo ebbe 
nel suo primitivo disegno ad idearla, che qui sta a 
simboleggiare la Chiesa cattolica essa stessa, la ce- 
leste Gerusalemme, la sede del Cristo. Ed ai piedi 
di essa si presentano, assise in seggi ai gradi loro 
convenienti, tutte le dignità dell'orbe cristiano. Sta in 
mezzo il papa benedicente; al fianco suo l'imperatore, 
che stringe nell'una mano l'aureo globo, nell'altra la 
spada. Ed ai lati loro altri personaggi sono seduti: 
cardinali e vescovi, abbati e priori a sinistra; a de- 
stra re di corona, principi, baroni Sul dinanzi, tra 
una folla variopinta, dove scintillano le armature lu- 
centi de 9 cavalieri e le dorate cappe de 9 prelati, le pe- 
corelle del mistico gregge posano sicure. Così sovra 
tutti gli u stati del mondo „, inchinati ai piedi loro, 
i * due soli „ che Roma soleva aver nel * buon 
tempo „, piovono i benefici raggi. Il mondo è dav- 
vero, quale ebbe a vagheggiarlo l'Apostolo: un ovile 
sotto un solo pastore, con una sola fede: unus postar, 
unum ovile, una fides, una aecclesia. 

Donde questa concordia nuova, sogno di tante 
età, sospirato sempre, non mai conseguito? Donde 
questa pace del gregge cristiano? Volgiamoci un poco 
più a destra. Qui la scena si muta: la serenità grave 
della pace cede il luogo all'aspro tumulto della con- 
tesa. Tra molte figure tre solenni campeggiano : tre 
domenicani; senza dubbio, tre santi. Il primo, eh 9 io 
riterrei S. Domenico stesso, sembra esortare coll'au* 
torìtà, tenendo fra mani la verga del comando : il se- 

«4 



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— aio — 



condo cogli argomenti della dialettica si scorge com- 
battere la riluttanza d'uditori ritrosi (e questi è forse 
Alberto Magno); il terzo (S. Tommaso?), mostrando 
loro il volume aperto delle sacre scritture, fiacca di 
un colpo la temerità arrogante della scienza profana. 
Bellissimo episodio quest'ultimo. Colpito dall'abba- 
gliante luce che si sprigiona dal sacro libro, lo stuolo 
de' sofi eretici o infedeli soccombe. E qui un gran ve- 
glio, a stremo d'argomenti, si tura con disperato ge- 
sto le orecchie; un altro, ammutito d'improvviso, si 
inabissa nella speculazione della verità che, irruendo 
nella sua mente, la stenebra, ma l'accieca. Ad un terzo, 
arabo filosofo o teologo pagano ch'ei sia, come indi- 
cherebbero le fogge strane della veste e del cappuc- 
cio, ogni ulterior dubbio par colpa; sicché con iroso 
piglio straccia il libro che ebbe a trarlo lungi dalla 
* via: dritta „ ; mentre un quarto, un quinto, vinti ed 
umiliati, si prostrano ai piedi del santo per implorarne 
il perdono, l'aiuto. E al dissotto una mischia furiosa 
s'è ingaggiata tra diversi animali ; una muta di mastini, 
pezzati di nero e di bianco, * bramosi e correnti „, 
conte i veltri danteschi, scagliasi contro un branco 
ululante di lupi, e difende dai loro assalti l'ovile. 
Resistono le fiere demoniache, ma per poco ; chè, ri- 
buttate, sono dai cani volte in fuga, rovesciate, sgoz- 
zate. Il mantello variegato de' veltri ci porge la chiave 
della facile allegoria; noi riconosciamo in essi, ancora 
e sempre, i domenicani, sguinzagliati dal fondator loro 
alla caccia della eterodossia. 

Di fronte a questo grande dipinto che ci ritrae la 



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— au — 



battaglia, un altro se ne svolge ov'è raffigurata la 
vittoria. Ergesi sublime una cattedra, quasi un trono, 
intorno alla quale svolazzano, angeliche forme, le virtù 
teologali e le cardinali. Sulla sedia posa austero e 
meditabondo un monaco : San Tommaso. Tra le mani 
tien desso la Somma; ai suoi piedi, in atto di dispe- 
razione s'accasciano tre reprobi : Ario, Sabellio, Aver- 
roè. Ma ai lati del gran filosofo d'Aquino, a fargli 
bello ed orrevole corteggio, seggono dieci personaggi 
atteggiati a maestosa gravità, profeti dell'antica legge 
e banditori della nuova: Mosè, Davide, Isaia, Salo- 
mone, S. Paolo, S. Marco, S. Giovanni, il rapito scrit- 
tore dell' Apocalisse. Ed al dissotto, in lunga schiera 
si allineano tutte le scienze divine ed umane ; e seduti 
più in basso tutti gli elettissimi ingegni ne' quali l'età 
di mezzo amò immaginare ristretta ogni più misteriosa 
profondità di sapere : Prisciano e Cicerone, Tolomeo 
e Pitagora, Giustiniano e Pietro Lombardo, Boezio e 
S. Agostino. Quanti " fulgori „ 9 insomma, quanti 
* ardenti spiri „, 

più dolci in voce che in vista lucenti, 

Dante s'era affaticato a raccogliere nella sfera del 
sole d'intorno al grande Aquinate ; tanti e più ancora, 
a descrìverne l'universale scienza, l'intellettuale su- 
premazia, ne ha a lui riaccostati e congiunti nell'af- 
fresco fiorentino l'anonimo artefice. 

Pur costui non seppe, o, a dir meglio, non volle 
rendere il suo fantasioso pennello interprete in tutto 



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— aia — 



fedele della storica realtà. Perchè ciò avvenisse, l'opera 
sua dovrebbe rappresentarci non soltanto * taluni „ 
de' più grandi fattori, che contribuirono al rinnovella- 
mento religioso e scientifico del secolo decimoterzo, 
ma tutti senz'eccezione. Talché, a far sì che il quadro 
apparisca compiuto, egli è mestieri che all'unica im- 
magine collocata da Andrea da Firenze, o chiunque 
altri il pittore sia stato, sul simbolico trono, un'altra 
se ne aggiunga, meno austera, meno filosofante, ma 
più ardente, più appassionata, più soave: quella del 
Santo che ricercò il Cristo non soltanto o soprattutto 
nelle gravi pagine de 9 Padri, bensì nella natura e nel- 
l'uomo, e riboccante più di tenerezza che di scienza, 
meritò tra le estatiche macerazioni di portar impresse 
nelle proprie membra le ferite di un corpo divino. U 
grande moto del secolo XIII, che ricreò la coscienza 
religiosa in Italia, non è soltanto opera d'intelletto, 
ma altresì d'amore, e la Chiesa giunse a rinnovel- 
larsi di novelle frondi, come la pianta dispogliata 
dell'Eden dantesco, non soltanto coll'irresistibile slan- 
cio verso la purità della dottrina ma coll'anelito in- 
tenso alla purità della vita. £ di codesta duplice ri- 
nascita morale, operatasi tra di noi, se la parte 
scientifica è essenzialmente da attribuir agli a agni , 
del gregge buono, 

Che Domenico guida per cammino 
U' ben s'impingua, se non si vaneggia ; 

la morale trae ogni auspicio, ogni inizio dall'aposto- 
lica predicazione di Francesco d'Assisi. 



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— 213 — 

Questo ben ha veduto Dante : e nel suo Paradiso, 
ponendo sulle labbra dell'Aquinate l'elogio stupendo 
del Póverello, si è prefìsso non di celebrare il santo, 
caro agli asceti come ai filosofi, il padre, di cui i Fio- 
retti e lo Speculum perfectionis s'indugiano a ridirci 
le operazioni ingenue ed i detti soavi, bensì il crea* 
tore di quell'ordine novello il quale, collo statuir quasi 
canone fondamentale della Regola sua l'umiltà, la po- 
vertà, seppe foggiare uno strumento incomparabile, 
di cui la Chiesa s'avvalse a ritemprare sè stessa. 
Nella comparsa al mondo di S. Francesco, al pari che 
in quella di S. Domenico, Dante ravvisa la prova so- 
lenne e mirabile della sollecitudine divina in prò di 
Roma; il Serafico non è dunque per lui l'apostolo del- 
l'amore, bensì il patriarca, l'archimandrita, il pastore 
dell'umilé greggia, che infuse sangue nuovo, giovane, 
caldo nelle vene impoverite della società ecclesiastica 
del Dugento. Si direbbe quasi che, memore delle fiere 
lotte, ond'erano divisi ai dì suoi i figli del gran figlio 
d'Assisi, ei non voglia veder questo se non quale la 
Chiesa intese foggiarlo, e che gli edifichi a sua volta 
sopra l'ossa affaticate un altro ipogeo, non meno son- 
tuoso e gigantesco di quello che di marmi e di pietre 
gli costruì già Frate Elia su pe' fianchi squarciati del 
Subasio. Il San Francesco che sfavilla nella rota ar- 
dente, vivo fulgore, di faccia alle madri giudee, è un 
grande dignitario della corte celestiale, un principe, un 
patrizio del Paradiso. Noi forse possiamo provar un 
certo rammarico che Dante non abbia fatto diversa- 
mente ; ma dobbiamo accettare ciò che ha voluto fare. 



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— 214 - 

Veniamo dunque a studiare più dappresso la su- 
perba pagina di poesia e di fede, che è costituita dal- 
l'undecimo canto del Paradiso. Il poeta è di rota in 
rota salito fino al sole. E qui uno spettacolo sovr'ogni 
altro ammirando lo ricolma d'attonita gioia. Una co- 
rona di fiamme, ognuna delle quali racchiude lo spi- 
rito indiato d' un santo, s'aggira dintorno a lui, de- 
scrivendo non mai vedute carole. Uno de' fulgori gli 
rivolge la parola: è Tommaso d'Aquino, che intende 
fargli noti i suoi compagni di letizia. Quindi la santa 
danza rincomincia ; le celestiali facelle plaudono e si 
muovono con sì transumana dolcezza che il poeta pro- 
rompe in una esclamazione piena di cruccio contro 
il vano o turpe affaccendarsi degli uomini, i quali non 
pensano che alle loro meschine aspirazioni terrene, 
mentre potrebbero con nobili sudori apparecchiarsi 
in cielo così invidiabili premi. 

O insensata cura dei mortali, 

Quanto son difettivi sillogismi 

Quei che ti fanno in basso batter Tali! 
Chi dietro a iura, e chi ad aforismi 

Sen giva, e chi seguendo sacerdozio, 

E chi regnar per forza o per sofismi, 
E chi rubare, e chi civil negozio. 

Chi nel diletto della carne involto 

S'affaticava, e chi si dava all'ozio; 
Quando da tutte queste cose sciolto, 

Con Beatrice m'era suso in cielo 

Cotanto gloriosamente accolto. 

Ma la paradisiaca moresca s'è di bel nuovo arre- 
stata. £ torna a risonare la voce dell'Aquinate. Egli 



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— ai5 — 

ha letto nel pensier del poeta: sa ch'esso è preoc- 
cupato da due dubbi i quali rampollarono da alcune 
parole ch'egli ebbe in antecedenza a pronunziare. Dis- 
s'egli infatti che nella greggia domenicana, di cui da 
vivo fe' parte, quelle agnelle sogliono divenir pingui 
le quali non s'allontanano dal pascolo nè eludono la 
vigilanza del pastore. E quindi, accennando a Salo* 
mone, affermò che niuno mai l'aveva nel mondo su- 
perato in sapienza. Entrambe codeste asserzioni hanno 
reso Dante pensoso. Ed il teologo sommo vuol chia- 
rirgli le sentenze sue; più tardi tornerà a dire di 
Salomone ; ora sta pago a chiarirgli ciò che significar 
volle parlando dello stuolo domenicano. Egli ha vo- 
luto alludere alla disposizione sublime della Prov- 
videnza che fé' sorgere insieme San Domenico e 
San Francesco. Discepolo del primo, * per infiammata 
u cortesia * ei parlerà invece del secondo : ad un 
Francescano (a San Bonaventura) spetterà poscia 
l' ufficio di emulare il * discreto latino „ di Tommaso, 
celebrando il taumaturgo spagnuolo. Così dai loro 
stessi alunni, colui che per ardor di fede parve un 
Serafino, e l'altro che per profondità di sapere s'av- 
vicinò ai Cherubini, saranno, giusta i meriti loro, 
esaltati nel cielo. 

La narrazione di San Tommaso non percorre 
intera la vita e gli atti del patriarca Assisiate. Ei 
comincia dal tratteggiare con que' vivaci colori di 
cui Dante possiede il segreto, la terra dove Fran- 
cesco vide la luce, queir etrusca cittadina d'Assisi 
(" Ascesi „ diceasi nella parlata volgare del tempo) 



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— aió — 



che i padri remoti sospesero alle pendici del Subasio, 
uno de' monti più ragguardevoli dell'Appennino cen- 
trale, in quell'ammirabile valle spoletana, che si 
schiude dinanzi allo spettatore, a mo' di conca fiorita, 
popolata tutta di case e d'oliveti. Dal Subasio, ov* As- 
sisi giace, tra due fiumicelli affluenti del Tevere, il 
Tupino, che scaturisce sopra Nocera, e il Chiascio, 
che trae la sorgente dal colle prossimo a Gubbio, là 
dove condusse vita di penitenza il beato Ubaldo; dal 
Subasio spira però vento rigido nel verno e scende 
calor grande Testate a danno di Perugia; nè minore 
angustia esso reca, come opina Benvenuto, di cui 
condivido Y avviso, a Nocera ed a Gualdo, situati 
nella valle superiore del Tupino: 

In tra Tupino e l'acqua che discende 

Del colle eletto del beato Ubaldo, 

Fertile costa d'alto monte pende, 
Onde Perugia sente freddo e caldo 

Da Porta Sole, e di retro le piange 

Per grave gioco Nocera con Gualdo. 
Di questa costa là dov'ella frange 

Più sua rattezza, nacque al mondo un sole, 

Come fa questo tal volta di Gange 
Però chi d'esso loco fa parole, 

Non dica Ascesi, che direbbe corto, 

Ma Oriente, se proprio dir vuole. 

* Sole nuovo „ chiama Dante il poverello d'Assisi, 
che brilla e riscalda con forza pari a quella di cui 
è talvolta dotato il ministro maggiore della natura, 
quando nell'estivo solstizio sorge là sopra le foci del 
Gange; ed è questa un'immagine che gli suggerivano 



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— 217 — 

già, come le sacre scritture, anche gli agiografi fran- 
cescani. Tommaso da Celano inizia difatti la seconda 
biografia del Serafico, dicendolo " stella mattutina, 
ascesa, come l'Angelo dell'Apocalisse, dall'oriente, 
ascendens ab ortu solis y ,Ela leggenda dei Tre Com- 
pagni dice di lui: " si levò a somiglianza di sole, che 
il mondo assiderata sotto il verno del ghiaccio, della 
oscurità e della sterilità, alluminò, accese, rinnovellò, 
riconducendo quasi a primavera l'universo w . 

Toccato della nascita, il santo encomiatore si volge 
a celebrare quello che fu il primo e solenne passo 
che Francesco facesse alla conquista di quella libertà 
spirituale, a cui intensamente anelava: la rinunzia so- 
lenne, fatta in cospetto del vescovo d'Assisi, a tutto 
quanto lo legava al mondo, alla famiglia; quando, 
trattasi la veste di dosso, la consegnò insieme ad 
ogni altra cosa al padre, esclamando: Io non dirò 
già mai più d'ora innanzi: O padre mio, Pietro di 
Bernardone; ma: Padre mio, che sei nel cielo! 9 E 
ben a ragione. É questa difatti la conferma maggiore 
di quel voto di povertà assoluta, d' assoluta abie- 
zione che fece la gran forza dell' Assisiate. 

L'inspirazione alla povertà non era nuova, a dir 
vero. Già l'aveva, per tacer d'altri, predicata Pietro 
Valdes, già l'avevano esaltata, al pari de' Valdesi, al- 
tre sette ereticali che ai torbidi traviamenti mesce- 
vano sogni generosi. Ma chi ha saputo mai tradurla 
in realtà, come fece Francesco? 

Per lui la povertà volontaria è il fulcro d'ogni spi- 
rituale riforma, d'ogni morale perfezione: radice di 



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quante sono virtù, fulgido ideale di generosità e di 
sagrificio. Ei ne ha fatto l'articolo primo della sua 
Regola, con cosi * dura intenzione „, con così ri- 
gida severità, che Innocenzo III esitò un istante prima 
di darle consacrazione solenne. * Nulla posseggano i 
frati: vadano vestiti di una tunica grossolana: quando 
sia consunta la rattoppino di propria mano con tela 
di sacco.... Quando i frati vanno per il mondo, nulla 
rechino per via, nè bisaccia nè pane nè denaro nè 
bastone 9 . — È il precetto che Cristo aveva dato ai 
discepoli suoi colle parole medesime: Nikil tuleriHs 
in via, neque virgam ncque peram neque panem neque 
pecuniam. Ma la divina voce era oramai inascoltata 
in mezzo a quella società, bramosa di piaceri e di 
ricchezza, che all'Evangelo secundum Marcutn pre- 
feriva quello secundum Marcante e s'era fatta dii d'oro 
e d'argento, i beatissimi taumaturghi Rufino ed Albino. 

Di qui Tindicibil fervore con cui la riforma fu ac- 
colta. Fatto segno alle beffe ed ai dileggi delle turbe 
ignare, poi alla rozza devozione di pochi seguaci, in 
cui parvero, a loro volta, rivivere i buoni e semplici 
pescatori di Galilea, Bernardo, Pietro (che Dante, qual 
ne sia la cagione, non rammenta), Egidio, Silvestro; 
in breve l'amante della Povertà trascinò dietro di sè 
una legione di devoti : nobili e plebei, ricchi e poveri, 
dotti e ignoranti, tutti cedettero alla sacra follia. Sic- 
ché a frate Matteo, che, secondo la pia leggenda, 
ebbe un giorno, " quasi proverbiando „, ad assalirlo 
colla interrogazione: * Perchè a te tutto il mondo 
viene direto, e ogni persona pare che desideri di ve- 



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— 219 — 

derti ed udirti ed obbedirti? „; il Poverello avrebbe 
potuto rispondere che non a lui il mondo correva 
dietro, bensì a quell'altissimo ideale, che, alla fine, fu- 
gate le nubi, tornava a raggiare nel cielo purificato. 

Questo evangelico slancio del patriarca di Assisi 
Dante ha voluto simboleggiare nel mistico sposalizio 
suo colla Povertà. Ma codest' allegoria, ch'egli svi- 
luppa con tanta compiacenza, non è una sua crea- 
zione. Già da tempo, quand'egli si accinse a celebrare 
i gloriosi roteanti nella * santa mola „ , l' amore di 
Francesco e della Povertà aveva dato luogo a raffi- 
nate elucubrazioni. Un ardentissimo seguace del Pa» 
triarca aveva dettato già un trattato latino sull'unione 
dei due amanti (Commercium beati Francisci cum do- 
mina Paupertate), dipingendo quasi con i colori di 
un'avventura cavalleresca, l'ansiosa " chiesta „ la fa- 
ticosa ricerca che i seguaci del beato avevano intra- 
presa della loro dama, la Povertà, rifugiatasi in inac- 
cessibile dimora, poiché il suo sposo Cristo era tornato 
su in cielo. E quando dopo infiniti travagli la schiera 
de' paladini novelli aveva potuto finalmente prostrarsi 
ai piedi della bramata e sospirata regina, un grido 
di amore infiammato era salito alle loro labbra, caldo 
ed appassionato tanto, che ne vien forse ad impalli- 
dire la poesia dantesca. Ma leggiamo la pagina me- 
ravigliosa, chè miglior commento non si potrebbe 
desiderare. 

É Francesco che parla, e parla a Gesù per otte- 
ner da lui la sospirata sua dama: " Essa era nella 
greppia, dove nasceste, e, simile al fedele scudiero, 



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— 290 — 



ha assistito tutt'armata al grande combattimento che 
voi avete sostenuto per la nostra redenzione. Nella 
passion vostra essa sola non v'ha abbandonato. Ma- 
ria, vostra madre, s'è fermata ai piè della croce; ma 
la Povertà vi è salita vosco e vi ha serrato nella 
sua stretta fino alla fine. Dessa ha preparato con 
amore i duri chiodi che hanno forato i vostri piedi e 
le vostre mani; dessa, mentre voi stavate spirando, 
sposa diligente, vi faceva preparare del fiele. Voi 
avete esalato il vostro ultimo sospiro tra l'ardore 
de' suoi abbracciamenti; e morto, ella non v'ha ab- 
bandonato, o Signore Gesù, e non ha concesso che 
la salma vostra posasse fuorché in un accattato se- 
polcro. Essa infine vi ha riscaldato in fondo alla tomba. 
O poverissimo Gesù, la grazia ch'io vi richieggo è 
questa: accordatemi il tesoro dell'altissima Povertà; 
fate che il segno onde sarà distinto l'ordine nostro, 
sia quello di nulla possedere mai sotto il sole, per la 
gloria del vostro nome, e di non aver mai altro pa- 
trimonio che la mendicità! w 

Più fuggevoli accenni vediam fatti dal poeta alla 
restante carriera del Patriarca* Egli tocca rapida- 
mente dell'andata di lui ad Innocenzo III nel 1204 
per ottenere il riconoscimento dell'Ordine; della con- 
ferma conseguita da Onorio III per la fondazione del 
terz'Ordine (seguita nel 1223); rammenta il periglioso 
viaggio in Egitto, intrapreso nel 1219, all'intento di 
convertire il Soldano, di cui pur troppo niun cenno 
preciso ci conservano le biografie del santo e le cro- 
nache del tempo. Quindi viene all'ultimo grande epi- 



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sodio della vita del santo: al dramma della Vernia, 
all'impressione delle stimmate: 

Nel crudo sasso intra Tevere ed Arno 
Da Cristo prese l'ultimo sigillo, 
Che le sue membra due anni portarne 

Chi non conosce la storia delle stimmate, del pro- 
digioso avvenimento che sancì l'unione ineffabile tra 
Dio ed il suo servo, sicché questi potè ripetere le 
parole dell'Apostolo: * Io sono stato crocifisso con 
Cristo e vivo.... o meglio non sono io che vivo, ma 
Cristo che vive in me? v 

Due anni innanzi d'abbandonare per sempre la 
terra (correva l'autunno del 1224), straziato da infer- 
mità dolorose, sitibondo di quiete, il santo erasi ri- 
fugiato in quell'impervia solitudine del Casentino, che 
si diceva l'Alvernia. Sorgeva e sorge il u crudo 
sasso „ tra quelle giogaie di monti squallidi ed are- 
nosi, donde il Tevere e l'Arno traggono le sca- 
turìgini loro, vestito di cipressi secolari e di abeti 
giganteschi. Non vi si arriva che per un disagiato 
sentiero, e dalla vetta della massa petrosa, tagliata 
a picco da tutti i lati, l'occhio spazia largamente 
sulla Romagna e la Marca d'Ancona, che si perdono 
all'orizzonte tra i flutti dell'Adriatico, l'Umbria e la 
Toscana, alle quali fa da confine il Mediterraneo. Di 
là il santo vedeva gli uomini ; ma della vita loro, dei 
loro piaceri, delle loro sofferenze non gli giungeva 
più eco veruno. Era quello il luogo ch'egli voleva, 



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— 222 — 



per prepararsi alla morte e favellare solo a solo 
con Dio. 

Una notte, la notte che precedeva l'esaltazione 
della Santa Croce, dopo aver vegliato in continua 
preghiera, in quell'ora appunto in cui 

la mente nostra pellegrina 
Più dalla carne e mcn da' pensier presa, 
Alle sue vision quasi è divina; 

egli ebbe un' inaudita visione. Gli parve che d' un 
tratto si librasse in aria sopra la sua testa una forma 
luminosa, quella d'un uomo crocifisso, meravigliosa- 
mente bello. Intorno al capo, alle braccia, alle gambe 
la sovrumana figura roteava sei ali che folgoravano 
al pari di quelle d'un Serafino. Lo stupendo prodigio 
dura un'istante; e mentre Francesco, tutt'assorto in 
ciò che ha veduto, vanamente se ne chiede il motivo, 
ecco nelle sue mani, nelle piante de' suoi piedi ap- 
parire certe chiazze rossigne; nel fianco aprirsegli 
una ferita:' le stimmate. * Nuova e venerabile con- 
formità con Cristo! esclama il da Celano. U Dio 
crocifisso ha il servo suo crocifisso. w E le stim- 
mate si sviluppano, prendono forma di chiodi che 
trapassano le mani ed i piedi; nella palma esse sono 
nere ed hanno quasi forma di capocchie; sul dorso 
escono fuori come punte che dal martello siano state 
contorte e ribattute. San Francesco, tremante dinanzi 
a siffatto formidabile segno del divino favore, sì sforza 
di farne a tutti un mistero: egli, che non si calzava 
mai, d'allora in poi riveste i suoi piedi di calzari, 



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_ 223 — 

copre le mani di guanti, ed a celare la piaga del 
costato, onde a volte spruzzava il sangue, usa spe- 
ciali indumenti. Ma come nascondersi agli occhi senza 
posa vigilanti de 9 discepoli suoi, che spiano tutte le 
sue azioni? Frate Elia vede le stimmate, le vede pure 
Ruffino.... Ed il giorno nel quale il corpo del santo, 
da poche ore spirato, fu esposto, nella basilica d'As- 
sisi, alla venerazione de' fedeli accorsi in turba innu- 
merevole da tutte le parti, ognuno potè, contemplando 
gli arcani segni impressi sull'esanime spoglia, appa- 
gare quella pia curiosità che lo struggeva. * Non 
erano deformi a vedere, scrive Frà Tommaso da 
Celano, che fu al memorando spettacolo presente; 
al contrario; sulle ceree membra di Francesco esse 
spiccavano come spiccar sogliono in un candido mo- 
saico le pietruzze nere che l'artefice v'abbia intar- 
siate 

Nulla più che la morte del novello Crocifisso resta 
oramai da rammentare al discepolo sommo di Alberto 
Magno. Ed egli la ricorda con semplicità di parole, 
e ricorda insieme come ultima speranza sorrisa al 
Serafico quaggiù, fosse che i figli suoi alimentassero 
viva colla virtù generosa del sacrificio, la fiamma 
dell'evangelica povertà, perchè più mai non s'estin- 
guesse. Pur troppo anche questa doveva essere una 
illusione. Le agnelle ubbidienti si sono sbandate, spa- 
rito il loro pio pastore, per diversi paschi ; simili pur 
troppa in ciò al gregge che l'atleta di Calatrona 
aveva ancor esso guidato con ferma mano per sicuri 
sentieri. E qui, abbandonando a Bonaventura l'ufficio 



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increscioso di sferzare i confratelli suoi, Tommaso 
volge Tamara rampogna verso i propri compagni. 

* Ghiotti di novelli cibi, essi disertano i pascoli usati, 
vanno per strani luoghi e dopo lungo errare ritor- 
nano air ovile pasciuti di vento. Pochi son tra loro 
i buoni oramai: sicché ben poco panno occorre per 
foggiar loro le cappe. Se a tutto ciò poni mente, ei 
conclude, rivolto al poeta, ti sarà chiaro il mio detto, 
intenderai l'allusione all'albero domenicano, vedovato 
di rami, e comprenderai la forza del mio detto, della 
mia correzione, del rimprovero da me rivolto alle 
agnelle vaneggianti „. Chè meglio del " correg- 
giero „ da taluni proposto, io vorrei qui conservare 

* correggier „ ; spiegandolo come * correggere, ca- 
stigare 

Io mi sono piaciuto, or fa qualche tempo, rileg- 
gere il mirabile frammento della Cantica terza, di 
cui ho qui tentato instituire un assai rapido commen- 
tario, in quello stesso tempio d'Assisi, che lo zelo 
ardente di tutta la cristianità ha voluto innalzare, 
gigantesco, solenne, ad accogliere le reliquie di 
Colui, al quale nulla sarebbe tornato più caro che 
dissolversi obbliato nel grembo materno della terra. 
Nè già nella basilica superiore, in quella grande e 
nuda aula, dove la luce ed il sole entrano troppo 
largamente dalle gotiche finestre a rischiarare la de* 
plorevole decadenza de' vecchi affreschi, dall'umidità 
fatti lividi e verdastri ; aula abbandonata e vuota, che 
ci richiama al pensiero la Desertede House di Alfredo 



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— 225 — 

"ennyson, il corpo, dal quale gli abitatori, la vita, il 
pensiero, sono fuggiti per sempre. Io ho letto invece 
le terzine dantesche nella basilica inferiore, dove la 
oscurità sacra e propizia vela di mistiche penombre 
le pareti e le pendule volte, dove il profumo grave 
icenso si diffonde lento per le amplissime na- 
dove i sarcofaghi si rincorrono sulle pareti ed 
depositi si accalcano sul pavimento di marmo, 
quasiché i loro ospiti silenziosi, regine, imperatori, 
cardinali, fossero pur sempre animati dalla stessa 
rama che li accese viventi, volessero accostarsi 
sempre più alla cripta profonda in cui l'amante casto 
della Povertà dorme da sette secoli, vigilato anche 
3rto, da due pontefici di pietra. E mentre l'occhio, 
Dbandonato il libro, si posava lento sopra le storie 
famose di cui Giotto ed i discepoli suoi hanno deco- 
rate le pareti del tempio, sempre più vivo ed evidente 
mi appariva il vincolo onde le pitture giottesche sono 
alla poesia dell'Alighieri strette ed allacciate. Già per 
fermo lo scolaro di Cimabue aveva sotto l'ardente in- 
spirazione d'uno spirituale fraticello raffigurato sulla 
volta il connubio del Patriarca colla donna sua, 
quando l'Alighieri varcò la prima volta le soglie del 
tempio. 

Alle pitture giottesche tutto il canto di Dante si 
inspira. Ma, ahimè ! i freschi del figliuolo di Bondone 
s'offuscano di giorno in giorno; sfregiate dalla gelida 
ala del tempo le figure s'attenuano sempre più, a 
fatica l'occhio nostro discopre nell'ombra invadente 
i dolci visi impalliditi. Non così la poesia dantesca. 

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— 2*5 — 



Inaccessibile all' oltraggio dei secoli, ella permane 
forte, vivace, come il dì in cui proruppe sonante 
dalla creatrice mente dell'autore: rupe ferma che si 
protende nel mare e che, battuta senza posa dai ca- 
valloni rugghiami, ne disprezza le furie, ne disdegna 
i blandimenti; e sta immota, solenne, l'aerea fronte 
rivolta verso il cielo infinito. 



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L'AMOR MISTICO IN S. FRANCESCO D'ASSISI 
ED IN JACOPONE DA TODI 



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Tra le laudi del Bianco Gesuato, umile poeta di po- 
polo, che ne'primi lustri del Quattrocento, quando 
stava già per spiccare il volo nell'aere cilestrino la 
strofa lusingatrice del Poliziano e del Magnifico, fermò 
in versi disadorni e buoni gli affetti devoti de' Bat- 
tuti fiorentini, una se ne legge, che di mezzo alla 
mediocrità delle sorelle sue s'aderge inattesa, come 
animata da un' ispirazione profonda, in un impeto di 
grazia quasi infantile. Dice la lauda toscana: 

In su quell'alto monte 
Ve' la fontana che trabocch'ella ; 

D'oro vi son le sponde, 
Ed è d'argento la sua cannella; 

Anima sitiente, 
Se tu vuo* bere, vattene ad ella. 

Ora io non ho mai potuto ripetere a me mede- 
simo cotesti versi, fragranti di eterna poesia, nè im- 
maginare la fontanella d'oro susurrante lassù nel si- 
lenzio santo della montagna, limpida e fresca, ansio- 
samente sospirata dall' anima che trangoscia di sete 
nella bassura mondana, senza che il pensiero mio 
ricorresse in pari tempo al beato, di cui Assisi na- 



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sconde gelosamente le ossa travagliate. È desso, non 
v'ha dubbio, è il patriarca serafico la fonte celebrata 
nel canto popolare, egli che dischiuse alle genti af- 
faticate, anelanti ad un ideale di pace e di giustizia, 
scomparso dal mondo ottenebrato, l'acqua cristallina 
della sua fede incrollabile, di quella tenerezza ine- 
sausta, onde nella memore riconoscenza degli uomini 
tal luogo gli è stato assegnato, che niuna vicenda di 
casi varrà a strappamelo; niun mutamento di opi- 
nioni ad abbatterlo. Ivi egli regna in perpetuo, ac- 
canto al suo modello supremo: Gesù. 



I. 



Nella famiglia multiforme e gloriosa de' confessori 
di Cristo, San Francesco fu e rimane una figura ec- 
cezionale. Dei paladini celestiali molti gli vanno senza 
dubbio innanzi per questa o per quella cagione; pure 
nessuno riesce, nell'insieme, a stargli di sopra. La su- 
periorità sua esce fuori da un complesso di cause: tutto 
quanto si suole pretendere dagli altri, non si ricerca 
da lui, e ciò nonostante la gloria sua non ne risente 
deterioramento veruno. 

Chi è desso mai il figliuolo dell' avido mercante 
d'Assisi, inetto, per gran tempo almeno, a decifrare 
persino le lettere di quell'Evangelo, in cui suole af- 
fissar estasiato lo sguardo, di fronte al gigante di 



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— 331 — 

scienza che si chiama S. Bernardo o S. Tommaso 
d'Aquino? Ed ove, non di dottrina ma di fede si ra- 
gioni, quant'altri che suggellarono col martirio la con- 
fessione loro, non rutilano fra gli edemici palmeti di 
fulgore più intenso? 

Nè le virtù stesse per le quali il Serafico eccelle, 
furono, a dir vero, siffatte che in lui primamente s'in- 
carnassero o raggiungessero tale un grado, cui altri 
mai non potesse innalzarsi. Egli dispregiò ogni bene 
terreno, la ricchezza, come la fama ; volle essere po- 
vero, vile, dispetto a meraviglia; prescelse a compa- 
gna e dopoché l'ebbe in donna ottenuta dalle mani 
di Cristo, amò d'un amore ogni dì più forte, la Po- 
vertà, colei, a cui come alla morte, 

la porta del piacer nessun disserra. 

È vero. Ma Antonio non erasi messo già, tanti 
secoli prima di lui, per questa medesima via? Non 
aveva egli, il giovine egiziano, udite nel tempio 
quelle parole del vangelo di San Matteo, che dicono : 
44 Andate e predicate annunciando : Il regno de' cieli 
è vicino; non fate provvisione d'oro nè d'argento 
nè di moneta nelle vostre cinture; nè di tasca per 
il viaggio, nè di due tuniche, nè di sandali nè di 
bastone, perciocché l' operaio è degno del suo nu- 
trimento „; non aveva egli, tosto abbandonando ai 
poveri le ereditate dovizie, cercato, solo ed ignudo, 
rifugio tra le sabbie del deserto, nell'orrenda Tebaide? 
Ed Alessi non fece anche di più? Non abbandonò 
egli forse la casa paterna, la moglie, i figliuoli, gli 



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agi e le gioie d'una vita felice, sotto colore d'assu- 
mere un lontano pellegrinaggio, e non vi ritornò, 
quindi, di 11 ad alquanto tempo, trasformato, irricono- 
scibile, in sembianza di paltoniere vagabondo, cosic- 
ché, ingannando tutti, trasse i giorni nella miseria e 
neir angustia, all' ombra delle pareti domestiche, ac- 
canto al padre, alla consorte, ai familiari tutti che 
lo piangevano estinto? Ed ove di prodigi si tratti, 
quando mai l'Assisiate sconvolse, a suo talento, le 
leggi di natura, come seppero S. Niccolò di Mira o 
Sant'Antonio da Padova? Eppure a tutti costoro il 
poverello nostro sovrasta. Sant'Antonio l'eremita 
vede sfasciarsi ormai lentamente sotto gli oltraggi 
del tempo il santuario immenso sorto a sua gloria 
tra i colli del Delfinato; S. Alessi, il modello in cui 
si affissò Pietro Valdes, obbliato oggi da tutti, deve 
alle sue vecchie leggende, fiorite a mo'di cespuglio 
in tutte le letterature romanze, un resto di popolarità 
tra i filologi; e la via stessa che Carlo Magno di- 
schiuse in terra con la spada, dopoché Iddio erasi 
piaciuto a segnarla in cielo con una strìscia sfolgorante 
di stelle, la via che conduce al sepolcro del glorioso 
barone santo Jacopo di Galizia, si stende silenziosa 
per piani e per monti, né più serba vestigia del tor- 
rente umano che per tanti secoli ebbe a calcarla 
devotamente salmeggiando. Martiri, apostoli, tauma- 
turghi ecclissano nell'ombra gelida dell' obblio; il 
Serafico scorge in quella vece farsi ogni di più fiam- 
meggiante e più pura l'aureola che gli ricinge il 
mite capo pensoso. 



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- «33 — 

Perchè? Perchè questa perennità di vita, d'affetto, 
di fama? La ragione n'è chiara. Il figliuolo di Pietro 
Bernardone sta quasi segnacolo in vessillo a simbo- 
leggiare il ritorno dell'umanità oppressa dal terrore, 
mortificata dall'odio, alla letizia, all'amore. Pensate 
un poco. D'intorno all'anima umana l'ascesi medi- 
evale aveva intessuto un velo denso e cupo di sbi- 
gottimento. U uomo ha tre nemici ; predicavano i 
moralisti arcigni alle turbe impaurite; infaticati, im- 
placabili: il demonio, il mondo, la carne. Docili ai co- 
mandi di Satana, i suoi alleati non cessano dall'inci- 
tar i pronipoti del primo Adamo a peccare. Ed ogni 
qualvolta esso cede agli incitamenti procaci, fa un 
nuovo passo verso l'abisso sulfureo, dove, una volta 
caduto, avvamperà senza fine. Convien dunque vigi- 
lare senza posa, senza posa pregare. Il demonio è 
dovunque : ei si asconde nel sorrìso della donna, nel 
profumo del fiore, nel sapore del frutto. Tutto ciò 
che piace, tutto ciò che diletta i sensi è diabolico. 
Combattete la vista, l'udito, l'odorato, il gusto, il tatto, 
schiavi ribelli, senza tregua in rivolta contro il loro si- 
gnore! Così, con strano pervertimento il creato, uscito 
dalle mani divine, si tramuta in retaggio di Satana. 
Enorme ragno, che tesse infaticabilmente le proprie 
tele, lo spirito del male impera sulla terra; una nube 
di tristezza, di sospetto si diffonde sulla natura tutta 
quanta, ripudiata dal suo fattore, abbandonata ai pe- 
rigliosi agguati del suo avversario superbo, dell'irre- 
conciliabile nemico d'Adamo e della progenie discesa 
da lui. 



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— «34 — 

Orbene: San Francesco appare ed il Maligno è d'un 
tratto ridotto all'impotenza. Le porte d'Averno non 
prevalgono più; le trame più sottili, le più subdole 
arti restano senz'effetto sull'anima del Poverello; ogni 
dardo infernale si spunta contro la marmorea sempli- 
cità di quella sua anima ardente che ignora il Male. E 
Satana, che ha assediato con incrollabile pertinacia la 
cella di Sant'Antonio, che ha tormentato San Bene- 
detto, si è azzuffato con San Domenico, abbandona 
subito dopo le prime avvisaglie la lotta. Nelle bio- 
grafie del Serafico, almeno le più antiche e le più 
autorevoli, poco o nulla si ragiona di lui, che ha dato 
tanto da discorrere ai celebratori d'altri eroi della 
fede ! Si direbbe ch'egli non osi aggirarsi vicino alle 
capanne della Porziuncola o alle mura crollanti di 
S. Damiano. Avvistosi che la partita è perduta, di- 
serta scornato il* campo di battaglia. Ed ecco effon- 
dersi in allegrezza nova la natura, liberata dall'incubo 
secolare. Francesco la contempla estasiato, la bene- 
dice, le parla parole non mai udite. E tutto si tra- 
sforma dinanzi a lui, araldo gentile del supremo mo- 
narca, com'egli stesso dichiara. Tutto rinasce e ver- 
deggia, tutto germoglia e canta. Le colline si coprono 
sotto i suoi passi del più vivo smeraldo, i fiori par 
che sprigionino più acute le proprie fragranze, quan- 
d'egli si arresta ad ammirarne le corolle variopinte, 
a benedirli, a raccomandar loro di celebrareM:on la 
porpora ed il velluto dei petali la bontà divina. 

E come le cose inanimate esultano intorno a lui 
le animate. Gli uccelli, gli insetti lo festeggiano; la 



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— 235 — 

cicala della Porziuncola gli consacra la breve esi- 
stenza; le piche di Bevagna s'affollano ad ascoltarne 
gli accenti affettuosi; il rosignuolo scende a gara con 
lui nell'orto claustrale a tesser le lodi di Dio. E 
mentre il falcone della Vernia lo risveglia ai gelidi 
mattutini, il fagiano corre a rifugiarsegli in seno nè 
vuole più abbandonarlo. Ed il messo divino procede, 
inneggiando alla natura purificata e redenta, che si 
ricongiunge, mercè sua, in un trepido amplesso di 
riconoscenza a Colui che le diede vita e legge. Tutto 
esalti Iddio, chè tutto da lui procede. Un sentimento 
di pietà mondiale pervade ogni cosa vivente : gli ele- 
menti e le creature: benedetto frate aere, benedetto 
frate fuoco, benedetto frate sole ! E tu pure vieni alle 
braccia amorose, o frate lupo. Micidiale qual fosti, 
saresti degno di bando; ma la bontà infinita ti dà 
luogo nel regno novello, accanto a queir agna sem- 
plicetta, da te tanto insidiata! E suora Morte s'avanza 
anch'essa, non armata di falce, non coli' ironico stri- 
dore delle crocchianti mascelle, nell' orribile nudità 
dell' ossa spolpate, ma ricoperta del velo candido e 
misterioso che la rende necessaria, santa, liberatrice : 

Laudato si, mi signore, per sora nostra morte corporale, 
da la quale nullo homo vivente pò skaniparc. 

II. 

Quanto siamo lontani or dunque da quella santità 
dispettosa e crucciata, solita a satollarsi di lagrime 



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e di tristezza, che è la dote poco invidiabile di tanti 
asceti medievali; da quella santa rusticità, come l'ebbe 
a definire già San Girolamo, che non giova se non a 
sè stessa, quae sola sibi frodest, giacché se da un 
lato colla purità della vita edifica la Chiesa di Cristo, 
dall'altro le nuoce, in quanto nulla fa per rintuzzarne 
gli avversari! La tt letizia che trascende ogni dolzore „, 
da cui S. Francesco ci si addimostra sempre pene- 
trato, scaturisce invece dalla fiamma d'universale ca- 
rità che gli riscalda il petto; da quell'inesausto biso- 
gno di soffrire, che gli fa stimare a perfetta gioia „ 
l'olocausto della individualità sua. Ora in quest'amore 
che dal Creatore piove e si diffonde su tutto il creato, 
e non neglige nulla, neppure 1' essere più vile collo- 
cato sull'infimo grado della scala della vita, non v'ha 
particella che non derivi dalla profondità stessa del- 
l'anima del Santo. 

Con Gesù egli è perpetuamente in colloquio. Basta 
che quel nome venga in sua presenza profferito, che, 
tosto, dovunque ei si trovi, qualunque cosa faccia, il 
suo spirito è immantinenti rapito lontano da quanto 
lo circonda. Se egli è seduto a mensa e gli sta 
dinanzi la scodella, ove fuma il rude pulmento desti- 
nato a mantenere vivo " frate asino „, com'ei suole 
chiamare il proprio corpo (e già per viziare il sapore 
di cibo tanto ghiotto v'ha gittato una manata di ce- 
nere: chè frate Cenere è casto), egli obblia il povero 
cibo e si perde in estatiche visioni. Visioni gaudiose 
a volte, chè l'amatissimo gli si mostra fulgido di luce, 
bellissimo d'aspetto, radiante effigie divina, ed allora 



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— 237 — 

l'interiore tripudio si appalesa in quasi infantili mani- 
festazioni : u Lo spirito che dentro gli ribolliva con 
soavissima melodia „ (scrive con quella sua immagi- 
nosa eloquenza, cosi duramente testé dal ferro del 
Tamassia anatomizzata, Tommaso da Celano) si estrin- 
secava in suoni francesi e la vena del celestial mor- 
morio che giungeva furtiva al suo orecchio, eiompeva 
in galliche acclamazioni. A volte, siccome noi stessi 
vedemmo cogli occhi nostri, ei raccoglieva da terra 
un bastoncello e sovrapponendolo al sinistro suo 
braccio teneva colla destra un archetto incurvato per 
mezzo d'un filo. Quindi menando codest'arco sovra 
il legno, quasicchè fosse una viella, e accompagnan- 
dosi con analoghi gesti, cantava in francese lodi al 
Signore „. Eccolo, il giullare di Dio, come gli pia- 
ceva dirsi; ma un giullare, che non diede certo mai 
di sè spettacolo per trivi e per piazze; un giullare, 
che amava gareggiare colla cicala, e dirsi vinto dal- 
l'usignuolo, che nella ripetizione di poche parole, di 
una semplice giaculatoria, per giorni interi, per in- 
tere notti dava sfogo a codest'intimo bisogno di ac- 
compagnare col suono della voce l'armonia inaffer- 
rabile che gli ripeteva nel pensiero l'eco di una mu- 
sica non mondana. 

Ma le visioni mutavano ed il murmure festoso 
spegnevasi sul labbro al Serafico, e le acclamazioni 
gioconde davano luogo ad un profluvio di lagrime, a 
singhiozzi profondi. Egli è che il Diletto non gli com- 
pariva più dinanzi vuoi nella maestà serena del sovrano 
del mondo vuoi sotto le tenerelle parvenze del * mam- 



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— *38 — 

molino „, sgambettante nel fieno, riscaldato dal soffio 
dell'umile giumento, che tende le manine verso il seno 
materno, quale ei Paveva adorato, una notte sovr'ogni 
altra memorabile, dentro il presepe di Greccio; bensì, 
brutto di ferite e di fango, pèndente livido, agoniz- 
zante, dal patibolo del Golgota. Contemplando questo 
spettacolo d'orrore, la passione del Santo prorompe 
in trasporti veementi, di tragica terribilità. Il sangue 
che macchia, che rubrica, per usare la parola cara 
al Celanese, le candide membra del Cristo, che stilla 
giù dalle chiome bionde insozzate sul petto squarciato; 
quel sangue, dico, inebbria Francesco, gli fa soffrire 
tormenti che niuna penna saprebbe descrivere. 

Così nel Crocifisso fin dai primi tempi della sua 
conversione s'appuntò sempre ogni sua meditazione. 
Talvolta egli era stato veduto errare in luoghi soli- 
tari abbandonandosi a dolorose querimonie, ed inter- 
rogato di che si dolesse, rispondeva pianger egli la 
passione di Cristo che a chiunque la ripensi deve 
strappar lagrime senza fine. Ed a versarne difatti 
soleva ben tosto con l'infocata eloquenza costringere 
il profano interlocutore. Tanta figliai devozione trova 
la ricompensa che le è dovuta; il crocifisso di S. Da- 
miano, la bizantina figura dai tratti duri e severi, dallo 
sguardo che pare dardeggiare minaccia, non promet- 
tere perdono, si raddolcisce per lui: l'occhio irritato si 
fa carezzevole, la bocca stretta nello spasimo dell'ago- 
nia si dischiude a mestissimo sorriso. Un poco ancora, 
ed ecco più meraviglioso prodigio suggellare per sem- 
pre F unione indissolubile del Dio trafitto e del suo 



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— *39 — 

devoto. Sul crudo sasso tra Tevere ed Arno, in una 
notte di angoscia infinita, il Serafino ardente, tutto 
chiuso ne' vanni di fuoco, lascierà sulla spoglia del 
Santo, oramai vicina a dissolversi, F impronta delle 
sue cinque ferite, e San Francesco potrà ridire col- 
l'Apostolo: " Io sono stato crocifisso con Cristo e 
vivo.... o meglio non son io che vivo: è Cristo che 
vive in me 9 . 

Ma codest'ascensione spirituale, onde Francesco è 
tratto oltre il mondo, nelle sfere del cielo, e vi si 
trasforma ed incorpora nel Salvatore, così che, ridi- 
scendendo in terra, l'anima sua ribocca di quell'inef- 
fabile tenerezza verso il prossimo che si distende 
quindi a tutte quante le creature; sicché egli, come 
scrive san Bonaventura, par fatto un novello Adamo, 
ne' felici giorni della sua primitiva innocenza; co- 
test'ascensione, dico, non ha per effettuarsi bisogno 
di trovare appoggio e guida nell'esperienza che teo- 
logi e filosofanti hanno laboriosamente accumulata 
attraverso l'età medievale. Di tutta la fiumana mi- 
stica che, travolgendo nei suoi ampli fluttua menti 
dottrine mutuate in parte anche dalla classica anti- 
chità, si inalvea a fatica dentro il letto apparecchia- 
tole da sant'Agostino, da S. Dionigi Àreopagita; e 
scende poi, incessantemente arricchita da nuovi con- 
fluenti, a fecondare man mano le scuole teologi- 
che di Germania e di Francia ; 1' uomo semplice e 
ignaro ch'è il fraticello d'Assisi, non ha contezza ve- 
runa. Egli non ha vegghiato sulle carte di Giovanni 
Scoto, audace indagatore di sottili problemi, non ha 



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— 240 — 

seguito nel labirinto intricato di fantasiose costruzioni 
allegoriche Ugo da San Vittore nè la schiera infi- 
nita de 9 suoi arguti discepoli; non ha condiviso con 
S. Bernardo le deliranti dolcezze del culto alla Donna 
gloriosa del cielo che nell'intatto suo seno albergò 
ristesso Iddio. Eppure con un colpo d'ala, uno solo, 
egli è poggiato, aquila possente, lassù dov' altri non 
pervennero mai. Il vangelo, il vangelo soltanto gli è 
scorta per entrare col Redentore in quell'intima co- 
munione che fa la sua gioia ed il suo tormento: 
sono le parole del labbro divino, dapprima spiate e 
quasi direi sorprese sul labbro dei sacerdoti; avida- 
mente meditate quindi, allorché sulle candide carte 
l'occhio suo corse, sagace e pronto, ad afferrar il 
senso de' caratteri negri rievocatoli di sentenze divine : 

SupBépat ptXavfpayitc 
koXX&v féfiooocu AoCioo yt)po\i.à*mv ; 

sono desse, dico, che additano al poverello d'Assisi il 
cammino alla meta sospirata; il modo d'estrinsecare 
altresì in que'soli documenti d'indole letteraria (se pure 
è concesso così definirli), che si possano a lui con si- 
curezza attribuire, le proprie emozioni. Qualunque di- 
fatti sia il giudizio che recar piaccia intorno alle Laudes 
Creaturarum ed alle Laudes Creaioris, egli è ben certo 
però che entrambi questi cantici, come serbano l'im- 
pronta degli uguali sentimenti, rivelano l'imitazione 
dei medesimi testi. L'influsso di taluni frammenti bi- 
blici, tutti lo sanno ormai, si manifesta intenso nel 
Cantico delle Creature, ma non meno che in questo 



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co iter t al uùXtu 





- 2 4 I - 



noi lo riconosciamo apertissimo nel Cantico del Crea- 
tore; è il linguaggio della Vulgata che giova a Fran- 
cesco per significare nell'uno e nell'altro caso i propri 
sensi d'amore, di riverenza, d'omaggio ; è la prosa 
numerosa dovuta alle fatiche di S. Gerolamo, che 
gli suona all'orecchio, mentr'egli mormora, rapito, gli 
elogi al Padre sommo, infinito amore, infinita bontà: 

Tu es sanctus Dominus Deus; 

Tti es Deus Deorum, qui solus facis mirabilia, 

Tu es fortis, tu es magnus, tu es altissimus, 

Tu es omnipotens, tu es pater sancte, rex celi et terre, 

Tu es trinus et unus Dominus Deus Deorum, 

Tu es bonum, omne bonum, summum bonum, Dominus 

Deus vivus et verus, 
Tu es caritas, tu es sapientia, tu es humihtas, tu es pa- 

tientia, 

Tu es pulcritudu, tu es securitas, tu es quietas, tu es 

gaudium, 

Tu es spes nostra, tu es iustitia et temperantia, 

Tu es omnis divitia nostra ad sufficientiam, 

Tu es plenitudo, tu es mansuetudo, 

Tu es protector, tu es custos et defensor, 

Tu es fortitudo, tu es refrigerium, tu es spes nostra, 

Tu es fides nostra, tu es magna dulcedo nostra, 

Tu es vita eterna nostra, 

Magnus et admirabilis Deus omnipotens, misericors, sal- 
vator. 



Strano dunque, ben strano che per così lungo 
volgere di tempo, con tanta imprudente facilità, da 
critici cui non facevano certo difetto nè la dottrina nè 
il gusto, siasi ricorso all'aiuto di altri mistici che 
nulla avevano di comune con lui, per analizzare e 
e gli affetti divampati in seno al Serafico A in 



ardore „, che dagli atti suoi meglio che dalle parole 
trasparivano; ma più strano assai che, oggi ancora, 
vi sian taluni i quali persistono ad assegnare al Po- 
verello d'Assisi componimenti, che, vuoi per l'intrin- 
seca loro natura vuoi per la veste esteriore, non 
possono ih verun modo agli occhi di chi vegga lume, 
gabellarsi usciti dalla penna sua. Alludo; come i lettori 
hanno certamente già compreso ; a quelle Laudi, che 
fin dal 1623 ebbero a trovare onorevole luogo tra 
gli opuscoli del Santo in queir edizione degli scrìtti 
suoi che in Anversa pe' nitidi tipi plantiniani divulgò 
frate Luca Waddingo. Ma quello che poteva sembrare 
scusabile in un minorità irlandese del secolo deci- 
mosettimo, il quale mirava soprattutto (e non ne fa- 
ceva mistero) ad ingrossare il patrimonio letterario 
del suo gran Padre, per sbugiardare coloro i quali 
l'affermavano digiuno d'ogni cultura, non è davvero 
più concepibile ne' tempi presenti. E noi confessiamo 
di non arrivar proprio a comprendere per qual curiosa 
ostinazione in ristampe e versioni recentissime degli 
scrìtti del Poverello d'Assisi tornino a ricomparire 
sotto il suo nome componimenti poetici ch'egli non 
scrisse mai, che il padre Ireneo Affò più di cento- 
cinquant'anni or sono ha provato luminosamente ap- 
partenenti a scrittori fioriti mezzo secolo almeno dopo 
la morte del Serafico, nel radioso mattino di quella 
lirica religiosa che, ai di del Santo, rompeva appena 
all'orizzonte tra i timidi e freddi bagliori antelucani. 
Chi si illude di sorprendere i tripudi amorosi del 
Nostro nelle laudi Amor di caritade, In foco Pamor 

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— *43 — 

mi mise dimostra (ci sia lecito il dirlo) di non capir 
nulla di nulla nè dell'anima di S. Francesco nè della 
storia della lirica sacra italiana. 



III. 

Tra il Santo d'Assisi ed il Beato da Todi, dalla 
cui infiammata fantasia sgorgò il più notevole de* 
due cantici ora citati, esistono senza dubbio vincoli 
tenacissimi. Figlio anch'egli di quella sacra terra, che 
vide spuntare tra i suoi colli il sole nuovo; iscalza- 
tosi, anch'esso, dietro le orme del Serafico, dopoché 
il fulmine d'inattesa sventura ebbe a mostrargli il 
nulla d'ogni felicità mondana; apostolo appassionato 
ed instancabile delle virtù che il Padre de* poverelli 
aveva chiamate a tutelare la famiglia sua ; Jacopone, 
come dubitarne? null'altro ebbe più a cuore di quello 
che conformare a si ammirabile modello tutto sè stesso. 
Eppure, ad onta di tanta intima conformità, tra il 
maestro ed il discepolo si drizza un'insormontabile bar- 
riera. Jacopone non ha potuto, pur facendo getto di 
quant'ebbe di più caro al mondo, trasformare la pro- 
pria natura; uomo di combattimento era e tale ri- 
mase: e da' ritmi suoi egli esce fuori ben diverso dat 
padre serafico che s'era proposto ad esemplare; 
egli, saettatore violento ed implacabile di peccati e 
di colpe, il cui poetico genio sfavilla più vivo, quasi 



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— s»44 — 

selce percossa dal ferro, quando l'indignazione lo as- 
silla e la collera gli si fa guida. 

Ma pur quando i due cuori anelano parimenti a 
raggiungere quell'unione con Dio che è loro su- 
premo ideale, la via per cui si mettono non appare 
la stessa. Nella schiera de' mistici PAssisiate è sem- 
plicemente un * pratico „; tutto assorto nella sua 
vita interiore, egli pone quasi inconsapevolmente in 
opera quanti son mezzi più validi per conseguire il suo 
fine ; ei però non vuole e nemmen forse pensa d' in- 
segnare ad altri, ove non sia coll'efficacia che sca- 
turisce spontanea dall'esempio, il cammino che con- 
duce alla meta sospirata. Jacopohe in quella vece è 
in fatto di misticismo un u teorico ^; giacché, non 
pago di procacciare per sè quel bene che sta in cima 
a tutti i suoi desideri, si sforza di ammaestrare al- 
trui coi precetti, perchè possano pervenire al mede- 
simo intento. Nè egli si accontenta di additare i gradi 
pe' quali l'anima umana, quando sia giunta a sbaraz- 
zarsi da tutti gli impacci terreni, può man mano sa- 
lire alla contemplazione di quel perfetto godimento 
che trascende ogni intelletto ; ma s'avanza altresì, con 
ardimento addirittura singolare, fino ad esplicar i fe- 
nomeni che si avverano durante la mistica ascensione, 
e cerca cavare dalle meraviglie della contemplazione 
i tesori di verità che vi stanno racchiusi. 

Queste mie parole ecciteranno forse in parecchi 
tra i lettori un lieve senso di stupore. Non tale di- 
fatti, quale l'ho testé espresso, è il giudizio che con 
consenso grande la critica odierna suol recare intorno 



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— *45 — 

all'umbro fraticello. Come la storia della vita, così 
quella dell'arte e del pensiero di Jacopone rimane 
oggidì press'a poco intentata. Oggi ancora noi ve- 
diamo il Todino, quale si piacque foggiarlo un monaco 
sconosciuto del secolo XV, che assunse l'uffizio di 
narrarne la vita, per fare opera non di storico ma 
di agiografo. Premeva a lui di presentare in Jacopone 
il modello perfetto dell'asceta; ed a pochi dati di 
fatto, di problematica sicurezza, egli mescolò quindi 
racconti attinti al gran fondo dell'agiografia medie- 
vale, notizie più o meno fantastiche, dedotte in parte 
dalle liriche stesse del Beato, con que' metodi e quel 
rispetto alla verità storica, con cui dalle poesie dei 
trovadori i vecchi autori delle Razos provenzali ca- 
vavano i materiali alle loro biografie.... La leggenda 
di Jacopone, così edificantemente elaborata, venne 
poi alle mani di colui che dettò sul cadere dello stesso 
secolo la Franceschma, il quale la riportò quasi inte- 
gralmente nel proprio libro; più tardi poi capitò in 
quelle del Modio, che se ne valse pure quasi unica- 
mente per tessere la biografia di Jacopone premessa 
alla edizione da lui curata delle Laudi; e poiché alla 
torbida fonte del Modio s'abbeverarono indistinta- 
mente quasi tutti gli scrittori venuti in appresso, così 
è ben lecito asserire che la leggenda poco autentica 
dell'anonimo quattrocentista rimase e rimane la base 
di tutto quanto sopra Jacopone fu d'allora in poi affer- 
mato. Di qui dunque deriva che il Todino si consideri 
oggi quale il rappresentante più schietto di una schiera 
di u sacri giullari nì che il Poverello d'Assisi avrebbe 



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-ri- 
voluto (dicono) corresse il mondo u laudando magni- 
ficamente Iddio y ; e la produzione sua si affermi 
scritta, ma che dico, scritta?, improvvisata per le plebi 
cittadine e rusticane dell'Umbria che dintorno al cu- 
culiato cantore s'affollavano tra divote e beffarde; 
tale soprattutto da riuscire gratissima ai Laudesi, i 
quali s'affrettarono a farla propria, e nelle pie con- 
venticole la ripeterono, alternando alle strofette del 
buon frate, i colpi di frusta, non più aspri dei versi 
a cui teneano bordone. Aspre e chiocce le rime del 
Todino, perchè germogliate come erbe folli in un 
intelletto ottenebrato e sconvolto dalla u santa pazzia 9 ; 
la quale, per quanto santa, sarebbe pur stata pazzia 
bell'e buona ; chè il procuratore d'un tempo, trasmu- 
tato nel Bizzoccone dell'oggi, avido di mortificazione, 
assetato di umiliazioni, tutto avrebbe messo in opera 
per apparir agli occhi altrui vile e dispetto. Folle e 
giullare : ecco i due epiteti con cui il Villemain nella 
famosa sua lezione del Collegio di Francia, qualificava 
il Todino; nè, chi ben guardi, tengon oggi opinione 
diversa, a tacere d'altri minori, A. Bartoli, A. Ga- 
spary, Alessandro D'Ancona. 

Ma cotesta concezione corrisponde al vero? Già 
Federigo Ozanam in quel suo libro sui poeti france- 
scani, dove tanta finezza di critica e profondità d'eru- 
dizione sono troppe volte mortificate e quasi spente 
dall'esagerazione dello spirito ortodosso e dall'amore 
eccessivo allo splendore della parola e della frase, ebbe 
ad avvertire, accortamente che ser Jacopone de' Bene- 
detti ben aveva potuto sotto l'improvviso colpo che 



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- *47 — 

lo prostrò, far getto di quanto gli era stato più caro, 
la famiglia, gli amici, la dignità, la ricchezza, ma non 
spogliare insieme con tutte le vanità esteriori gli 
abiti dell'intelletto, la dottrina che aveva lentamente, 
faticosamente accumulata nelle giovanili vigilie. Sicché, 
quand'anche si ammettesse che per un decennio intero 
egli siasi dibattuto in quella tenzone con sè medesimo, 
di cui narrano tanti particolari grotteschi i biografi 
suoi, pure, quando ne usci e volle rivivere per sè e 
per altrui, ei non tardò a riprendere la consuetudine 
della fatica intellettuale, fortificata dallo studio, dalla 
meditazione, dalla preghiera. Che se, lasciando in di- 
sparte le farraginose edizioni secentesche, dove le 
composizioni veramente autentiche del Todino sono 
come soffocate ed oppresse sotto una folla di canti 
posteriori a lui, dovuti ad inspirazioni diverse, tradotte 
con criteri d'arte che non sono i suoi, in un lin- 
guaggio ed in uno stile troppo disformi da quelli che 
lo contraddistinguono, noi ritorniamo ai vecchi codici 
del Trecento, i quali ci offrono la vera opera jacopo- 
nica, ristretta ad un centinaio di ritmi, che hanno tutti 
la stessa impronta e sono evidentemente usciti dalla 
medesima fucina, ci avverrà quel che capita a volte 
ad un amatore di capi d'arte il quale, liberando dalle 
sconciature posteriori una tavola antica, vegga di sotto 
agli svolazzi barocchi ed alle tinte stonate e violente 
d'un imbrattatele del Seicento uscire fuori le linee ri- 
gide, angolose e le colorazioni tenui e pallenti d'un 
artista primitivo. Il vero Canzoniere di Frà Jacopone 
non è un accozzo di rime giustapposte quasi a caso; 



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— 248 — 

dove si seguano senz'ordine componimenti sgorgati 
sotto gli impulsi disformi ed incoerenti di contraddi- 
torie emozioni. Esso ci si presenta in quella vece 
come la storia di un'anima, la narrazione delle vi- 
cende per cui lo spirito, infervorato nell'amore divino, 
giunge, sorpassando ogni ostacolo, a conseguire il 
suo fine supremo. Non a torto, sotto certi rispetti, 
lo si è paragonato al Canzoniere del Petrarca. Sono 
anche qui rerum vulgarium fragmenta ; rottami poe- 
tici, cui dà coesione un'intima unità, un sistema filo- 
sofico, non privo di valore e d'interesse. Al pari di 
tutte le anime profondamente religiose, il poeta ama 
Iddio ed aspira senza posa ad amarlo maggiormente, 
a non amare che lui. Tutti gli istinti, tutti i desideri 
che non hanno Iddio per obbietto gli appaiono come 
dannosi alla propria salute, e per assicurare il trionfo 
totale dell'amor divino sopra di essi, egli si sottopone 
a quella ferrea disciplina che la sua penna medesima 
ha descritto in un trattato latino, dove s'insegna u in 
che modo l'uomo può tosto pervenire alla cognizione 
della verità e perfettamente la pace neir anima pos- 
sedere ». Il digiuno, la macerazione della carne, la 
mortificazione dei sensi, ecco i temi delle stie poesie, 
dove senza tregua s' inculca all' uomo di farsi umile, 
abbietto, di combattere la superbia, radice d'ogni 
male. Così man mano che nella meditazione della 
miseria umana, nel pensiero della morte le catene che 
avvincono l'anima alla terra si allentano, si frangono, 
essa vede con indicibile gioia che la contempla- 
zione le dà le ali a salire, che la distanza onde è 



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— 349 — 

separata dall'oggetto dei suoi trasporti, si fa a poco 
a poco minore. Così ad onta delle lotte interne, delle 
angosciose tentazioni, degli amari scoramenti, essa 
avanza, avanza sempre. Ed eccola al piede dell'al- 
bero immenso, l'albero dell'amore divino, che nel 
timore ha sua radice e nudrimento. Aiutato dalla ce- 
leste bontà, lo spirito afferra un ramoscello pendente, 
l'umiltà, ed eccolo sopra il primo ramo della sacra 
pianta, l'amor mobile, che apporta come suoi frutti 
e sorrisi e sospiri: 

L'amor mi fece riso che m'à in su' prigion miso : 
Sospirarne lo core che m'à ferito amore. 

Di là si sale al Calidum, onde emanano lagrime e 
ardori: quindi dXYAcutum, fecondo di contemplazione 
e di sprezzo di sè medesimo. Più alto ancora si di- 
stende il Fervidum, onde nascono la liquefazione ed 
il languore : quindi il Superfervidutn, che crea di sè 
mancamento di senso, rapimenti. Ma sulla vetta più 
sublime stà V Inaccessibile : ed i frutti suoi come po- 
trebbe descriverli la parola del poeta? Giubilo, timore, 
offuscamento dell'intelletto caligante nella piena del 
contento: tale l'altezza perigliosa a cui guida Jaco- 
pone i suoi uditori. 

Or come immagineremo noi che coloro per i 
quali egli componeVa, prendendo a prestito forma e 
colore dai mistici della scuola agostiniana, siano slati 
gli umili frequentatori delle conventicole de* Battuti? 
Distruggiamo dunque una buona volta codesta leg- 
gendaria asserzione, tanto ripetuta e così lontana 



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— eso- 
dai vero. Come ha provato testé luminosamente un 
giovane e valoroso erudito, niun rapporto ha esistito 
mai tra Jacopone ed i Laudesi. Nè egli fu uno dei 
più antichi Laudesi, come è stato arbitrariamente as- 
serito, nè questi si appropriarono mai le sue laudi, 
pressoché tutte così ardue da comprendere, così 
inadatte alle semplici menti di popolani e di contadini. 
In mezzo alle centinaia di laudi, che furono in Um- 
bria composte e cantate per i Laudesi, non se ne 
trova mai alcuna di Frà Jacopone. I Laudesi hanno 
totalmente ignorato il poeta che la critica si è pia- 
ciuta asserire il loro maggiore rappresentante, il loro 
modello favorito! 

Ma per chi scriveva dunque il Tudertino le sue 
rime? Ei le dettò pe* confratelli suoi, per quell'anime 
ardenti che, sotto il vessillo francescano, cercavano al 
pari di lui la via della croce, l'unione assoluta colla 
divinità. I vecchi codici ce lo dicono da gran tempo, 
ma la loro voce non è mai stata ascoltata: Expli- 
ciuni laudes sancii Fratris Jacobi de Tuderto ordinis 
fratrum minorum quas dictavit in vulgati prò consola- 
tane et prof ectu novitiorum studentium; que maxime 
prosunt in vita evangelica et dicuntur Vinea Crucis. 

Forse a taluno, avvezzo ormai a vedere in Jaco- 
pone il poeta popolare che getta, pervaso da santa 
follìa, al vento i cantici suoi, dorrà di doverne acco- 
gliere nella mente un nuovo ritratto, di riconoscere un 
filosofo meditabondo nel * sacro giullare „. Ma la 
verità ha i suoi diritti che non si possono distruggere. 
D'altronde il poeta di Todi, studiato sotto questo no- 



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- *5i — 

vello aspetto, merita, ci, pare, anche maggiore atten- 
zione. Certo della semente gettata a piene mani nel 
suolo umbro dal Serafico, la poesia sua è il frutto 
migliore; mercè sua 1' Italia possiede un volume il 
quale costituisce una pagina di singolare interesse 
nella storia del Misticismo. Mostrar che anche Jaco- 
pone seppe tentare l'audace impresa di rivestire di 
espressioni terrene ardori ultrasensibili, di descrivere 
l'indescrivibile è assegnargli un luogo ben onorevole 
ed alto negli annali del pensiero filosofico e religioso, 
accanto a San Bonaventura, a Tommaso da Kempis, 
a Giovanni di Ruysbroeck. 



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IL CODICE DELL'AMOR PROFANO 



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olete voi seguirmi, amici lettori, ancora una 



V volta in una fuggevole corsa attraverso al pas- 
sato, seguirmi a Parigi, quale sarebbesi offerto ad 
uno de* tanti suoi visitatori, verso V ultimo trentennio 
del tredicesimo secolo? È un ambiente curioso quello 
in cui mi propongo farvi da guida; diverso, oh molto 
diverso !, dal mezzo in cui ci si troverebbe oggidì, se 
dovessimo effettuare davvero in compagnia l'ormai 
brevissimo viaggio; ma non per ciò meno interes- 
sante o meno pittoresco. La vecchia capitale de'Pa- 
risii, scosso il sonno secolare, fatta centro d'un regno 
potente, di quella monarchia, che con perseveranza 
tenace attira e stringe a poco a poco nelle sue spire 
tutt' intero il paese, s'è già assicurata quella fama di 
• cervello del mondo n1 che nessuno saprà più con- 
tenderle o strapparle in avvenire. Da dugent'anni a 
questa parte, docili all'appello d'Abelardo, la Teologia 
e la Filosofia vi hanno preso dimora, edificandovi i 
propri palagi, e da tutti gli angoli d'Europa v'ac- 
corrono quanti sono bramosi di tuffarsi negli abissi 
imperscrutabili della sapienza così divina che umana. 
" Fortunati voi, o Parigini! „; esclama un predicatore 
del tempo. * La città vostra è il mulino, dove si 
frange il grano celestiale a beneficio della Cristianità 




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tutt* intera! „ Oggi, cangiati i tempi, l'oratore dab- 
bene cercherebbe certo un paragone più consono alle 
possenti energie che la scienza moderna sprigiona 
e raffrena con mirabile vicenda , con sì stupendi 
successi; ma, mutata l'immagine, il concetto non ne 
rimarrebbe alterato. 

Reggia di sapienza, campo non mai deserto di me- 
tafisiche disputazioni, dove la Logica ardente manda 
i suoi soffi infocati, Parigi non ha però nulla in sè 
di severo, d'arcigno: esso non si trasforma in un 
convento gigantesco nè in un immenso ginnasio, come 
seguirà, ad esempio, alquanto più tardi della gelida 
e superba Salamanca, orgoglio di Spagna. La città 
rimane invece qual era: gaia, affaccendata, chiassosa; 
chè una folla innumerevole si accalca ad ogni ora 
del giorno nelle sue vie strette e tortuose, negli an- 
gusti crocicchi ; s'avvia in lunga schiera attraverso il 
gran ponte, dove hanno sede i cuoiai, gli argentieri, 
gli armaiuoli; s'addensa nelle piazze, in cui il * badaud n 
immortale s'indugia al lazzo del ciarlatano, alla strofa 
del giullare. Che più? Il fiotto umano non s'arresta 
neppure dinanzi al soggiorno de* morti: ben al con- 
trario, nel cimitero di S. Jacopo degli Innocenti, che 
Luigi VII volle circondato di mura forate da quattro 
porte, i vivi si dànno convegno per ciarlare, passeg- 
giare, contrattare, danzare pur anco ! E gli scheletri 
ammonticchiati tutt' intorno, guatano dalle vuote oc- 
chiaie, intensamente, con desiderio accorato quel tri- 
pudio di vita, proprio come oggi ancora in que' pic- 
coli cimiteri occhieggianti sulle vie più frequentate 



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- 257 - 



di Costantinopoli, dove a me pare che i morti deb- 
bano stare così di malavoglia rinchiusi dietro le 
grate polverose, mentre in giro pulsa tranquillamente 
il ritmo dell'esistenza consueta: gli amici si soffermano 
a fare quattro chiacchiere sulP angolo della strada, 
ed alla fontanella, che singhiozza neir ombra, scende 
l'acquaiolo a riempire l'orcio e disputa col cliente 
ozioso il venditore di ciambelle.... 

Ma la moltitudine che da ogni parte del mondo 
cristiano cala a Parigi, avida di scientifiche conquiste, 
rinviene al di là della Senna, sulla riva sinistra, la 
meta del suo cammino. Colà, fra le ombre opache 
di vecchi giardini, una città tutta sua le si dischiude 
dinanzi, una città di cui la montagna di Santa Geno- 
vieflfa è come il centro. Tutt' intorno il quartiere la- 
tino s'adagia, spesso di chiese, di conventi, di scuole, 
perchè Y Università non ha una sede unica, sua pro- 
pria, bensì allunga e distende le propaggini un po' 
dapertutto. Ed in quella specie di città sacra, di Al- 
tis, dove qualunque autorità che scolastica non sia 
cessa d' avere vigore, dove il Re non comanda, nè 
ardisce penetrare il Bargello, la balda e numerosa 
turba studentesca studia, lavora, ma soprattutto di- 
scute. Varia, esotica, composta de' più disparati ele- 
nenti, poiché le Quattro Nazioni raccolgono nel loro 
) uomini di tutti i paesi; lenti Fiamminghi ed agili 
> >rmanni, biondi Inglesi e bruni Spagnuoli, Lombardi 
ossequiosi ed arroganti Alemanni; essa non è meno 

1 varia per l'età di coloro che la costituiscono, poiché 
la prima adolescenza vi si accompagna alla piena 
17 



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virilità; i giovinetti appena entrati nella facoltà delle 
arti a coloro che un tirocinio trilustre ha ormai resi 
maturi ad assumere il robone di vaio ed il berretto 
dottorale. Scolaretti e baccellieri; malizia sopraffina 
ed ingenua spensieratezza, saviezza e follia, tutto si 
mesce e si fonde nelP immane crogiuolo. Forti de* pri- 
vilegi loro, gli scolari sono sempre in lotta con qual- 
cuno; nemici giurati de* grassi mercanti, de* maestosi 
borghesi, fanno comunella troppo più volontieri di 
quel che si converrebbe, con gli scapigliati, i goliardi, 
i giullari, che li proclamano la sola gente liberale 
rimasta sulla terra, e sono sempre pronti ad aiutarli 
colla mano e colla lingua. Ad ogni istante un fremito 
si propaga per la città latina; l'alveare è in subbu- 
glio; si tratta d'una rissa per faccende di giuoco, 
per intrighi donneschi, per controversie teologiche? 
Chi lo sa ? Certo è che tutta V Università prende 
fuoco, strepita, minaccia. Questioni gravi e futili 
bizze appassionano per siffatto modo del pari quelle 
teste calde, cui la gioventù e V impunità cooperano 
a rendere più calde e più audaci. La libertà illimitata 
della vita ne induce una non minore di discussione 
e d' esame : 1' Università sentenzia di qualsivoglia 
cosa : di religione, di filosofia, d'arte, di politica ; com- 
batte, soprattutto, un'epica battaglia per tener lungi 
da sè i frati, francescani o domenicani che siano, i 
quali, favoriti dal re, vogliono entrar in essa e farvi 
da padroni. E la guerra dura mezzo secolo e vi pren- 
don parte professori in zimarra e scamiciati goliardi; 
si disputà in scuola ed in piazza, a colpi di trattati 



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_ a59 — 

in-folio e di strofette licenziose, in latino come in fran- 
cese. Così, senza posa, da cotesta infaticata fucina 
si sprigionano faville di pensiero; ora vampate fu- 
gaci che abbagliano un istante per vanir tosto nel- 
l'ombra; ora raggi che non si spegneranno più mai, 
giacché la creazione artistica sopravviene a fermare 
nel poema, nella storia, documento perenne ai futuri, 
il fremito di passioni, di sentimenti, d'odi e d'amori 
che parean destinati a sparire senz'eco veruno, trasci- 
nati dalla fiumana irresistibile del tempo. 

Il Roman de la Rose, di cui adesso voglio tenere 
discorso, può a buon dritto chiamarsi l'estrinsecazione 
più singolare e ragguardevole, sotto il rispetto let- 
terario, della mirabile attività di pensiero, onde pal- 
pitò la scuola parigina sul cadere del secolo decimo- 
terzo. Poiché l'autor suo precipuo o, per dir meglio, il 
suo prosecutore, a quella scuola appartenne, come sco- 
lare dapprima, come maestro di poi, e ne condivise 
le gioie e le tristezze, e per lei amò combattere ge- 
nerose battaglie. Non era dunque possibile dire di 
un poema, ove tanta parte è fatta a Parigi, senza 
aver prima di questa rocca degli studi medievali ab- 
bozzato fugacemente l'ardito profilo. 



I. 

Jean Clopinel è tra i pochissimi poeti francesi 
dell'età medievale, de' quali si conosca con mediocre 
esattezza nelle linee generali la vita. Lasciate poco 



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— a6o — 



più che ventenne le campagne orleanesi, bagnate 
dalla Loira tranquilla, dov'era trascorsa la sua ado- 
lescenza studiosa, egli erasi gettato nel vortice pa- 
rigino alla conquista della scienza e della fama; e 
già fin dai primi suoi passi aveva saputo attirare so* 
pra di sè l'occhio benevolo di potenti mecenati. Nato 
di gente non infima, ma però non nobile, egli aveva 
ereditato dai padri quell'avversione tenace alla vec- 
chia, arrogante, aristocrazia feudale, che animava fin 
d'allora il ceto borghese, solidamente piantato nelle 
città, intraprendente, operoso, ben provveduto di de- 
naro, nel quale la monarchia aveva rinvenuto un al- 
leato prezioso : la monarchia, dico, che pur essa guar- 
dava con sospetto e rancore, memore de* vecchi so- 
prusi, la casta baronale, e ben sapeva come non le 
fosse possibile, finché questa vigoreggiasse, porre 
salde le fondamenta della propria potenza. Giovanni di 
Meun nelle sue laboriose vigilie aveva meditato sulle 
antiche scritture; conosceva per filo e per segno quanti 
autori latini correvano ai di suoi tra le mani de' dotti ; 
alternava la lettura di Virgilio e d'Ovidio a quella di 
Tito Livio e di Sallustio; ammirava Orazio e Giovenale, 
Cicerone e Boezio. Accanto a codesti illustri rappre- 
sentanti di Roma vetusta egli collocava poi volontieri 
quelli tra i suoi connazionali che in tempi meno remoti 
avevano saputo assorgere tant'alto mercè la virtù del- 
l'ingegno, da pareggiar quasi gli antichi; un Gualtiero 
di Chàtillon, un Alano di Lilla, dotati dalla natura d'in- 
discutibile vena poetica e dallo studio non mai inter- 
messo, di profonda dottrina. Egli non disdegnava, d'ai- 



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-Al- 



tronde rivolgere le proprie cure anche alla poesia 
volgare, e seguendo l'esempio dei più, dettava versi 
d'amore, lanciava satiriche invettive. Ma dopo aver ten- 
tato un po' questa un po' quella via, s'era fermato esi- 
tante : nessuna gli pareva destinata a condurlo ov'egli 
desiderava ; e ciò che desiderava era infine di poter 
mettere fuori tutto quanto teneva in corpo: di recare 
la sua sentenza sopra ogni cosa, il suo giudizio sopra 
ogni problema, ponendo cosi in luce tutto il patrimonio 
di scienza, d'osservazione, che gli era venuto fatto d'ac- 
cumulare. Ed ecco un bel giorno il caso (ma fu il caso 
per l' appunto?) mettergli sotto mano un' opera di 
poesia, che dall'autore suo era stata lasciata incom- 
piuta. Si trattava d'un libro d'amore, elegante, raf- 
finato, grazioso, che a molti doleva di veder inter- 
rotto proprio sul più bello; talché taluni avevano 
tentato, con maggiore o minore felicità, di condurlo 
a fine. Giovanni lesse, rilesse, s' invaghì del soggetto, 
si propose di far lui ciò che il primo scrittore non 
aveva potuto eseguire. Così nacque tra il 1270 ed 
il 1275 l a seconda parte del Romanzo della Rosa. 

Or che cos'è questo poema, capace d'innamorare 
di sè una testa quadra, un cervello sopraffino, come 
quello del futuro dottore in arti di Meun, in siffatto 
modo da fargli abbandonare le più gravi sue occupa- 
zioni, per lanciarsi a tutt'uomo nell'arringo della vol- 
gare poesia? Vediamo d'appagare la curiosità legittima 
di chi ci legge, senza perderci in lungaggini ; impresa 
non agevole, perchè non sono davvero i .poeti me- 
dievali quelli che sappiano andare per le corte! Sic- 



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— 26a — 



chè non a torto uno di essi a chi gli raccomandava 
di serbare la misura, rispondeva indispettito: 

Questa misura che nel mezzo parte, 
Non trovai mai chi m'insegnasse l'arte! 

Ne* primi lustri del Dugento, in Francia, in un 
paese certo non discosto da quello dove, poco ap- 
presso, doveva vedere la luce Giovanni Clopinel, aveva 
vissuto un poeta, Guglielmo di Lorris, sul conto del 
quale niun altro ragguaglio ci è pervenuto all' infuori 
di questo, che, toccati a mala pena i venticinqu'anni, 
s'era mosso a dire d'amore per rima. Amante non 
amato d' una bella sdegnosa, egli aveva sperato (Sten- 
dhal anticipato!) che a scemarne P inflessibile rigore 
sarebbe forse tornata non inutile la pittura fedele e 
commossa de" tormenti coi quali Amore lo straziava; 
ma, obbedendo insieme all'indole generosa del pro- 
prio ingegno, ei s'era ricusato di costringere i suoi 
affetti nello stampo consueto de' componimenti lirici 
allora in voga. E neppure avevagli sorriso il disegno 
d' insertare i casi suoi in un' avventurosa storia di 
fantastici episodi intessuta, di camuffare sè stesso da 
cavaliere errante, la bella sua da Ginevra o da Fe- 
nice. Ei volle dettar sì un poema, ma un poema che 
non traesse l'organismo o il disegno dalle logore 
trame anteriori. Erano, pur troppo, sogni i suoi de- 
sideri, i suoi ideali; ed in un sogno appunto ei si 
propose descriverli. 

Sognò dunque Guglielmo una notte che fosse il 
mese di maggio (com' era in realtà) e eh' egli, sve- 



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— 263 — 

gliatosi innanzi l'alba, tosto lasciasse le piume, bra- 
moso di luce, d'aria, di verzura. E gli parve, non 
appena abbigliato, d'uscire di casa, traversando le 
vie deserte, e di varcare le porte della città tuttora 
addormentata. Dinanzi a lui si stendeva la campagna 
in fiore: vedeva una festa di colori e di profumi, 
perchè la terra, scosso il giogo del verno, riprendeva 
a vivere. Ascoltando il canto degli uccelli, ammirando 
i fiori sbocciati a frotte lungo i sentieri rinserrati tra 
le siepi di biancospino, il giovine giunge a caso sulla 
riva d' una chiara fiumana e ne segue 1' acqua, che 
corre via gorgogliante, per lunga pezza, finché si trova 
arrestato da un alto muraglione che gli sbarra la via. 
Sul muro brillano al sole pitture le quali, per quanto 
ben fatte, son poco liete a vedere, giacché raffigurano 
orridi ceffi: l'Odio, l'Invidia, il Tradimento, la Cupi- 
digia, la Povertà, la Vecchiezza.... Ma egli intende 
tosto quale sia il significato degl' inamabili freschi : 
essi vogliono dire che le turpi passioni, le tristezze, i 
malanni della vita non trovano accesso nel bel giardino, 
cui la muraglia protegge. Di qui gli nasce desiderio 
più vivo di penetrarvi. Cerca, spia tutt' intorno, finché 
rinviene una porticella. Picchia, ed ecco premurosa 
affacciarsi una donzella di bellissimo aspetto, ricca- 
mente vestita, con cortesi parole d'accoglienza. Ri- 
chiesta dell'esser suo, dice chiamarsi Oiseuse, l'Ozio; 
ed aggiunge che il giardino, di cui ella è custode, 
appartiene ad un amico suo particolarissimo, che la 
vuol sempre seco, Deduit, il Piacere. Entri dunque 
e faccia il comodo suo. Guglielmo non se lo fa dire 



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- 26 4 - 

due volte: gli par d'essere giunto in paradiso, tanta 
è la vaghezza del luogo, dove gli alberi giganteschi 
s'inclinano in archi di verzura sullo specchio del- 
l'acque cristalline, e tra i rami in fiore gorgheggiano 
gli usignoletti in un rapimento di melodia. Ma, fatti 
pochi passi nell'aulente verziere, il padrone in per- 
sona si fa incontro al poeta. Piacere intesse una ca- 
rola, dove Allegrezza canta; e nella ridda festosa 
si mescono bellissime creature di sogno» Beltà, Ric- 
chezza, Larghezza, Franchezza, Gioventù. E tra la 
gaia schiera guizza, senz'abbandonare mai l'arco ed 
il turcasso, carico di saette d'oro e di piombo, il Dio 
d'Amore, efebo divino, che dell' antico Cupido con- 
serva l'affascinante bellezza e la spietata imperiosità. 

Finito il ballo, mentre i danzatori s'allontanano 
colle amiche loro pe' viali ombrosi del giardino, Gu- 
glielmo, rimasto solo, riprende il suo viaggio, bramoso 
d'esplorare per tutti i versi quel paradiso. E ad ogni 
istante egli ha motivo di trasecolare, tante ne sono 
le attrattive. Cosi di passo in passo ei si trova con- 
dotto dove zampilla, ricadendo in ampia conca di 
marmo, una fresca fontana. Nel marmo si legge 
un'iscrizione, e v' è detto il nome del fonte: è il 
Miroir perilleux, lo * Specchio periglioso „; vi si af- 
fogò, mirandosi, Narciso. E nel terso vetro dell'acque 
Guglielmo, quando vi appunta gli occhi, scorge ri- 
specchiarsi tutto il giardino; ed in esso, oh vÌ9ta!, 
un cespuglio di rose, mirabile così, che non appena 
l' ha osservato, prova in cuore un' irresistibile brama 
d'andarne in traccia. Bentosto gli è presso, e non può 



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-ri- 
saziarsi di contemplarlo. Quante rose l'adornano, dalle 
forme stupende, dal molle incarnato, dall' inebbriante 
profumo! Ve ne sono di tutte le specie, di tutte le 
tinte, di tutte le età; quale chiusa ancora nella sua 
verde guaina, quale semiaperta, quale sbocciata tutta, 
ebbra della gioia di vivere, già sul punto di spargere 
al suolo il tesoro de' petali corallini. Guglielmo ne è 
rapito; ma la sua estasi si raddoppia, allorché scopre 
un bocciuolo che supera gli altri tutti per la vaghezza 
ed il fresco colore. In quel momento il Dio d'Amore, 
che ha seguito alla lontana, non veduto, i suoi passi, 
gli è sopra d' improvviso e lo saetta con le quadrella. 
Piovono i dardi sullo sbigottito Guglielmo: Beltà, che 
gli trafìgge il cuore da parte a parte, Semplicità, 
Cortesia, Bel Sembiante. Ai colpi reiterati il giovine 
tramortisce, chiede pietà; ma Amore l' incalza, in- 
timandogli d'arrendersi. E chi saprebbe fare altri- 
menti? Guglielmo s' umilia al vincitore, gli diviene vas- 
sallo, gli consegna il proprio cuore, di cui Amore 
prende possesso , chiudendolo con una chiavicina 
d'oro. Quindi, trionfante, ammaestra il giovinetto a 
rappresentare la nuova parte che gli incombe: quella 
di * Servo d'Amore „. 

Quali i comandamenti del Sire? Essi sono molti, 
complicati, non facili ad eseguire. L' amante fugga 
innanzi tutto la maldicenza, rispetti le donne, non 
faccia discorsi sconvenienti, si mostri benevolo con 
chicchessia. Procuri d'esser sempre ben vestito; anzi, 
ove il possa, sfoggi eleganza: Qui cointes est, il en 
vaut mieux. Vesta dunque all'ultima moda; abbia 



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— a66 — 



tuniche dalle maniche ben assestate, guanti alle mani; 
calzature poi attillate così che i villani, guardandole, 
si chieggano tra loro con stupore come faccia ad 
entrarvi e come ad uscirne. Se non ha molti denari, 
s' ingegni meglio che può; alla peggio, una ghirlanda 
di fiorì freschi costa poco, ed è sempre di moda ! 
Sia allegro e gaio; dia prova d'abilità (se gli riesce) 
nel cantare, nel cavalcare, nello schermire; fugga 
l'avarizia, si procacci fama di liberalità. Tale appaia 
tra la gente, perchè ne acquisti lode di ben costumato, 
e de* pregi suoi giunga voce agli orecchi di colei per 
la quale sospira. E a lei sia sempre rivolto ogni suo 
pensiero: e rammentandone la bella forma, si tormenti, 
cangi di colore, or avvampi, ora geli; perda coscienza 
di sè, tramutato in un immobile simulacro. Si sforzi 
d'incontrar sempre colei che ama, e quando la ventura 
gli conceda tanta gioia, esca quasi di sentimento nel 
contemplarla. Badi bene però a custodire gelosamente 
il proprio segreto! Car c'est gran sens de se celer. 
Cosi trascorra la giornata; ma la notte, oh la notte, 
come il tempo gli parrà lungo! Il sonno fuggirà le 
sue pupille, egli passerà le ore in veglie penose, in 
pianti, in sospiri; e quando s'assopirà, una visione 
lusinghiera verrà a visitarlo che gli renderà poi più 
amaro il risveglio. 

Uditi questi comandamenti, il novello amante si 
turba: ei chiede ad Amore come potrà sopportare 
tanti mali. Ma il Dio gli fa animo; egli avrà, dice, a 
confortatoci Speranza, Dolce Pensiero, Dolce Favella, 
Dolce Sguardo. E quindi scompare. Guglielmo è solo 



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- 267 - 

di nuovo, parecchio sbigottito. Non già che gli in- 
cresca d'esser fatto ligio ad Amore, ma perchè vor- 
rebbe vedere la rosa, e non sa come accostarvisi. 
Ed ecco farsegli accanto un valletto leggiadro, che 
gli profferisce il proprio aiuto. È Bel Accueil, Bel- 
l'Accoglienza, che gli apre il varco al rosaio. 

Mentre il giovine pasce gli occhi nel vago fiore, 
oggetto d'ogni suo desiderio, un nuovo personaggio 
si fa innanzi. Esso è Dangier, un mal villano, dalle 
membra gigantesche, dal ceffo pauroso, che la Ca- 
stità ha prescelto a custode dei rosai. Dangier, che 
si può tradurre qui a Resistenza n o a Rifiuto „, ha 
seco, quali compagne, Malabocca, Vergogna, Paura. 
Vergogna è figlia della Ragione, e questa l'ha affi- 
data alla Castità, perchè se ne valga ai suoi bisogni ; 
Paura le è stata invece mandata da Gelosia. 

Bel Accueil, decisamente favorevole a Guglielmo, 
gli offre in dono una fogliolina staccata dalla pianta 
stessa su cui s'erge il bottone di rosa ; dono prezioso, 
che incoraggia l'amante a rivelare al suo fautore ciò 
che ha in cuore. Bel Accueil se ne sgomenta, e Dan- 
gier, che già guardava a squarciasacco l'intruso, esce 
fuori bruscamente dal suo nascondiglio con un no- 
doso randello; strapazza Bel Accueil ed allontana con 
le minacce Guglielmo dal rosaio. 

Volto in fuga dalle rampogne e più ancora dalla 
mazza che Dangier palleggia, l'amante sta per darsi 
in braccio alla disperazione. Ed allora Ragione, che 
abita una torre vicina, scende dall'alta sua dimora per 
confortarlo, mostrandogli ch'egli s'è posto sopra una 



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cattiva strada, e che, frequentando l'Ozio ed il Pia- 
cere, finirà male. Ma Guglielmo ha ben altro per il 
capo, nè se la sente di dare udienza ai predicozzi di 
Madonna! E Ragione, offesa, l'abbandona.. 

Allora gli sovviene che Amore ebbe a racco- 
mandargli di scegliere un amico, savio e leale, cui 
potesse confidare i propri affanni e ricorrere per con- 
siglio. E si pone dunque in traccia di costui ed ha 
la fortuna d'incontrarlo tosto. Amico lo conforta, 
F ammonisce; e tra altri utili avvisi gli dà quello di 
tornare in buoni rapporti con Dangier. La cosa non 
è mica facile ; ma Guglielmo, accostatosi con precau- 
zione alla siepe, dietro cui sta il mal villano vigile 
e minaccioso, lo scongiura con tanta umiltà a vo- 
lergli condonare l'errore commesso, che quello zoti- 
cone si raddolcisce : * Che m' importa, egli brontola, 
che tu ami le rose? Io ne ho abbastanza, se tu ne 
stai lontano „. Patto conchiuso: Guglielmo potrà ri- 
vedere la rosa, ma a molta distanza, al di là della 
siepe, in guisa da non insospettire l'occhiuto custode. 

Amore però veglia sul suo servo, ed impietosito 
pe* patimenti che soffre, gli manda de' rinforzi. Fran- 
chezza e Pietà, per suo volere, si presentano a Dan- 
gier e l'esortano a rimettere alquanto della durezza 
che ostenta verso V amante : e questi ottiene, inspe- 
rato favore!, di riporre piede dentro il recinto, in 
compagnia di Bel Accueil. Ei rivede così la rosa, 
che nel frattempo è cresciuta in vaghezza, dischiusa 
a mezzo, quasi del tutto sbocciata. L'amante la trova 
più affascinante che mai, e fatto ardito dall'appoggio 



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-a69- 

d' Amore, chiede a Bel Accueil di poterla baciare. 
Il giovincello non sarebbe alieno dal lasciarlo fare, 
ove Castità non se ne sbigottisse. Ed ecco Venere 
entrare di mezzo; essa trionfa degli ultimi scrupoli di 
Bel Accueil, e Guglielmo bacia la rosa. 

O la dolcezza di quel bacio! Ma la felicità del- 
l'amante non è di lunga durata. Malabocca s'è avve- 
duto di qualcosa ; ed il manigoldo ne ciancia con tutti, 
esagerando, inventando, facendo tanto chiasso, che 
Gelosia, risvegliata di soprassalto, si scaglia, furente 
di collera, contro i malcapitati guardiani delle rose. 
Ed ecco Paura darsela a gambe, Vergogna confon- 
dersi in iscuse, Bel Accueil, pentito, giurare d'esser 
più cauto in avvenire. Ma ci vuol altro che parole 
per riaddormentar Gelosia! Essa se ne va più infu- 
riata che mai, mulinando sinistri progetti, mentre 
Vergogna e Paura corrono sgomente da Dangier, 
cui fanno colpa di poca vigilanza. Ed il villano im- 
bestialisce e grida che chiunque tentasse ancora d'ac- 
costarsi alle rose, avrà da fare con lui. 

Gelosia torna, sempre furiosa; essa ha preso il 
suo partito. Poiché la siepe non basta a difendere i 
fiori dalle cupide mani d'audaci spasimanti, un forte 
recinto di pietra saprà ben metterli al riparo per il 
futuro da qualsivoglia sorpresa. Così nel mezzo del 
bel giardino sorge una rocca merlata e turrita, con 
fossati, baltresche, ponte levatoio. Nella più alta torre 
starà rinchiuso per sempre Bel Accueil, sotto la cu- 
stodia d'una vecchia megera; Dangier, Vergogna e 
Paura faranno la scolta. 



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L' imprudenza dell 9 amante gli ha dunque fatto 
perdere in un sol punto il frutto di tante pazienti 
fatiche! Egli s'abbandona alla più viva disperazione, 
e proprio quando le sue querele contro il destino 
nemico s'effondono più acute, ed il poveretto invoca 
inutilmente Bel Accueil, la trama del poema brusca- 
mente si spezza: 

Jamès n'iert riens qui m'en confort, 
Se ge pera vostre bienvoillance, 
Que ge n'ai mès aillors fìance.... 

Perchè Guglielmo s'è arrestato in così bel cammino? 
Noi non sappiamo nulla di certo sul proposito. Ma 
il continuatore suo, nel poema stesso, ne ha data una 
spiegazione, la quale, sebbene da taluni recenti cri- 
tici sia stata giudicata sospetta, pare a noi, come ad 
altri molti, la più probabile, anzi addirittura la vera. 
Fu la morte, se diamo fede a Giovanni di Meun, che 
strappò di mano al poeta la facile penna, essa, che 
col gelido soffio fé' crollare d' un tratto le muraglie 
del fatato castello, dove Guglielmo, fidente nelle 
esplicite promesse di Amore, lusingavasi pur sempre 
di poter alla fine penetrare, conseguendo delle molte 
pene patite tal premio, di cui avrebbe rivelata tutta 
la nobiltà nascosta ai suoi fedeli lettori. O non aveva 
egli promesso di far questo? 

Qui du songe la fin orra, 
Ge vous di bien qu'il i porrà 
De jeus d'amo rs assés aprendre; 
Por quoi il voille tant atendre, 



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— arji — 



Que g'espoigne et que g'enromance 
Du songe la sénéfiance. 
La verité qui est coverte 
Vous sera lores toute aperte, 
Quant espondre m'orrés le songe, 
Où il n'a nul mot de mensonge. 



II. 



Quale ragione d'altro canto abbia consigliato Gio- 
vanni a continuare l'opera lasciata incompiuta da un 
rimatore, fiorito quasi mezzo secolo prima, che scriveva 
per un pubblico speciale, per una società ristretta, 
aristocratica, tutta differente dal mondo a cui egli 
invece apparteneva-, riesce disagevole conoscere. Certo 
non è per il motivo eh' egli stesso adduce con quel 
suo fare canzonatorio: d'essere stato cioè costantis- 
simo servo d'Amore in ogni tempo di sua vita, a 
stomaco pieno e digiuno, e d'essersi mostrato in tutte 
le circostanze così saggio uomo da respingere net- 
tamente i consigli di monna Ragione! Può darsi, come 
taluni inchinarono a credere, che il futuro dottore 
fosse mosso ad assumere l'incarico ponderoso dalle 
preghiere di tale, cui non avrebbe ardito opporre 
un rifiuto; sicché, come Filippo il Bello gli commise 
più tardi l'incarico di ridurre in volgare il salutevole 
libro di Boezio, cosi qualch' altro influentissimo suo 



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— 272 — 

protettore potrebbe avergli imposto di riallacciare le 
fila spezzate del romanzo di Guglielmo di Lorris. Ma 
è puranche credibile, com' io ho accennato preludendo 
a questo scritto, che il proposito d'avvalersi del solido 
edifìcio, già tirato tant' innanzi da chi era stato un 
suo compatriota, per murarvi su nuove, audaci e fan- 
tastiche costruzioni, sia germogliato spontaneo nel 
cervello del Rabelais dugentista.... " Et por ce que la 
matire embelissoit à plusors, il plot à maistre Jean 
Clopinel de Meun à porfaire le livre et à ensivre 
la matire „ ; dice già il trascrittore d' uno de' testi più 
t antichi e migliori del Romanzo. Comunque sia di 
tutto ciò, il fatto è che Giovanni s'accinse con foga 
giovanile al lavoro, prefiggendosi fin dagli inizi di 
seguire neir esterna architettura dell'opera il piano 
tracciato dal suo predecessore. E difatti presone pla- 
cidamente il posto, ei continua a lagnarsi per un buon 
pezzo ancora de' rigori di fortuna ; e quando gli pare 
d'aver pianto abbastanza, richiama giù dalla torre, in 
cui stava, spettatrice rassegnata di tante follie, la 
Ragione, per farle ritentare l'impresa di convertire a 
migliori proponimenti l'amante ostinato. E poiché per 
la seconda volta l'instancabile avvocata è costretta 
a ripartirsene delusa, rievoca sulla scena Amico, che 
prodiga allo sventurato compagno consigli inspirati 
ad un'esperienza della vita cosi cinica e spregiudi- 
cata, da incutere qualche ribrezzo all'ancora ingenuo 
giovinotto. Il quale piuttosto che onorare Malabocca 
e coltivare Tradimento, preferirebbe raggiungere i 
propri fini ponendosi per un sentiero pericoloso, 



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— 273 — 

quello di Troppo Donare; ma n'è custode Ricchezza, 
che non vuole saperne affatto di lui. Sicché, oramai, 
la partita gli sembra disperata: tutti 1' abbandonano, 
egli non sa più che fare. Ma proprio allora il Dio 
d'Amore £!: viene in soccorso: egli ha voluto mettere 
a prova il suo servo, accertarsi dell' incrollabile sua 
fedeltà. La prova è finita, e l'amante invece della 
sconfitta, , che presagiva imminente, è dall' inatteso 
soccorso risospinto a dipingersi il futuro rallegrato 
da speranza lusinghiera di trionfo. 

Amor non tollera indugi; ei spedisce ambasciatori 
a tutta la sua baronia, perchè s'armi e venga all'oste, 
al più presto: prega o comanda, secondo che occorre, 
per conseguire l'intento. Ed in brev'ora tutti i suoi 
vassalli sono dinanzi a lui con gran turba di seguaci, 
bene in punto; prima Oiseuse, che trae con sè gente 
innumerevole; poi Nobiltà di Cuore, Franchezza, 
Pietà, Larghezza, Onore, Cortesia, Piacere, Gioco, 
Gaiezza, e quant'altri ancora! Ricchezza soltanto si 
ribella ai comandamenti d'Amore, che giura di ven- 
dicarsene a suo tempo. Prima d'iniziare l'assedio si 
tiene un consiglio di guerra; i baroni vorrebbero 
aver Venere con loro : ciò, essi dicono, assicurerebbe 
la vittoria. Amore noi nega, ma non può imporre 
alla madre di portarsi in suo aiuto: vedrà più tardi 
quanto convenga di fare. Intanto nell'oste, non chia- 
mate, s'insinuano due losche figure, Astinenza Costretta 
e Falso Sembiante, figlio d'Inganno e d'Ipocrisia: e 
quand' Amore vede costui, vero arnese da forca, il 
sangue gli dà un tuffo e l' interroga minaccioso on- 

18 



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d' abbia tratto tant' ardire di venirgli dinanzi. Ma 
Astinenza Costretta si fa premura di rispondere per 
lui: è lei che l'ha portato, non può vivere senza 
dell'amico suo: se questi è cacciato, dovrà andarsene 
anch'essa. Amore esita un poco ad accogliere degli 
alleati di così dubbia fede; ma la sfrontata confes- 
sione che Falso Sembiante fa della sua vita vitupe- 
rosa finisce per metterlo di buonumore; resti seco e 
gli sia fedele, se può! Del resto è questo briccone 
che gli darà la vittoria. D' accordo con Astinenza 
Costretta, che si camuffa da beghina, egli, mascherato 
da bizocco, s'accosta al castello di Gelosia e chiede 
ospitalità per la notte a Malabocca, che, di nulla so- 
spettando, gliela concede. Entrati nella rocca, i due 
compari con ontuosa eloquenza rimproverano al lin- 
guacciuto custode le sue colpe ; confuso, egli non sa 
come difendersi e finisce per riconoscere di aver 
male operato, si dichiara pronto ad una generale 
confessione. E così, mentre inginocchiato si raumilia, 
Falso Sembiante gli è addosso e con un buon colpo 
di rasoio gli sega la gola, gli taglia la lingua; poi 
ne trabocca giù il cadavere nel fossato. Dalla porta 
tosto spalancata entrano allora Cortesia e Larghezza, 
che si fanno dattorno alla vecchia carceriera di Bel 
Accueil. Vinta dalle preghiere e dai doni, quella pro- 
mette d'adoperarsi in prò dell'amante. E questi pure 
penetra nella rocca, è ammesso alla presenza della 
rosa, e già si dispone, approfittando dell'occasione, 
a ghermirla, quando, urlando come un dannato, sbuca 
fuori Dangier. In breve tutto è tumulto; Vergogna e 



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— *75 - 

Paura dànno addosso all'amante, che, ridotto a mal 
partito, non sa più come campare la vita ed invoca 
aiuto. 

Quanto avviene in castello è tosto risaputo nel 
campo, ed Amore, vedendo in pericolo il suo fe- 
dele, ordina di cominciare l'attacco. La zuffa si fa 
aspra dintorno alle mura : se quelli dell'oste vogliono 
spuntarla a tutti i costi, gli incastellati non sono meno 
decisi a difendersi ad oltranza. E le cose sulle prime 
non volgono favorevoli ad Amore, tanto chè questo, 
scorgendo i suoi a mal partito, patteggia una tregua, di 
cui si vale per mandare a chiedere aiuto a sua madre 
ed alla Natura. Venere s'affretta a recarsi in persona 
sul campo di battaglia; Natura, troppo affaccendata 
nella sua officina a creare esseri nuovi che propa- 
ghino la vita del cosmo, sta paga a mandare Genio, 
il suo cappellano, coll'ordine di scomunicare in nome 
di lei gli avversari d'Amore. Venere e Genio giun- 
gono dinanzi al castello, quand' Amore, insofferente 
d' indugio, ha rotto per sua parte la tregua e ripi- 
gliato l'assedio. Genio, vestito d'abiti pontificali, pro- 
nunzia un bel sermone, lancia l' interdetto e quindi 
sparisce. Ma Venere fa di più: essa, dopo avere in- 
timato ai custodi della rosa di cedere l'armi, vedute 
vane le esortazioni, ricorre alla forza; uno strale 
eh' essa lancia contr' un' immagine posta nella parte 
più alta della rocca, fa divampare un furiosissimo 
incendio; ardono le mura, crollano i barbacani, tutto 
si sfascia sotto l' impeto delle fiamme divoratrici. I 
difensori del castello cercano sbigottiti uno scampo 



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— 276 — 

nella fuga; Cortesia corre a cavar di prigione Bel 
Accueil, e questi, tornato libero, supplicato da tutti, 
non esita più oltre a permettere che l'amante colga 
la rosa: 

Ainsi oi la rose vermeille: 

A tant fu jourz et je m'esveille. 



III. 



Se cotesto rapido riassunto della seconda parte del 
Roman de la Rose avesse indotto in qualcuno de 9 let- 
tori nostri la persuasione che il Clopinel, in ossequio a 
promesse ripetutamente espresse, si fosse dato cura di 
continuar con tutta fedeltà il libro del suo predeces- 
sore, farà mestieri che egli, il lettore, deponga tosto 
siffatto pensiero. " Il fatto, potremmo dirgli con Dante, 
è in altra forma che non stanzi „• Giovanni da Meun 
ha, senza dubbio, ripigliato il racconto di Guglielmo 
di Lorris al punto in cui costui l'aveva lasciato; s'è 
preoccupato di riconnettere persino il primo verso 
che gli scese dalla penna, all'ultimo dettato dal morto 
poeta; ha ricondotto sulla scena, insieme a molt'altri, 
tutti, senz'eccezione, gli attori, uomini o fantasmi che 
si fossero, i quali già vi erano appariti. Ma in queste 
esteriorità soltanto s'è manifestata la fedeltà sua; chè 
per il resto ha creduto poter fare tutto quanto meglio 
gli paresse e piacesse. E quindi ad un poema che 



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- «77 - 

contava poco più di quattromila versi, e non sarebbe 
certo salito, ove il suo compositor primo l'avesse 
portato à fine, oltre i seimila, a dir molto, egli ha 
fatto seguire una continuazione la quale ne conta 
diciottomila. Diciottomila versi per narrare la fine 
d'un sogno, per mettere in chiaro come l'amante, 
dopo lunghi, infruttuosi tentativi, vincendo la resi- 
stenza di Gelosia e de 9 seguaci suoi, fosse giunto ad 
impadronirsi della simbolica Rosai Non c'è male 
davvero. Ma per comprendere ed apprezzare al giu- 
sto valore l'esuberante produzione del dottore di 
Meun, gioverà che noi la poniamo adesso a raffronto 
con l'opera di Guglielmo; il paragone riuscirà utilis- 
simo a dimostrare il profondo, assoluto contrasto esi- 
stito tra que' due nobili ingegni, dal cui forzato con- 
nubio è balzato fuori uno de' più singolari monumenti 
letterari, che il Medio Evo abbia veduto mai nascere: 
il Roman de la Rose. 

Guglielmo di Lorris, educato, come generalmente 
si crede, in quelle scuole d'Orléans, famose da se- 
coli in tutto l'Occidente per il culto ardente e devoto, 
di cui vi era fatto oggetto l'antichità classica, quan- 
d'aveva concepito il disegno d'esporre sotto poetiche 
fogge una sua avventura d'amore, vera o immagi- 
naria che fosse, s'era tosto rifatto da Ovidio e dal 
suo anonimo ma fortunatissimo imitator medievale, il 
poeta del Pamphilus. Veramente l'autore dell'ars 
amandi e de' Remedia amoris in queste come in altre 
delle sue', opere celebratissime, insegnava un amore 
che non era nè poteva esser quello dal quale l'anima 



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- 278 - 

del giovine orleanese traeva pienezza d' interior gioia 
ed inspirazione a cantare; ed altrettanto è a dire 
del lascivo narratore delle frodi, onde fu vittima la 
troppo semplicetta Galatea; ma a temperare quanto 
di meno puro contenesse così la dottrina del poeta 
pagano come quella del tardo suo seguace, soccorreva 
copiosamente la scienza dedotta dal trattato d'Andrea 
il Cappellano, dalle liriche de' trovadori d'Aquitania, 
dai poemi di Chrétien de Troyes. Mescendo insieme 
codesti elementi, un po' eterogenei, ma tuttavia già 
soliti a fondersi ed amalgamarsi gli uni cogli altri nel 
crogiuolo della produzione medievale, Guglielmo aveva 
saputo comporre un'opera, non pervasa forse da un 
soffio molto elevato, ma elegante, attraente, rispec- 
chiante a meraviglia i concetti e le aspirazioni che, 
in fatto di materia amorosa, tornavano più familiari 
ai convegni aristocratici del primo dugento, in quel 
mondo raffinato, di cui era doppiamente sovrana la 
" regina bianca „, Bianca di Castiglia, 

la royne Bianche commc ung lys, 
Qui chantoit à voix de seraine. 

Se la passione che infiamma il poeta e lo sprona 
a cantare, non s'aggira nelle regioni più sublimi del 
platonicismo, essa è però molto nobile, profonda, 
sincera. Guglielmo non dissimula il suo disprezzo 
per i * falsi amatori „, per coloro che aspirano sol- 
tanto ai bassi piaceri del senso, ed ingannano con 
fallaci proteste l'ingenuità dei cuori femminili Con- 

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tro di loro Amore stesso per sua bocca lancia la 
scomunica: 

Si maudi et escommenic 
Tous ceus qui aiment vilonnie. 

In pari tempo però la donna scende con lui da 
quelle inaccessibili altezze, dove la concezione tro- 
vadorica, grata alle grandi dame del secolo dodice- 
simo, l'aveva collocata; essa ridiviene un oggetto 
desiderabile, di cui l'acquisto è difficile, ma non im- 
possibile, ove l'amante giunga a rendersene degno. 
Ora sapersi contenere in guisa da conseguir fama di 
fino e leale servo d'amore, è impresa da non pigliare 
a gabbo, e Guglielmo, che ha potuto venirne a capo, 
adesso aspira a farsi maestro altrui nell' arduo tiro- 
cinio. Il suo poema non vuol dunque essere soltanto 
l'esposizione di quanto gli è seguito mentre militava 
sotto le insegne del cieco Iddio; alla storia del suo 
" caso „, alla fisiologia della sua passione egli in- 
tende consertare una serie di precetti, d'ammaestra- 
menti, che valgano per tutti gli amatori, che siano 
loro di conforto, di guida, di sostegno ne 9 diversi 
frangenti della loro travagliata esistenza. Al pari di 
Tommaso, il troviero anglonormanno, che trasformò 
la storia di Tristano e d'Isotta in un vade-mecum 
degli amanti, anche il chierico orleanese piega la trama 
tenue del suo romanzetto a contenere tutt' un' arte 
d'amore : 

Ce est li Roinanz de la Rose, 
Ou l'art d'amors est tote enclose; 



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e questo carattere del libro suo si rivela tanto spic- 
cato e netto, che Giovanni di Meun propone di can- 
giargli nome, di chiamarlo addirittura lo * Specchio 
degli Amanti „ : 

.... trestuit cil qui ont à vivre, 

Devroient apeler ce livre 

Le Miroer as amoreus, 

Tant i verront de biens por eus.... 

Ma Guglielmo, curioso a dirsi ! , ha poi anche il con- 
vincimento di far opera oltreché molto utile e buona, 
del tutto nuova. a La matire en est bone et neuve „; 
soggiunge egli subito dopo i due versi sopra citati ; 
a la matire en est no vele n ; ripete più tardi, quando 
invita i lettori ad attendere di buon animo la spie- 
gazione del suo sogno. E quest' insistenza del poeta 
è fatta per stupirci non poco. Molti pregi difatti pos- 
sono rinvenirsi nel libro da lui dettato; ma che in 
esso uno de' maggiori sia proprio la novità, par forte 
a credere. Egli ha preso a trattar un soggetto che 
fin dalla più remota antichità aveva provocato l'in- 
teresse ed eccitata la fantasia de' poeti; migliaia di 
trovadori e di trovieri s'erano più tardi affaticati a 
riflettere dentro il prisma de' loro versi le sfumature 
più tenui e svariate della passione ch'essi nudrivano 
o fingevano di nudrire in cuore per le loro belle; 
proprio novità di sostanza qui non ce n' era alcuna. 
O che ve ne fosse di forma ? Manco a dirlo. L' idea 
di narrare de' casi reali o inventati sotto la forma 
d'un sogno, era già stata messa in opera da troppi 



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— a8i — 



scrittori, perchè Guglielmo potesse credere sul se- 
rio d'essere il primo a provarcisi; Ovidio stesso 
ne presenta più d' un esempio, che non dovette sfug- 
gire ad un suo ammiratore così fido come il De Lor- 
ris, il quale, poi, sforzandosi di mostrare che spesse 
volte dai sogni v' è molto d' imparare, allega Ma- 
crobio ed il commento suo al Somnium Scipionis, 
rivelandoci così una cognizione, più o meno sicura, 
ma però innegabile, del più celebrato forse tra i libri, 
dove la forma del sogno era stata adottata per de- 
scrivere lo svolgersi di fatti realmente accaduti. Dun- 
que neppure riguardo alla veste, di cui si copre, il 
pensiero del chierico nostro appare originale. O che 
forse si vorrà dire nuovo 1* uso dell' allegoria e 
delle personificazioni? Ci mancherebbe altro 1 Se dai 
tempi di Prudenzio in poi non s'è mai fatto altro 
vuoi in poesia vuoi nelle arti belle, che rappresentare 
sotto parvenze concrete le astrazioni più nebulose ! 
Non paghi di dare aspetto umano ai vizi, alle virtù, 
alle scienze, alle istituzioni sacre e profane, poeti ed 
artisti hanno fatto altrettanto per gli elementi, le 
stagioni, i fiumi, le montagne.... Ed il vezzo, dopo aver 
a lungo durato nella letteratura latina, era disceso 
poi ad invadere la volgare, toccando l'apogeo proprio 
ai giorni in cui Guglielmo poetava. Il quale, come 
la versione francese del De planctu naturae di Alano, 
condotta dal misterioso Hellebaut, potè leggere (e 
probabilmente lesse) i poemi di Raoul de Houdan e 
di Huon de Meri, ed attingere dalla Voie du Paradis 
e dal Songe d'Enfer dell' uno come dal Tournoiement 



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— a8a — 



de CAntéckrist dell'altro, elementi non pochi Ma so* 
prattutto concorsero a giovargli due brevi e graziosi 
componimenti contemporanei, che trattavano pur essi 
d'amore: il favolello Du Dieu d'Amour, dove l'autore 
aveva inquadrato certa sua visita all' incantevol sog- 
giorno del cieco nume, dentro la cornice d' una not- 
turna visione; ed il Dit de la Rose, in cui sotto il 
simbolo del vaghissimo fra i fiori era raffigurata la 
donna che sull'altre tutte riportava vanto di bellezza 
agli occhi del poeta. 

Nemmeno l'allegoria della Rosa, che forma il 
centro dell'azione architettata da Guglielmo di Lorris, 
può quindi dirsi inventata da lui. Ma come sarebbe 
stato possibile* del resto, ammettere una cosa sif- 
fatta? Dacché mondo è mondo, dacché esistono ver- 
gini e rose, il paragone tra queste e quelle è spun- 
tato spontaneo sulle labbra d'ogni innamorato. E già 
nell'antichità la concezione si afferma; ed a tacer di 
esempi assai noti, più d'un epigramma, più d' un'ele- 
gia, vaganti attraverso i codici dell' Anthologia latina, 
ci lasciano intravvedere delineato in iscorcio il magico 
giardino di Piacere, folto di purpuree rose: Hortus 
erat Veneris, roseis circumdatus herbis.... ed il poeta 
alza un grido d'ammonimento, che sarà tosto rac- 
colto da chi l'ascolta: 

Ne pereant, lege rosas: cito virgo senescit. 

D'originalità vera e propria non è quindi il caso 
di parlare per Guglielmo, come, tolti rarissimi casi 



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-ag- 
noli lo è mai, del resto, per veruno tra i poeti me- 
dievali. Ad onta di ciò, i critici più autorevoli che 
negli ultimi tempi abbiano trattato del Romanzo della 
Rosa, sono unanimi nel giudicare che, pur giovan- 
dosi d'elementi svariati, vuoi per età vuoi per indole, 
attinti a fonti anteriori, il rimatore orleanese è giunto 
a rimaneggiarli in guisa da imprimere all'opera che 
n' ha foggiato un' impronta spiccata d' attraente no- 
vità. Come ebbe difatti ad osservare con la sua con- 
sueta finezza Gaston Paris, quel che distingue essen- 
zialmente Guglielmo di Lorris dai suoi predecessori, 
è l'arte con cui ha saputo valersi delle personificazioni, 
che hanno tanta parte nell'azione del poema. Prima 
di lui, si trovano personificate soltanto qualità generali 
e permanenti dell 9 umanità, buone o cattive che siano, 
non importa; egli, al contrario, ricopre d'una veste 
concreta e dà aspetto di personaggi viventi ed ope- 
ranti alle disposizioni momentanee e fugaci dell' indi- 
viduo, a semplici maniere di essere, a * stati d'animo „, 
transitori e mutevoli. Ben è vero che tale raffinamento 
dello strumento allegorico può dirsi forse meglio il 
frutto d' una necessità inevitabile che non di meditato 
disegno, giacché una volta che Guglielmo s'era pre- 
fìsso di simboleggiare la donna amata in un fiore, 
egli non poteva più attribuire a questo fiore i senti- 
menti e le inclinazioni che appartengono ad una crea- 
tura umana; per analizzare quindi tanto i primi quanto 
le seconde, non gli soccorreva altro espediente da 
quello in fuori che adottò; di staccare cioè que' sen- 
timenti e quelle inclinazioni dall' individuo cui appar- 



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tenevano, per trasformarle in esseri indipendenti» 
operanti non più neir individuo ma fuori di esso. Per 
siffatta maniera come le doti fisiche e le grazie della 
fanciulla furono raffigurate dalle frecce che Amore 
scaglia contro il poeta, così le disposizioni morali e 
le inclinazioni di lei, i sentimenti opposti che si com- 
battevano nell'anima sua, vennero simboleggiate sotto 
le spoglie d'altrettanti personaggi, chiamati Bell'Ac- 
coglienza, Cortesia, Franchezza, Rifiuto, Vergogna, 
Paura. Certo l'invenzione fu ingegnosa e sottile; ma 
forse più ingegnosa e sottile di quant'occorresse, tal- 
ché non tardò a degenerare, dando origine a quella mi- 
tologia di nuovo genere, che distese incontrastata il 
suo impero sulla lirica francese per ben due secoli, 
distruggendo nella rappresentazione della passione 
amorosa ogni verità e profondità d'analisi, ogni calor 
vivo di affetto, per sostituirvi la fioritura di vacui 
simboli, i quali, sotto specie di dare risalto alla realtà, 
la mascherarono completamente. 

Ma, come nota ancora il Paris, delle esagerazioni 
e delle aberrazioni de' suoi più o meno felici imita- 
tori, non si può far colpa a Guglielmo. Presso di lui 
le personificazioni che muovonsi con piede leggero su 
per il verde smalto de' giardini di Piacere e d'Amore, 
restano immuni da ogni scolastica pedanteria: sono 
trasparenti, luminose, delicate ; in una parola, viventi. 
E quando s'aggiunga che alla eleganza ed alla niti- 
dezza dell'analisi psicologica, il chierico orleanese 
disposa preziose doti di stile e di forma; ch'egli, 
come nessuno forse tra i poeti del tempo, ricerca la 



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-a8 5 - 

brevità e la sobrietà dell'espressione, e scrive in una 
lingua armoniosa e corretta de' versi d'eccellente fat- 
tura, avremo assommati tutti i pregi che hanno reso 
e rendono tuttavia per unanime consenso de' dotti, 
la prima parte del Roman de la Rose una delle 
più ragguardevoli creazioni della poesia medievale 
francese. 



IV. 

Giovanni di Meun è entrato da padrone nel gra- 
zioso edificio eretto con tante amorose cure dal suo 
predecessore, e s'è affrettato a buttar tutto sossopra. 
La delicata orditura psicologica del romanzo se ne 
va tosto a soqquadro: egli sostituisce difatti alla Rosa, 
come simbolo della donzella amata, Bel Accueil, che 
nel concetto di Guglielmo altro non era che una ma- 
niera d'essere, uno " stato d'animo „ della fanciulla 
stessa: e di qui esce fuori la stranezza che l'amante 
s' intrattenga sempre con un valletto " gaio ed avve- 
nente „ t e che a questo valletto, il quale, per quanto 
gaio ed avvenente, non è perciò meno un uomo, la 
vecchia custode insegni, mentre geme prigioniero 
nella torre, tutte le arti con cui le donne avvedute 
sogliono guadagnarsi, conservare e spennare gli ama- 
tori ! Nè l'assurdità si restringe a questo, ma penetra 
ben addentro nel poema, dal quale si direbbe che 
dopine!, per un partito preso, voglia cacciar via tutte 
le vaporose creazioni di Guglielmo, sì da lasciare il 



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posto a nuove immagini improntate al realismo più 
crudo. Il di Lorris, s'è veduto, non loda che l'amore 
cortese, ideale, com'era stato rappresentato dai poeti 
dell'età antecedente; Giovanni, per bocca della Ra- 
gione, si burla degli amanti platonici, veri perdigiorno, 
e si volge a traslatare, senz' omettere parola, tutte 
le dottrine esposte da Ovidio, accentuandone con la 
brutale precisione del linguaggio, il cinismo abilmente 
dissimulato nell' originale latino dalla forma raffinata 
ed elegante. Ancora : Amore, presso Guglielmo, vieta 
all'amante, ne' Comandamenti suoi, di profferir mai 
parole scurrili o grossolane; Giovanni si dà cura, al 
contrario, di giustificare chi le adopera e non prova 
scrupolo veruno ad unire il precetto all'esempio, con 
una goffa audacia da pedante in baldoria, che ci fa 
ripensare alle scede di un altro Giovanni, contempo- 
raneo del nostro, e prototipo perfetto del maestro di 
scuola d'allora: il da Garlandia.... Nè basta: Amore, 
sempre per bocca di Guglielmo, comanda di trattare 
col maggior rispetto il sesso femminile: 

Toutes fames sera et honore, 
D'elles servir poine et labore; 
Et se tu os nul mtsdisant 
Qui aille fames despritant, 
Blasme-le, et dis qu'il se taise. 

In che razza di concetto tenga Giovanni invece le 
donne, non è neppur d'uopo accennare ; forse in nes- 
sun altro libro sono contro di loro accumulate tante 
ingiurìe, quante ne troviamo raccolte nella seconda 



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parte del Roman de la Rose; e Dio solo sa se nella 
letteratura medievale, a partire dal sunto del De 
nuptUs di Teofrasto, conservatoci da S. Gerolamo, 
per giungere alle Quinze Jqyes du Mariage, facciano 
difetto gli scritti in dispregio del sesso femminino! 
Anche P allegoria fondamentale del poema, delicata 
e gentile per virtù del primo autore, diviene per 
opera del secondo cosi triviale, da non poter essere 
decentemente enunziata. Al pari di un personaggio 
virgiliano, Giovanni ha fatto entrare ne' chiari fonti 
i cinghiali; Ma il pastorello antico se ne dispera: 
perditus et liquidis immisi fontibus apros.... il poeta 
medievale ne è tutto compiaciuto! 

Il mondo morale ed intellettuale, in cui si muove 
Giovanni di Meun, è del tutto differente adunque da 
quello dove Guglielmo aveva vissuto ; ed il contrasto 
profondo, insanabile, che si avverte tra loro per quello 
ch'è delle concezioni amorose, non risulta meno grave, 
quando si considerino i loro rispettivi criteri in fatto 
d'arte. Il De Lorris (già s'ebbe occasione di toccarne) 
è tra i rari poeti francesi dell'età di mezzo, che abbiano 
compreso la necessità di sottoporre la propria pro- 
duzione a severi criteri d'arte; egli si è tracciato una 
via e la segue con passo franco e spedito, senza 
fretta, ma senza inutili fermate: respinge anzi, alle 
volte, con un'abnegazione, di cui conviene tenergli 
altissimo conto, le occasioni più ghiotte per un poeta 
del tempo suo; chi potrebbe immaginarsi Benedetto 
di Sainte-More, per esempio, che rinunzia a descri- 



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— 288 — 

vere l'abbigliamento d'una delle sue eroine, pur di 
non dilungarsi di troppo? Ebbene Guglielmo è capace 
di siffatti eroismi; egli, mettendo Venere in scena, 
non cede alla tentazione di analizzarne la toeletta : 
Espoir, ci dice con cara ingenuità, trop i demorroie! 

A Giovanni scrupoli di codesta natura non sono 
certo passati mai per la testa ; chè se loda anch'esso 
in più d' un caso la sobrietà di pàrola, non par nem- 
meno sospettare che sarebbe doveroso da parte sua 
dar prova di battere quella via, che consiglia agli 
altri di seguire. La trama del romanzo di Guglielmo 
altro non è più ai suoi occhi che una comoda impal- 
catura per sciorinare tutto quanto sa; e siccome ei 
sa moltissimo, le digressioni s'accumulano, implaca- 
bili, l'una dietro l'altra, senza il menomo riguardo 
alla convenienza de' personaggi posti in scena, alla 
verisimiglianza dell'azione. La Ragione, quando si 
fa per la seconda volta ad ammonire l'Amante, gli 
scarica addosso una predica di più che duemila versi, 
dove si definisce l'Amore, si discute sulle età del- 
l' uomo, si loda l'amicizia, si mostra l' instabilità della 
fortuna, si biasima la ricchezza, s'esaltano la carità e 
la giustizia, e si finisce con la narrazione della morte 
di Virginia! E quando l'Amante, las cfoir tutte que- 
ste dissertazioni, esce dall' ugne di Ragione, casca 
in quelle d'Amico, che, parlandogli d'amore, dopo 
avere svaligiato Ovidio, mette a contribuzione mezza 
la storia antica e la moderna ancora per dir male 
delle donne, passando poi a descrivere, in vista di 
mostrare quanto sia corrotto e degenerato il mondo, L 

i 



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- 289 — 

le delizie dell'età dell'oro. E quando Ricchezza entra 
m campo, essa è troppo più generosa di consigli 
che di doni non sia, col suo paziente uditore; e dal 
canto loro Falso Sembiante e la vecchia pollastriera, 
nel vantare le turpi loro prodezze, non sanno usare 
moderazione veruna. Ma la eccessiva facilità d'eloquio 
di tutti costoro si riduce ancora a poca cosa di fronte 
alla fiumana di parole, che sgorgherà alquanto più 
tardi dalla bocca venerabile della Natura. Quando 
costei difatti, addolorata e sdegnata contro l'uomo, 
che solo ardisce, fra tutti gli esseri creati, contrastare 
ai suoi voleri, prova il bisogno di confessarsi al pro- 
prio Cappellano, essa versa la piena del suo corruccio 
in un sermone di duemilaseicento versi! Nè ciò parrà 
strano, ove si rifletta che la confession sua altro non 
è se non l'esposizione di tutto quanto Giovanni aveva 
imparato in fatto di cosmogonia, astronomia, mate- 
matica, fisica, metafisica, teologia, alchimia.... Sicuro, 
anche alchimia, perchè sulla dottrina recondita di 
Geber il dottor nostro possiede nozioni assai precise, 
e, pur facendosi beffe degli alchimisti inetti, afferma 
che ben possono i veri periti fabbricar 1' oro, depu- 
rando metalli vilissimi.... Tutto questo, che s' intende, 
mentre Amore insiste per aver aiuti al più presto, 
onde assalire il castello ed impadronirsi della Rosa! 
Ma che più? Si pensi che nel momento supremo 
dell'azione, mentre Venere sta per scoccare il dardo 
tato, che manderà in fiamme la rocca e provocherà 
finale catastrofe, il poeta s'arresta placidamente a 
-zzo il racconto, per spiegare in quasi quattrocento 

19 



versi a chi non la conoscesse, l'avventura che capitò 
a Pigmalione. Ed è con vero rammarico che rinunzia 
a raccontare quel che avvenne de' figliuoli di lui! 

Dopo di questo non farà meraviglia sentire che 
la critica moderna è assai severa con Giovanni da 
Meun. u La figurina elegante, fine, ben disegnata, 
del primo artista, fra le mani del secondo si tramuta 
in una specie di mostro senza forma precisa, ne' cui 
fianchi si scorgono ammassate tutte le idee e le co- 
gnizioni di un'epoca „. Così sentenzia Gastone Paris; 
ed il Langlois, a sua volta, quantunque amantissimo 
del dottore di Meun, non esita a definirne 1' opera 
* un libro straordinario per la incoerenza del piano 
o piuttosto per la mancanza totale d' un piano, l'ac- 
cumulamento caotico degli argomenti più svariati, 
l'amalgama degli elementi più eterogenei „. 

Or donde proviene, ci si può domandare, tutta 
questa roba, ammonticchiata alla rinfusa da Giovanni 
di Meun nella seconda parte del Romanzo? Vi è 
stato un tempo in cui si credeva ch'egli se la fosse 
cavata tutta di testa; di qui la fama grande di scien- 
ziato e di filosofo, della quale egli ebbe a godere in 
Francia e fuori per un buon paio di secoli. Ma quando 
intorno all'opera di lui, caduta nell'oblìo, come ogni 
altra produzione medievale, cominciossi ad esercitare 
l' indagine della critica, cotesta sua tradizionale ripu- 
tazione non ebbe più maniera di rinverdire, chè 
troppo agevole riusciva l'avvertire come la più parte 
delle nozioni e delle idee che egli era andato espo- 
nendo quasi merce propria, fosse invece mutuata da 



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— agi — 

autori classici resi a tutti dal Rinascimento familia- 
rissimi, quali Cicerone e Boezio, Sallustio e Valerio, 
Giovenale ed Ovidio. Tuttavia fino a tempi recentis- 
simi, il dottore parigino potè conseguir lode non 
scarsa di pensatore profondo ed originale, perchè si 
era continuato a credere farina del suo sacco tutta 
una serie di grandiosi quadri allegorici, onde il ro- 
manzo si solleva a singolare dignità di concezion 
filosofica: quali la descrizione della Fortuna e del 
suo mutevole soggiorno, e, soprattutto, la raffigura- 
zione solenne della Natura, che nell'officina dal sommo 
monarca apprestata per lei, attende senza posa in 
compagnia del Genio a propagare sotto infinite forme 
la vita, mentre l'Arte, rannicchiata a* suoi piedi, tenta 
invano imitarne l'attività creatrice e meravigliosamente 
feconda. Ma non appena le ricerche sovra i fonti del 
Romanzo furono con metodo approfondite, apparve 
chiaro che tutte queste ingegnose e magnifiche di- 
pinture provenivano dagli scritti d' uno de' pensatori 
più illustri, di cui si fosse gloriata 1' università pari- 
gina nel dodicesimo secolo, e cioè Alano. E ben si 
comprende come dopo siffatta constatazione, la stima 
che ancor godeva il Clopinel, divenuto semplice pla- 
giario del gran dottore di Lilla, abbia ricevuto un 
potentissimo colpo. 

Che da questo colpo essa possa riaversi sembra 
credere il Langlois, dal quale appunto i plagi visto- 
sissimi di Giovanni vennero additati con imparziale 
diligenza. Stima invero il critico egregio che, mal- 
grado l'assoluto difetto di misura e d'economia che 



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caratterizza il poema, malgrado l'eccessiva libertà, 
con cui il Clopinel ha spacciato per proprie le ric- 
chezze altrui, egli possa pur sempre aspirare al ti- 
tolo di grande poeta, del più grande poeta, anzi, che 
conti il dugento. Questo giudizio non è, a nostro 
avviso, tale da potersi facilmente accettare. Nessuno, 
più di noi, è disposto a menar buone le scuse che 
si possono addurre per togliere gravità ai plagi di 
Giovanni; ci è noto come il Medio Evo non avesse 
vero concetto della a proprietà letteraria „; come il 
togliere dagli scritti altrui quanto tornasse comodo 
per adornare i propri, fosse giudicata dai più cosa 
degna non già di biasimo, bensì di lode. Ad ogni 
modo, chi ammetta questo, potrà lavare la memoria 
del vecchio maestro d'arti da una taccia che la of- 
fusca, non già ridare ai suoi poemi quell'originalità, 
di cui appaiono privi. Nè così dicendo, vogliamo 
affermare che manchi in tutto l' individualità all'opera 
di Giovanni. Lungi da noi simile pensiero! All'op- 
posto, egli sa molto spesso dare un'impronta nuova ed 
efficace ai materiali presi in prestito da altri; vivificare 
con opportune modificazioni ed aggiunte quello che ai 
suoi contemporanei sarebbe tornato altrimenti incom- 
prensibile oppure increscioso. Ma in tutto ciò ei non 
rivela il genio d'un artista superiore; bensì la abilità 
facilona, la vivacità spensierata e rumorosa, la schiet- 
tezza, che rasenta la sfacciataggine e la provocazione, 
d' un troviero, come tanti ebbe a generarne in quel- 
l'epoca la Francia, che ne fu madre inesauribilmente 
feconda. In fondo, io non so vedere in che sovrasti, 



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ove si tolga il gravoso ammanto dottrinale di cui è 
onusto, Giovanni di Meun al gaio ed arguto Rutebeuf; 

10 stesso Langlois, quando invita i critici a giudicare 

11 Clopinel dai poemetti che ha inserito, per non dire 
sepolti, nel suo romanzo, quando mette in luce i pregi 
indubbiamente notevoli di quel vero a favolello „ 
che è P episodio Du Jaloux qui bat sa /emme, o di 
quel vero * detto wf che è la storia di Pigmalione, 
senz'avvedersene, viene ad accordarsi con noi, poiché 
egli per il primo fa discendere il proprio autore da 
quell'altissime cime, dove s'aggirano i sommi poeti, 
i geni che appartengono di pieno diritto all'umanità 
tutta quanta, per ricondurlo fra gli artisti minori, che 
ne' loro pregi come ne' difetti loro rispecchiano fedel- 
mente il tempo in cui vissero, il paese che ebbe a 
nudrirli. Ora Giovanni di Meun, tutto ben sommato, 
ci si offre per l'appunto come il tipo più compiuto 
del poeta francese nel secolo decimoterzo ; quale un 
troviero, cioè, imbevuto di scienza sacra e profana, 
antica e moderna, come niun altro fra i pari suoi 
fu forse mai; dotato di genialità, d'ardimento; ma, 
insomma, un troviero, non un poeta, di cui torni 
lecito dire che colPalta fantasia sorvoli trionfatore 
ogni confine di età, ogni limite di spazio, fatto citta- 
dino del mondo. 

Nello scrivere queste parole io ripenso (i lettori 
se ne saranno già probabilmente avveduti) ad un 
altro grandissimo, a Dante Alighieri. Ed è naturale. 
Il pensiero di paragonare P uno all'altro i due scrit- 
tori, vissuti quasi nel medesimo giro di tempo, si 



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— 294 — 

presenta così spontaneo, che non c'è da meravigliarsi 
che siasi affacciato fin da molti secoli fa alla mente 
dei dotti francesi. In realtà, Dante e Giovanni di Meun 
hanno parecchi lati comuni; quasi contemporanei, 
laici entrambi , assumono l' impresa di descrivere 
poeticamente un viaggio fantastico, da loro stessi 
effettuato, in un misterioso paese; entrambi dànno 
alla loro creazione la forma di una visione, d' un 
sogno; nel percorrere l'uno il regno della Morte, 
l'altro quello dell'Amore, si propongono d'assommare 
ne' poemi loro tutto lo scibile dell' epoca e ne trag- 
gono tutt' e due l' aureola di smisurata sapienza, il 
grido di sommi teologi, e filosofi: che più? di scru- 
tatori de' misteri più tenebrosi, d'alchimisti. Non oc- 
correva certo di più per riaccostarli insieme; e già 
nel primo cinquecento Jean Lemaire des Belges, in 
un suo curioso volume, si piaceva mostrarli a Pa- 
rigi, intenti, di buon accordo, ad un comune lavoro : 
* L'un estoit émulateur et non obstant amy des estu- 
des de l'autre „. Ma ben presto, quando nella schiera 
de' letterati di Francia sorse viva la riazione contro 
l' influsso prepotente e dannoso dell'arte italiana, più 
che a riavvicinare i due poeti, si pensò a contrap- 
porli ; e di fronte ai nomi di Dante, di Petrarca l'or- 
goglio nazionale sollevò, ripetendolo come grido di 
battaglia, quello del maestro d'arti di Meun. a De ce 
mesme temps (scriveva ne' primi decenni del seicento 
quell'originale erudito che fu Stefano Pasquier), ie 
veux dire souz le regne de S. Louys, nous eusmes 
Guillaume de Lorry et sous Philippe le Bel Jean de 



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— — 

Mehun, lesquels quelques uns des nostres ont voulu 
comparer à Dante Poete Italien. Et moy ie les op- 
poserois volontiers à tous les Poetes d'Italie, soit 
que nous considerons ou leurs mouelleuses sentences 
ou leurs belles loquutions, encores que l'oeconomie 
generale ne se rapporte à ce que nous pratiquons 
auiourd'huy.... „ 

Questo parallelo temerario fra l'Alighieri ed il 
troverò francese da gran tempo è obbliato : e la ra- 
gione ne appar chiara. L'allegoria nella Comedia 
risponde al suo intento fondamentale, quello di ren- 
dere più perspicuo quanto si vuol dire, accrescendogli 
efficacia rappresentativa. E ciò perchè nel libro dan- 
tesco esiste sempre un fondo letterale, positivo, che 
non cede sotto il peso di nuove costruzioni ideali. 
Di qui quella saldezza di concezione, quel mirabile 
equilibrio, che facendo dell'ombre cosa salda, ci per- 
mette d'applicare al capolavoro del genio fiorentino 
la lode che egli dà alle figure, sculte nelle petrose 
pareti del Purgatorio: 

Morti li morti e i vivi parean vivi-.. 

Nel Roman de la Rose, all'opposto, nulla di con- 
creto, di preciso: un'atmosfera vaporosa, indetermi- 
nata, ravvolge l'azione del pari che i personaggi: è 
un ambiente di sogno, dove tutti sognano ed il poeta 
per primo. Non andò in fallo, no, la frecciata che 
lanciava a Giovanni il Petrarca: * Sogna egli, ij poeta, 



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mentre narra ciò che ha veduto in sogno, ed allor- 
ché veglia, opera come se dormisse tuttora „: 

Somniat iste tamen, dum somnia visa renarrat, 
Sopitoque nihil vigilans distare videtur. 

Jean de Meun è stato pure argutamente paragonato 
al Rousseau, al Voltaire; di preferenza anzi a questo, 
sicché T hanno voluto chiamare * il Voltaire del medio 
evo „. Né si può negare che in codesto giudizio, a 
prima vista paradossale, non vi sia qualcosa di giusto 
e di vero. Ma il solo scrittore che, a nostro avviso, 
almeno, possa con frutto esser a lui riavvicinato, ri- 
mane pur sempre Francesco Rabelais. Solo in costui, 
in maestro Alcofribas Nasier, * abstracteur de quinte 
ossence „, biografo del grande Gargantua e narratore 
della * vie très horrifique , di Pantagruel, io scorgo 
una stretta parentela coll'autore della seconda parte 
del Roman de la Rose. Tra i due, chi saprebbe ne- 
garlo?, v'è un' innegabile aria di famiglia. Intanto i 
pregi e le debolezze dell'uno sono i pregi e le de- 
bolezze dell'altro: una dottrina enciclopedica, vastis- 
sima, anzi, fatta ragione de' tempi, eccezionale; una 
genialità vivissima, una facoltà straordinaria d'osser- 
vazione, che si esplica, com'è naturale, nella potenza 
satirica, nella terribile potenza di schernire e denu- 
dare implacabilmente i vizi e le colpe altrui: ecco il 
loro attivo. Ed in pari tempo un' irresistibile tendenza 
a varcare i limiti, che il freno dell'arte imporrebbe; 
a prodigare, senza risparmio, pensieri e parole, a 
soffocare sotto la massa gelida e pesante d* un' eru- 



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— ad- 
dizione indigesta, la fiamma prorompente dell'estro, 
dell' ispirazione. Così la prosa del Rabelais come la 
poesia del Clopinel possono paragonarsi ad una fiu- 
mana, che dilaga impetuosa, travolgendo nel torbido 
flutto oro e fango. Giovanni ben può dirsi V antesi- 
gnano dello scrittore cinquecentista: come lui, odia- 
tore dell' ipocrisia, sotto qualunque spoglia si celi 
(particolarmente poi, ecclesiastica), come lui, ribelle 
alle ingiustizie umane, profeta di futura eguaglianza 
sociale e politica. Nel riso beffardo di Panurgo, che 
si effonde attraverso tutta l'opera del grande medico 
di Chinon, noi udiamo riecheggiare lo scoppio stri- 
dulo dell' ilarità mordace del poeta dugentista. Ed 
in entrambi è bella l'aspirazione incessante, ansiosa, 
ad un avvenire ancora lontano: la visione dell'uma- 
nità, sciolta dai vincoli che 1' hanno resa schiava, dai 
lacci dell'errore, della crudeltà, dell'odio ; visione, che 
in Giovanni torna a riflettersi nella classica rappre- 
sentazione dell' età dell' oro, mentre in Rabelais si 
manifesta nel radioso sogno della fondazione di Thé- 
lème, l'abbazia ideale, dove amore, gioia, bellezza, 
libertà e sapere vivranno in sempiterna concordia.... 
O che sia proprio per mero accidente che lungo le 
muraglie del meraviglioso ostello sognato dal Rabe- 
lais, dovesse scorrere l'onda lucida della Loira, di 
quella Loira, che, se ascoltiamo il Marot, si gonfiava 
d' orgoglio al nome del suo più famoso alunno, di 
Giovanni da Meun? 



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IL NOTAIO 

NELLA VITA E NELLA LETTERATURA ITALIANA 
DELLE ORIGINI 



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I. 



'arte notarile, la quale, dopo avere in Roma 



\ j costituito una parte principalissima dell' ufficio 

de' giureconsulti, era con lo spegnersi della libertà 
caduta nel novero delle occupazioni manuali e mec- 
caniche, affidate agli scribi, tornò in Italia ad acqui- 
stare durante l'età medievale tale e tanta importanza 
da raggiungere un'altezza quale nè in altri tempi nè 
in altri luoghi pervenne mai a conseguire. Noi la 
vediamo difatti essere allora professata da un numero 
pressoché infinito di persone ; abbracciare tutte le 
manifestazioni della vita privata e pubblica; sollevarsi 
dal campo pratico a quello teorico ; aver quindi nelle 
università cattedre e numerosi dottori; far getto spesse 
volte dell' antico nome, ed intitolarsi per bocca dei 
suoi cultori, con quell'ampollosità, che fu e restò 
sempre uno de* loro più singolari caratteri, non arte, 
ma scienza, quella scienza * che infonde forza e vi- 
gore in tutti gli atti dell'umana fragilità „. 




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— 3 oa — 

Donde era provenuto quest'incremento, donde 
questa importanza assunta dal notariato? Nei secoli più 
oscuri del medio evo, insieme a tutte le istituzioni, le 
quali avevano un tempo contribuito a formare la mira- 
bile compagine del mondo latino, anche lo studio delle 
leggi cadde nell'oblio; ma il notariato invece continuò 
a vivere, anzi fu quasi la sola istituzione che ser- 
basse presso i popoli romani, e più tardi presso quelli 
di sangue germanico, alcune reliquie della dottrina 
giuridica. E non poteva succedere diversamente ; an- 
che in mezzo alle convulsioni, che laceravano allora 
T Italia, come tutta V Europa, si faceva sempre sen- 
tire imperioso il bisogno di dare forma legale agli 
atti umani. Talché, allorquando il torpido flutto della 
barbarie andò di mano in mano ritraendosi, e le re* 
lazioni sociali tornarono a riallacciarsi, a farsi più 
intime, più frequenti, col rifluire della vita politica, 
amministrativa, commerciale, nel grande corpo della 
nazione, sempre più venne crescendo l'attività e 
l'importanza del notariato. In un tempo, in cui il 
diritto romano si considerava quale gius imperiale, 
l'arte notarile si stimò pure quasi una vera deriva- 
zione di questa suprema autorità, e tale fu davvero, 
perchè le azioni dell' Imperatore stesso poterono fra 
noi avere Valore giuridico e dritto di esecuzione, 
anche passando negli atti di privati notai. Ma campo 
sempre più vasto si aperse al notariato, quando le 
istituzioni comunali ed i liberi ordinamenti ebbero in 
tutta la penisola preso il sopravvento. Allora oltre 
a convalidare e stendere atti puramente giuridici, i 



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— an- 
notai furono chiamati ad * imbreviare „ secondochè 
si diceva, tutti i documenti della vita cittadina nella 
loro svariata moltiplicità, ad autenticare tutte le azioni 
relative al governo dello Stato, emananti da autorità 
non più giudiziarie, ma politiche. A questo modo, 
tutto o pressoché tutto il complicato congegno della 
macchina politica ed amministrativa ne' comuni ita- 
liani venne ad essere affidato alle mani de' notai; 
essi dovettero dar forma agli statuti, alle elezioni 
degli ufficiali, alle missive diplomatiche, alle com- 
missioni degli ambasciatori, come già erano incari- 
cati di stendere gli atti giudiziari e di autenticare le 
relazioni fra privati e privati. 

Ma codesto incessante allargarsi del campo della 
azione demandata ai tabellioni, non poteva, ben si 
comprende, andare disgiunto da una profonda, es- 
senziale mutazione nella loro cultura e nella scienza 
loro. In tempi assai antichi, essi erano stati soliti perla 
stipulazione così degli atti giudiziari come degli estra- 
giudiziali, adoperare certi moduli, de* quali, colle op- 
portune modificazioni, ricopiavano fedelmente le forme 
tradizionali, le parole consacrate dall'uso. Di qui l'ori- 
gine di quei formulari, che, accolti con somma pre- 
mura dai notai, andarono moltiplicandosi per guisa 
da costituire una vera e propria letteratura. É facile 
il capire quanta utilità dovessero arrecare queste rac- 
colte in tempi di universale ignoranza, quando le con- 
dizioni giuridiche erano così mal definite e così in- 
certe, e le forme più diverse di diritto vivevano, 
sebbene spesso fra loro in contrasto, le une accanto 



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alle altre, sicché contemporaneamente venivano tutte 
professate. Col volgere del tempo però, anche co- 
desti formulari, ai quali i notai si affidavano cieca- 
mente, cominciarono ad apparire troppo imperfetti. 
Gli atti, dei quali erano rogati i notai, crescevano 
sempre di numero e variavano di natura, sorpassando 
que' limiti che i vecchi manuali avevano prefissi. Con- 
venne quindi mettere questi in disparte, e dar opera 
alla compilazione di testi nuovi, dove i notai rinve- 
nissero anche quelle cognizioni elementari di diritto, 
che riuscivano loro indispensabili per compilare gli 
atti concernenti le cause civili e criminali. Perciò, 
mentre da un lato gli scrittori pratici, cosi legisti come 
canonisti, dànno luogo nelle loro opere a speciali 
trattazioni per uso de' notai; dall'altra i dottori del- 
YArs notaria cominciano ad esporre dalle cattedre 
ai loro * soci 9 alcuni rudimenti di diritto. Ma ciò 
non bastava. L'importanza dei documenti, che i notai 
erano chiamati a scrivere come pubblici ufficiali, 
faceva parere sempre più necessario che la forma cor- 
rispondesse non solo ai principi del giure, ma obbe- 
disse altresì ai precetti della grammatica e si ador- 
nasse dei colori della retorica. Ecco quindi in Bologna, 
sul cadere del sec. XIII, Rolandino Passeggeri ag- 
giungere alle tre parti, in cui i suoi predecessori 
avevano divisa l'arte notaria, una quarta che insegna 
le norme del bello scrivere e del dettare. Nè egli era 
del resto il primo che si mettesse per questa via. La 
necessità che i notai sapessero di grammatica era già 
stata riconosciuta solennemente nella sua patria stessa 



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fin dalla prima metà del dugento; allorché, promul- 
gando nel 1246 i propri statuti la Società de' notai 
v* introdusse la prescrizione che chiunque aspirasse 
al notariato dovesse dar prova di sapere scrivere 
correttamente tanto in volgare quanto in latino, di 
possedere, in una parola, l'arte del dettare. 

Così i formulari, i quali rispecchiano tutte le vi- 
cende per cui passò l'arte notarile, vanno sempre più 
crescendo di mole. Ai pochi moduli per la compila- 
zione di atti privati, che ne avevano costituito il nu- 
cleo primitivo, si aggiunge la trattazione giuridica ; ed 
accanto a questa viene quasi subito a collocarsi la 
Somma grammaticale e retorica. Nè questo fatto 
devesi giudicare quasi frutto nuovo di tendenze pro- 
prie al tempo nel quale si manifesta ; sarebbe un er- 
rore. Come tanti altri fenomeni, esso non ci rappre- 
senta invece se non il rinnovarsi d'un'antica e nobile 
tradizione, i germi della quale erano rimasti nascosti, 
ma non soffocati, sotto la immane ruina del mondo 
romano. 

Niuno ignora come l'arte dello scrivere corretta- 
mente, anzi elegantemente, andasse in Roma con indis- 
solubili lacci congiunta collo studio del diritto. Le opere 
di Cicerone e di Quintiliano miravano appunto ad am- 
maestrare i principianti cosi nelle raffinate eleganze 
dell'arte oratoria, come nel linguaggio sobrio, severo, 
sottile delle cause giudiziarie. Caduto l'impero, quegli 
stessi grammatici, che avevano conservate nelle loro 
scuole talune nozioni giuridiche, e con l'aiuto di esse, 
fattisi maturi i tempi, eransi mutati di retori in giu- 



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reconsulti, mantennero pur viva la scienza del dettare, 
ma non considerata più se non come una parte della 
retorica, scaduta anzi al grado di pura esercitazione 
stilistica. 

L'Ars dictandi così e YArs notaria possono essere 
raffigurate quasi due correnti, che, sgorgate dalla 
medesima fonte, dopo aver corso a lungo per alvei 
separati e discosti, si vennero poi di nuovo riavvici- 
nando e finirono per occupare il medesimo letto, senza 
confondere però del tutto, come potrebbesi supporre, 
le loro acque. Talché, quando si scorse la necessità 
che il notaio sapesse di grammatica, nelle Artes no- 
tartele, accanto alle formule di rogiti e di contratti, 
presero luogo i precetti retorici ed i modelli episto- 
lari; ed alla loro volta i compilatori delle Sutntnae 
dictatninis non sdegnarono di accogliere insieme alle 
norme ed agli esempi di bello scrivere, e questi come 
parte pratica, i formulari notarili. Siffatta unione, con- 
sacrata nei libri, si andò poi facendo sempre più 
stretta nella pratica: e durante il decimoterzo secolo 
si diè quindi assai sovente il caso nelle università che 
dottori di notaria insegnassero l'arte del dettare, e 
dottori di grammatica quella del rogare. E niun no- 
taio potè in breve essere nella professione sua ripu- 
tato valente, ove alla cognizione dei doveri del pro- 
prio ufficio, non congiungesse un' almeno mediocre 
cultura letteraria. 

Quali siano stati i frutti di codesta, certo felicis- 
sima, commistione degli studi letterari con i giuridici, 
è ben noto. La storia letteraria italiana, sia del medio 



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— 3<>7 — 

evo sia delle origini, risuona incessantemente di nomi 
di notai, di giudici, di cancellieri. E l'indole stessa del 
loro ufficio indirizzava costoro alle più nobili, alle più 
utili manifestazioni dell'ingegno e della dottrina. Co- 
stretti a mescolarsi a tutti i grandi avvenimenti del 
tempo, i notai non potevano restarne semplici spet- 
tatori, e tanto meno spettatori indifferenti; nè spregiare 
con la fredda tranquillità di chi da lungi contempla 
la procella, i turbinosi flutti che li trascinavano, vo- 
lenti o no, nei loro vortici. Essi perciò lasciano vo- 
lentieri ai monaci ed agli ecclesiastici le inutili que- 
rele sulla vanità delle cose mondane e sulla corruzione 
del secolo; non sciupano voce ed inchiostro a for- 
mulare precetti che nessuno ascolta; non si dilettano 
a comporre sapienti e gelide allegorie. Nè, d' altra 
parte, sebbene ammirino ed imitino i classici, conten- 
dono ai maestri di scuola il misero vanto di oscu- 
rarne le splendide pagine con futili ed indotti com- 
mentari; nè quello di ottenebrare con postille, pre- 
suntuose quasi sempre quanto puerili, i precetti di 
Donato e di Prisciano. Ma, dalle noterelle sparse qua 
e là sulle guardie dei loro zibaldoni, dai ricordi sca- 
rabocchiati in fretta e furia nei loro stracciafogli, nasce 
invece la cronaca, viva e schietta ripercussione del- 
l'avvenimento quotidiano, nel suo succinto disadorno 
vestito; nasce anche, ammantata delle sontuose spo- 
glie tolte a prestito da Livio o da Sallustio, la vera 
storia, la storia sapientemente architettata. E nelle 
studiose vigilie essi elaborano pur anche i poemi, le 
enciclopedie della scienza contemporanea, i trattati, 



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- 308 - 

nei quali non prevale già la rigida morale dell'asceta, 
che si reputa inaccessibile alle umane debolezze, ma 
la prudenza calma e misurata del saggio che, cono- 
scendo per esperienza la vita, comprende le debo- 
lezze altrui e talvolta le scusa. Nè, benché li attiri 
soprattutto il linguaggio che fiorì sulle labbra di Ci- 
cerone e di Virgilio, sdegnano il linguaggio materno. 
Essi, al contrario, sono fra i primi che diano forme 
volgari ai classici per beneficio degli indotti; fra i 
primi all'orecchio della donna amata susurrano le me- 
lodiose strofe della canzone o volgono il sonetto alla 
tenzone filosofica, alla satirica diatriba. 

Ma le storie magniloquenti, i solenni poemi, i trat- 
tati filosofici, le rime, vuoi languidamente sospirose 
e condotte sulla falsariga delle liriche d'oltremonti, 
vuoi scoppiettanti d'arguzia e di brio, quando si vol- 
gano a satireggiare uomini e cose, a dileggiare le 
bizze fra vicini, le sventure degli avversari politici; 
non sono le sole nè le più importanti manifestazioni 
dell'attività letteraria propria ai notai italiani nel se- 
colo XIII e ne* successivi. Come ho già accennato, 
all'arte del dettare si drizzano singolarmente i loro 
sforzi, a quell'arte, cioè, della quale dovevano dar 
prova per necessità dell'ufficio, e che in esso li faceva 
stimati e riveriti. Così nei castelli baronali, come 
ne' palazzi comunali si prova ormai il desiderio che i 
documenti solenni rivestano forme non meno solenni e 
magnifiche. Perciò.quello che un tempo era stato pregio 
e vanto esclusivo della cancelleria imperiale, della cu- 
ria apostolica, delle segreterie principesche, nel secolo 



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— 309 — 

decimoterzo diviene comune ambizione d'ogni città, 
d'ogni signorotto, d'ogni prelato. E singolarmente ne' 
grandi comuni italiani quest'ambizione assume forme 
degne di nota. Essi, che traevano dalla loro stessa 
origine la coscienza della propria forza, che trattavano 
quasi da pari, se non in apparenza, in sostanza cer- 
tamente, coi sovrani, e lo stesso imperatore, volevano 
che ai messaggi imperiali e papali venissero date 
nobili e degne risposte. E quando l'occasione si pre- 
sentava, chiamavano a tal uopo in aiuto i più dotti e 
valenti fra i loro dettatori ; sicché Bologna, ad esem- 
pio, risoluta a rintuzzare le fiere minacce di Fede- 
rigo II, affida alla dotta penna di Rolandino de' Pas- 
seggeri la difesa del suo nome. E con quale dignità 
di pensiero e di stile non sa l' inclito maestro ese- 
guire la sua delicata mansione! La breve epistola 
ch'egli scrive in nome della patria diletta è improntata 
alla più nobile alterezza; Bologna non viene meno alla 
reverenza dovuta all'altissimo suo sovrano, ma non 
esita a rintuzzarne l'orgoglio con l'ammonimento che 
il piccolo, umiliato, può talvolta, chi noi sa?, umiliar 
a sua volta l'insultatore superbo: 

A cane non magno sepe tenetur aper. 

Codesti uomini adunque, la cui opera indefessa e 
sagace richiedevasi ad ogni istante, in tutte le occa- 
sioni solenni della vita pubblica e privata; che arre- 
cavano insieme alla maturità del giudizio il peso del- 
l'autorità di cui erano investiti e spesso il fascino della 



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più spontanea eloquenza, dovevano di necessità sol- 
levarsi agevolmente al disopra della moltitudine. 
Quando all'ingegno ed alla dottrina si disposasse un 
po' di fortuna, nessun'aspirazione, per quanto elevata, 
poteva apparire temeraria da parte loro: la ricchezza, 
la potenza, la gloria, ogni bene insomma che più 
s'agogna quaggiù, poteva essere ad essi riserbato. 
Non era accaduto così a Rolandino de' Passeggeri? 
Non aveva fatto altrettanto Pier della Vigna? 

Fra i nomi illustri e venerandi che ogni notaio 
rammentava con alterezza, nessuno per fermo quanto 
quelli dei due personaggi or da noi mentovati, doveva 
ricorrere più frequentemente sulle labbra de' contem- 
poranei. Fioriti, l'uno in mezzo alla semplicità un poco 
rude della vita comunale, l'altro nell'opulenza fastosa 
della curia imperiale, Rolandino e Pietro rappresen- 
tano, a meraviglia, il tipo del notaio cancelliere, quale 
lo vagheggiò l'Italia del dugento , perchè que' tratti 
che nella figura dell'uno facessero per avventura di- 
fetto, facile ci riesce additarli in quella dell'altro, ad 
integrare l'ideale rappresentazione. 

Pietro e Rolandino hanno, chi ben guardi, tra loro, 
oltre quello dell'altezza a cui entrambi pervennero, 
non pochi altri punti di contatto. Ambedue sorsero 
dal nulla; ambedue compierono il loro glorioso cam- 
mino, non francheggiati già dalla copia de' beni ere- 
ditati dagli avi, dal lustro che donano nobili natali, 
ma sorretti dalla virtù propria, dalla coscienza del 
loro proprio valore. Ed in Bologna, nel focolare più 
intenso dell'arte notarile, entrambi attinsero insieme 



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— 3" — 

alla pratica della professione loro, quella dottrina del 
dettare, per cui dovevano, sebbene in disuguale mi- 
sura, riuscir tanto celebrati. E quindi, in breve tempo, 
sgombrata l'oscurità che li ravvolgeva, a qual rapido 
volo non dischiusero dessi le ali! Il Passeggeri, sem- 
plice dottore di notaria, diviene dapprima il modera- 
tore dello studio bolognese, quindi il dominatore della 
repubblica. Il tabellione, che aveva saputo innalzare 
a dignità così eccelsa quella Società de* notai, della 
quale s'intitolava Proconsolo, ottiene onori regali ; una 
guardia è prescelta a fargli scorta, a tutelarne la per- 
sona venerata. E allorché muore, carico d'anni e di 
gloria, i suoi concittadini gli erigono una mirabil 
tomba marmorea, dove le targhe non ostentano aral- 
dici mostri, nè insegne e cimieri bizzarramente inta- 
gliati, ma, simboli inusitati e pur gloriosi, il calamaio, 
la penna, lo scartafaccio dello scriba! 

Più e meno avventurato ad un tempo del notaio 
bolognese, il capuano è salito ancora più in alto. A 
lui, entrato umile scrivano nella cancelleria imperiale, 
l'ingegno poderoso disserra in pochi anni tutte le 
porte. Quell'orgogliosa schiera di cortigiani, avvezza 
a vedere raccolte ed espresse le parole di Cesare dalla 
penna d'un principe germanico, guerriero spesso più 
che prelato, più abile a maneggiare la spada che non 
la penna, assiste con iracondo stupore allo spettacolo 
nuovo di questo laico italiano, umile d'origine, che 
s'ammanta della dignità di protonotario, conosce i più 
gelosi disegni del principe ed i palesi riveste della sua 
poderosa eloquenza/ Quello che al Passeggeri non 



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— 3 ia — 

poteva avvenire, si verifica per Pietro; egli chiude 
in pugno i destini non d'una città, ma d'un impero: 
colla sua prodigiosa solerzia tutto fa, tutto provvede. 
E la ruina stessa, cosi misteriosa, così immane, ben 
lungi dallo scemare la sua fama, contribuirà ad esal- 
tarla. Anche caduto, Pier della Vigna continuerà ad 
eccitare più che sterili sensi di pietà, stupore, invidia, 
emulazione nella schiera de' suoi più modesti colleghi. 



II. 

A compiere la pittura, abbozzata alla lesta, della 
parte tanto rilevante che nel pieno rigoglio della vita 
comunale in Italia ebbe a sostenere la classe notarile, 
gioverà adesso far seguire un rapido esame di quanti 
tra i documenti letterari del tempo ci sono pervenuti, 
dove appaiono dichiarate le virtù o, come allora si 
diceva, le a grazie „, occorrenti a procacciarsi il 
vanto d' eccellenza nelP esercizio di così ragguarde- 
vole professione. Ma in mezzo a codesti documenti 
noi non daremo adesso luogo ai trattati di noteria, 
giacché ne' più di essi le lodi dell'arte che v'è inse- 
gnata, si levano tant'alte e rumorose da divenirne quasi 
amene, e da perdere quindi ogni valore di testimo- 
nianza storica. Noi chiameremo piuttosto a rassegna 
quelli tra gli scrittori del secolo XIII e del succes- 
sivo, che con le opere loro intesero rappresentare 
più al vivo le idee, le opinioni, i sentimenti dell'età 

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— 3'3 — 
* 

a cui appartennero. Trattatisti austeri e poeti gio- 
condi, predicatori e novellieri in uguale maniera ci 
assisteranno nelT intrapresa. E cominceremo per l'ap- 
punto dall' interrogare quegli autori, i quali mira- 
rono ad erudire i contemporanei nell'ardua missione 
di governare lo stato, di reggere con oculatezza e 
prudenza la pubblica amministrazione. Sono questi, 
soprattutto, i quali ci offrono un quadro condotto con 
amorevole cura degli uffici notarili, giacché essi veg- 
gono nel tabellione un funzionario pubblico, destinato 
a sostenere una parte di sommo rilievo nel disbrigo 
de' comuni negozi; lo considerano quale una molla 
addirittura indispensabile per far muovere il compli- 
cato congegno di tutta la gran macchina dello stato. 

I libri che nel dugento ci discorrono del notaio, 
concedendogli così notevole importanza, non sono che 
due: il De regimine crvitatis, trattato, composto a 
Firenze, mentre vi si trovava come assessore del 
podestà, in un periodo di tempo non bene accertato, 
da un giudice di Viterbo, chiamato Giovanni, che amò 
nascondere sotto l'accattato nome di Vegezio, la 
sua individualità; ed il poemetto di Orfino da Lodi, 
giudice pur esso ai servigi di un figlio di Federigo II, 
che reca il titolo De regimine et sapienza potestatis. 
Cominciamo dal primo. 

Dopo avere raccomandato al Rettore, di cui ha 
colorito l'ideale ritratto, di procedere con ogni cir- 
cospezione nella scelta de' notai, che gli dovranno 
venir compagni e cooperatori nella signoria, usando 
un linguaggio che ricorda davvicino quello adoperato 



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per esplicar i concetti medesimi da Brunetto Latini 
(nè ciò potrà stupire quando si sappia che l'autore del 
Tesoro largamente s' è avvalso dell'opera del viter- 
bese), Giovanni dedica un capitolo del De regimine 
a descrivere il buon tabellione. * L'ufficio de' notai 

0 tabellioni o scriniari; egli scrive; è grande: di 
quelli, dico, i quali si trovano in ufficio insieme al 
podestà ed al giudice nel governo della città; grande, 
ripeto, in onere ed in onore „. E dopo avere spiegato 
l'origine dei tre nomi, sotto i quali codesti ufficiali 
sogliono essere designati, continua: * Spetta al loro 
ufficio scrìvere interrogazioni, confessioni, negazioni 
ed ogni altra disposta, cosi come le ascoltano dalle 
parti nelle cause e le dichiarazioni de' testimoni, con 
fede e legalità; scrivere le sentenze sotto dettatura 
del giudice con cui si trovano in ufficio. Così pure 
essi devono pubblicare le attestazioni per mandato del 
giudice e pubblicate che siano, trasmetterle alle parti; 
e similmente le confessioni e le sentenze, dopoché il 
giudice le abbia pronunziate. In pari guisa se il no- 
taio sia stato posto dal podestà o dal comune sopra 

1 malefici, gli corre l'obbligo di ricevere le denunzie 
in scritto o a voce, secondo l' usanza della terra, col 
giuramento dell' accusazione d'aver detta la verità 
tanto nell'accusa quanto nella difesa ... E gli appartiene 
pure scrivere le proposizioni dei Consigli ed i pareri 
dei consiglieri, con le relative proposizioni, come il 
podestà ha imposto o il giudice dettato. E deve pur 
mettere in nota i banditi ed i ribanditi e stendere le 
lettere che sono ad altri indirizzate dal podestà e dal 



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— 3>5 - 

consiglio; nelle quali è da usare la maggiore cautela, 
perchè il dettato sia piano e breve, non superbo nè 
arrogante nè oscuro, anzi rifulga per sapienza e di- 
screzione, sicché possa meritamente essere lodato 
per la benignità, la dolcezza e la gravità sua. Grazie 
alla dolcezza delle epistole, per la discrezione ed il 
garbo con cui vi si espongono le cose, cade Tira di 
molti, si appianano screzt, ed assai faccende si tirano 
a fine e si spacciano, le quali, ove mancasse l'aiuto 
epistolare, recherebbero con sè più gravi pesi con 
fatiche e spese maggiori. Spetta pure all' ufficio del 
notaio studiosamente conservare tutte le scritture.... 
Insomma siano i notai fedeli segretari, diligenti, in- 
corrotti, leali, affinchè dal loro ufficio ritraggano van- 
taggio ed onore, tornino accetti a Dio e vengano 
meritamente commendati dagli uomini „. 

Se più enfatiche per la forma, in cui sono enun- 
ziate, sembrano però quasi identiche a queste per 
la sostanza, le esortazioni che ai notai de* suoi giorni 
ha rivolte Orfino da Lodi ; e dico * sembrano „, per- 
che il giudice generale di Federigo re d'Antiochia, 
vicario dell' imperatore suo padre nella Marca d'An- 
cona e nel Ducato di Spoleto, ravviluppa di consue- 
tudine i propri non peregrini concetti d' una veste 
tanto involuta ed oscura, da riuscir quasi incompren- 
sibile. L'oscurità del suo bizzarro poema, del resto, 
dipende in gran parte del curioso modo, con cui è 
costituito; si tratta d'un vero centone, gli elementi 
del quale provengono, come una volta o V altra mi 
propongo dimostrare, da fonti diversissimi. E non si 



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deve tacere che l'Editore, il quale aveva a sua di- 
sposizione un solo e cattivo codice dell' opera, ha 
poi spiegato tutto il suo zelo per renderla anche 
meno intelligibile di quello che di per sè fosse. 

Ma prestiamo orecchio al dabben Lodigiano, tra- 
dotto in versi brutti per lo meno quant' i suoi : 

Lo scrivere compete a voi, scrittori; 
£ gli onor vostri se n'addoppieranno. 
Chi scrivere non sa, iaudabil cosa 
Fia, se la penna lasci in abbandono. 
Col calamo il pensier sveli ed adorni 
Il dettator del podestà; dichiari 
Quello che a voce oppur fu in scritto espresso: 
Degli affari sbrigati, come impone 
Giustizia, altrui s'affretti a dar notizia: 
Atti, contratti, patti, presto fatti! 
Distingua accortamente le calende, 
Le none, gli idi, ove segnare il mese 
Debba, nè ignori come il dì si parta. 
Additi il luogo, l'anno e del sovrano 
Il nome venerabil; l'indizione 
Segni negli atti pubblici; e vi faccia 
Seguir de' testimoni i nomi; quindi 
Dello strumento presto dia lettura 
Alle parti e lo faccia pubblicare 
Nel Palagio; ma quanto ivi è seguito 
Rimanga chiuso nel segreto suo. 
Colà egli segga e scriva: acconci detti 
Favelli; alla memoria anche soccorra 
De' giudici, e ne' libri alte sentenze 
Ricerchi attento; fuggir sappia i vani 
Cicalecci e i motteggi, e le fatiche 
Lieto sostenga. 1 più segreti avvisi 
E i palesi consigli al par registri. 
Sian la penna e la mano ognora in pronto; 
La penna d'oca, nuova oppur temprata 




— 3*7 — 

Novellamente; e nitidi i quinterni, 
Sian vecchi o nuovi; e via cacciata in bando 
Poltroneria, querele, oltraggi, liti 
Processi, il tutto ei mostri ih ordin posto. 

Molte adunque, come si vede, sono le virtù che 
Giovanni da Viterbo ed Orfino da Lodi additano 
quasi indispensabili ad un notaio di garbo. Non basta 
l'abilità manuale; non basta la prontezza nello sten- 
dere gli atti, la diligenza nel trascriverli dagli strac- 
ciatogli nei registri e ne' bastardella nel pubblicare, 
distribuendoli alle parti interessate, i processi ed i 
piati, osservando in tutto e per tutto le modalità im- 
poste dalla legge o volute dalle consuetudini. Il buon 
notaio deve fare assai di più; dare forma decorosa 
alle deliberazioni del podestà ed alle provvisioni del 
comune, rendersi interprete efficace de' loro consigli 
nelle missive ad amici e nemici; soccorrere con la 
sua perizia legale i giudici titubanti o traditi dalla 
memoria; essere parlatore facondo ed, infine, mo- 
strarsi docile, modesto, alieno dai rumori, avvezzo a 
considerare come sue più preziose ricchezze, la scienza 
e la dignità della carica che copre. 

Quale lo vagheggiano pertanto in Italia nel corso 
del dugento gli scrittori politici, il notaio è ben al- 
tro da un semplice tabellione; ei deve possedere, 
insieme mischiate in armonica unità, le doti del giu- 
rista, dell'oratore, del dettatore. E sulla necessità 
che i notai sappiano ornatamente favellare insiste, 
del resto, lo stesso Rolandino, il quale in certo tratta- 
tello da lui composto ad utilità di quelli tra i soci 



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-3i8- 

suoi che volessero accompagnare un podestà o farsi 
cooperatori de' consoli nel governo d* una terra o 
d'un castello, raccomanda loro caldamente di mani- 
festare nella pronunzia chiara, spiccata, elegante, nel 
gesto sobrio e decente, nel linguaggio eletto e per- 
suasivo, quell'onesta baldanza che nasce dalla co- 
scienza del proprio valore. 

Accanto al notaio però che, grazie alla parteci- 
pazione consentitagli nella direzione dei maggiori 
negozi, assume nella società italiana così cospicua 
importanza, vi ha una schiera numerosissima di com- 
pagni suoi, i quali stanno contenti a sorte più oscura 
ed a luogo più modesto. Di costoro, com'è naturale, 
gli scrittori ora citati non si dànno pensiero; ma il 
loro sprezzante silenzio non poteva venire per fermo 
imitato dai moralisti, da quelli, soprattutto, che si 
preoccupano di stabilire e determinare con precisione 
quali siano i diritti ed i doveri di tutti gli uomini, in 
corrispondenza al posto da essi occupato nella ge- 
rarchia sociale. Ora ne' componimenti, assai istruttivi 
e curiosi, che ci rappresentano gli u Stati del mondo „, 
vale a dire le differenti classi della società contem- 
poranea, ai notai troviamo data sempre una sede 
molto umile: essi stanno ai piedi di quella piramide, 
di cui, chi desse retta a Giovanni da Viterbo ed a 
Qrfìno da Lodi, dovrebbero attingere una parte ben 
più sublime. Così frate Jacopo da Cessole in certa 
sua operetta, che godette di somma celebrità in ogni 
paese cristiano, durante il più tardo medio evo, il 
Libro de' costumi e degli uffizi de' nobili e degli igno- 



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bili, dove ai singoli pezzi del giuoco degli scacchi ed 
alle mosse che con essi si fanno, sono diligentemente 
raffrontati l'ordinamento ed il funzionamento di cia- 
scuna classe della società umana, pur dimostrando di 
tenere in molto concetto Y uffizio de 9 notai, non solo li 
pone tra * le forme n degli scacchi * popolari „, clas- 
sificandoli come inferiori al lavoratore di terra, che 
provvede di che sostentarsi a tutto il reame, al fab- 
bro, che martella suir incudine le armi destinate ai 
cavalieri; ma li riduce nella categorìa terza delle 
popolaresche, insieme ai " lanaiuoli ed altri artefici 
di pelle e di coiame „; talché la figura simbolica, 
che, come di consueto, rappresenta graficamente nel 
libro suo l'arte di cui si discorre, offresi acconciata 
in siffatta guisa da recare fra mani, oltreché gli stru- 
menti de' sarti, de* pellicciai, de* cuoiai, anche gli em- 
blemi ben più gloriosi del tabellionato! Ma frate Ja- 
copo è inesorabile ; i notai si valgono pe' scritti loro 
di pelli, e debbono quindi entrare in comunella con 
quanti a toccano o pelli o pelo „. * Hii omnes pre- 
dicti (egli scrive) lanifici nomine appellantur, quia 
aut notarii aut pelliparii aut coriarii circa pellem 
ipsam operantur „. Nè Giovanni Bondi d'Aquileia, 
riputato maestro d'arte del dettare, si comporta di- 
versamente dal fraticello toscano, poiché nelle sue 
Tabulae s aiutati onum, dove sono pure passati in ras- 
segna tutti i gradi della scala sociale, attribuisce a sua 
volta ai tabellioni gli " epiteti „, (noi diremmo oggi 
i * titoli che sono da conferire, carteggiando con 
loro, ai borghesi, mercanti, scolari.... ed ai sartori! 



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Come ben si capisce, dai notai, relegati in com- 
pagnia così modesta* i moralisti non possono preten- 
dere tante cose, quante ne richiedevano gli scrittori 
che abbiamo sopra citati. Si vuole che sappiano tanto 
di grammatica e di legge da cavarsi d' impaccio nelle 
loro scritture; ma quello che con più insistenza si 
chiede, è che osservino l'onestà e la lealtà nelT uffizio. 
Di queste aspirazioni assai moderate s'è fatto inter- 
prete nella sua curiosa canzone Del Pregio, che così 
strettamente si riannoda con il genere degli Ensenha- 
mens, tanto graditi ai trovatori di Provenza ed ai 
loro colleghi di Francia, il buon Dino Compagni: 

Se buon pregio voie aver Notaro 
In leal fama procacci sè vivere, 
Ed in chiaro rogare e 'n bello scrìvere 
£ d' imbreviar sue scrìtte non si' avaro : 
In gramatica pugni assai, sia conto, 
E 'n porre eccezion buon contratista, 
E diletti d' usar fra buon' legista, 
E 'n domandare acorto, savio e pronto; 
Saver dittare 
E buon volgare, 

Leger, volgarizar, grande i'dan pregio 

E di maturità ver brivilegio 

E contro '1 dritto non scrìtte mutare. 

Non di gran lunga maggiori di quelle messe avanti 
dall'autore della Cronaca famosa, sono le esigenze 
formulate da Jacopo di Cessole nel libro or ora men- 
tovato; tuttavia nella prosa del frate domenicano la 
figura del notaio dabbene sembraci riacquistar ancora 
qualcheduno de' tratti che la rendevano prima spet- 



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— 3 2T ~ 

tabile: " Li notari, che sono molto utili alla repubblica 
(mi valgo per citare le parole del Di Cessole della 
bella versione, che ne divulgò a mezzo il trecento 
un ignoto toscano), sì si guardino d'appropriarsi quelle 
cose che sono del Comune; se questi sono buoni, sì 
sono optimi, se sono rei, alla repubblica sì sono pes- 
simi. Però che conciosiacosachè per loro si scrivano 
gli piati e le questioni che si propongono dinanzi ai 
giudice assessore, grande utilitade ne ritorna alla co- 
munanza de' cittadini, se in loro si troverrae veritade 
e lealtade. Guardino dunque la coscienza, che non 
facciano viziata la forma del contratto, però che ne 
sono tenuti a Tamenda a colui al quale egli avessono 
falsata la scrittura. E conciosiacosach' eglino conti- 
nuamente leggano e sappiano li statuti delle cittadi, 
pongano bene mente se vi veggano cosa che sia con- 
tra Domenedio e contra ragione, di farli rimutare al 
popolo et a' rettori, però che non ha legame di ra- 
gione quello che è ordinato contra fede e contr' a' 
buoni costumi. Ma guai al tempo d'oggi che coloro 
che sanno ben fare per la repubblica lasciano il ti- 
i more di Dio, sì ingannano i deboli, e gli altri popo- 
lari e traggongli alle congiurazioni et alle sconcie 
raunanze ! E poi che son così legati ad una, si muo- 
vono più leggiermente le discordie nelle cittadi, che 
non farebbono accordamento d'animi.... Ad ciò dun- 
que che la città sia godevole di pace confortinsi a 
concordia et a verace amistade „. 

Questo bello e vivace squarcio di vigorosa elo- 
uenza farà adesso parer anche più umile e dimessa 

21 



l'enumerazione de' pregi del notaio, che Antonio 
Pucci, il banditore fiorentino, ha a sua volta inserita 
in certo trattatello delle * grazie 9 di tutti gli stati 
del mondo, da lui vuoi composto vuoi semplicemente 
ricopiato in mezzo ad altra molta roba * di suo le- 
gname tf , nel notissimo zibaldone che gli è con ogni 
probabilità attribuito. Il popolano fiorentino non ha il 
coraggio di domandar molto da que' seri, che vedeva 
tutti i giorni affollarsi nel cortile di Palazzo Vecchio 
o salir lo scalone del palazzo del Podestà, con i loro 
scartafacci sotto il braccio, e u quella pennaruola 
sempre a canto, che somiglia alla tasta di un cirur- 
gico „: 

a Notari overo quelgli che 'ntendono essere, deb- 
bono bene inprendere gramaticha e apresso udire la 
somma e trattanti e altri libri che a noteria si ri- 
chiede et acciochè sappiano roghare i contratti et 
dettare le lettere, debbono istudiare alquanto in ret- 
toricha, isperimentarsi d'essere buoni scrittori e pre- 
sti e debbonsi ingiengniare di fare buoni latini, però 
che spesse volte non che uno nome, ma una lettera 
dà vinto et perduto il piato et ciò se può vedere 
nella questione che ser Lupero ebbe con Castruccio, 
cioè da nolimus a uelimus, che non pareva nè n 
nè u la lettera dinanzi. E deono essere onesti e lea- 
lissimi; e guardarsi dal soperchio vino e non deono 
fare credenza alla penna per tenere a mente ; ma ciò 
che rogano incontanente iscrivere. Non debbono par- 
lare di mezza bocca, nè con vocaboli confusi quando 
fanno i contratti, ma sì aperti che l'una parte e l'altra 



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- 3*3 — 

intenda bene e chiaramente e quando sono procura- 
tori, debbono procurare con quella fede che se fus- 
sono loro latti propri, nè per nigrigentia lasciare per- 
dere la questione, chè ne sarebbono tenuti. Debbono 
vestire onestamente e avere continenza e fare buona 
usanza e di non ricievere servigi o presenti da per- 
sona che gli facesse piegare dal dovere e di quello 
che da loro non sanno ne debbano domandare i savi 
e pagarsi onestamente. Iscrivere e procurare pe' po- 
veri per l'amore di Dio e mai non procurare per 
contro alla ragione „. 

Non si potrebb'essere meno esigenti di così, nev- 
vero? Eppure quanti tra i seicento o settecento ta- 
bellioni che, ai giorni del Pucci, si raggruppavano 
sotto il gonfalone dell'Arte de' giudici e de' notai, 
potevano dirsi tali da incarnarne il modesto ideale? 
Pochissimi, chi presti fede alle indignate ed infiam- 
mate querele di un Alighieri, d'un frà Giordano da 
Rivalto, d' un Compagni, d' un Boccaccio, d' un Sac- 
chetti. Egli è che in Firenze, già sul cadere del du- 
gento, la più profonda corruttela aveva, come ogni 
altra parte della vita pubblica, pervasa ed inquinata 
l'amministrazione della giustizia. In mezzo a tanta 
gente, venuta chi sa donde, alla quale gli statuti 
cittadini davano il diritto di giudicare, a cominciare 
dal Podestà, dal Capitano del Popolo, dair Esecutore 
degli ordinamenti di Giustizia, per venir al Capitano 
della Guardia, al Giudice degli Appelli, al Giudice 
delle Gabelle, air Ufficiale sopra gli ornamenti delle 
donne, a quelli della mercatura, dell'arte della lana 



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e via dicendo, era facile trovare chi sottomettesse la 
ragione al talento, chi sentenziasse per od! politici, 
rabbia di parte, bramosia illecita di lucro, contro 
verità, contro giustizia. Quali i giudici, tali i notai, 
naturalmente; scelti da essi e da essi dipendenti. Così 
la venalità più sfacciata regnava sulle rive dell'Arno, 
eccitata sempre più dall' insaziabile febbre di litigare, 
che ardeva le vene de' Fiorentini. E la città di Dante 
pareva trasformata nell'isola degli Apedefti, dove 
Panurgo doveva vedere più tardi troneggiare tra i 
Chats-Fourrez, suoi sottoposti, l'ignobile caricatura 
d'Astrea, la deforme Dame Grippe-Minaude. 

Ebbene I Mentre il tipo del notaio, integro e leale, 
quale s' erano piaciuti esaltarlo per il corso di due 
secoli moralisti e poeti, rimaneva immobile, senza 
vita, nel trionfo d' un'astratta perfezione, il suo rove- 
scio, il tipo del tabellione disonesto, misleale, falsario 
e menzognero, proprio in Firenze, tra la putredine 
morale del trecento, provocava la comparsa d'una 
tra le più ardite e mirabili rappresentazioni artisti- 
che che la letteratura nostra possa vantare. Ognuno 
intende eh' io voglio alludere a Ser Ciappelletto, il 
protagonista famoso della prima tra le novelle del 
Decatnerone. 

L' antica poesia di Francia, pervenuta oramai al 
suo ultimo periodo di vita, ha saputo tuttavia pro- 
durre ancora nella farsa di Maestro Pietro Pathelin 
uno de' suoi frutti più perfetti e gustosi. Pathelin, 
felice ed argutissima creazione d' un ignoto anteces- 
sore del Molière, simboleggia a meraviglia il leguleio 



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protervo ed ignorante del quattrocento, che prosti- 
tuisce il suo ingegno, naturalmente vivo, all'avidità 
del guadagno e ricopre con lo scudo della frode le 
nequizie de' propri clienti, ingannando i giudici e fa- 
cendosene beffe. Ma la geniale satira del poeta pa- 
rigino rimane, chi ben guardi, inferiore a quella del 
novelliere certaldese. Ser Ciappelletto è figura molto 
più complessa di quella del tristo difensore d'Agnelet ; 
materiata, com'è, d'elementi dedotti da più parti e sa- 
pientemente elaborati con finezza squisita di sintesi, 
a formare un carattere, che rappresenta la perfezione 
della frode, la malizia portata a siffatto segno da di- 
venire degna d'ammirazione, da non eccitare più nè 
sdegno nè disprezzo nell'animo nostro, bensì una certa 
indulgenza ed un' ilarità irrefrenabile. Non v'ha difatti 
nessuno tra i tipi furfanteschi più noti, della letteratura 
mondiale, che si elevi tant'alto quanto quello foggiato 
dall'autore del Decameron: dinanzi alla boccaccesca, 
le pitture più famose che ci abbia tramandate l'arte 
medievale appaiono languide, scolorite, frammentarie, 
se non esagerate ed eccessive. Sansonnet, figliuolo di 
Richolt, la meretrice frodolenta, de* favolelli francesi ; 
Golia, il baldanzoso rappresentante degli scapigliati 
chierici, dei vaganti scolari, soliti a disseminare in 
tutte le taverne della Francia i loro libri e le loro 
vesti; Faux-Semblant, l' incarnazione dell' ipocrisia , 
laicale o pretesca, uscita fuori dell'intelletto poderoso 
di Jean de Meun, sono tutti inferiori al notaio da 
Prato; la loro scelleraggine è rozza e primitiva di 
fronte all' impareggiabile nequizia del sere toscano. E 



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questo trionfa pur sempre, anche raffrontato con le 
più artifiziose e sapienti raffigurazioni posteriori, per- 
chè in Morgante, in Cingar, in Panurgo troppo evi- 
dente s'appalesa l' intendimento di presentarci un' in- 
carnazione più che sia possibile compiuta dell'umana 
malizia, sicché si sorpassano facilmente i confini della 
realtà. Ma Ciappelletto, invece, pur essendo * il pig- 
giore uomo, che forse mai nascesse „, conserva dei 
lineamenti ben definiti e precisi ; pur essendo un raf- 
finatissimo birbante in tutto e per tutto, rimane per 
eccellenza il notaio sleale. 

Non v'ha dubbio per me che il Boccaccio, scrivendo, 
chi sa su qual fondamento reale, la sua famosissima 
novella, abbia voluto dare il fatto suo a quella corpora- 
zione de' notai, diventata tanto odiosa e ternata in Fi- 
renze, quand'egli scriveva. Quanti vizi difatti i satirici 
del tempo hanno rimproverati ai tabellioni, tanti ser 
Ciappelletto ne possiede. Deve il notaio, innanzi tutto, 
osservare negli atti suoi con somma cura la verità, ed 
egli * essendo notaio, aveva grandissima vergogna, 
quando uno de' suoi strumenti fosse altro che falso 
trovato, de' quali tanti avrebbe fatti di quanti fosse 
stato richiesto e quelli più volentieri in dono che al- 
cun altro grandemente salariato „. Deve rendere leale 
testimonianza; ed egli " testimonianze false con sommo 
diletto diceva, richiesto e non richiesto „. È obbligo 
suo togliere ogni occasione di litigi tra le parti, ed 
egli, al contrario, * aveva oltre modo piacere e forte 
vi studiava in commettere tra amici e parenti o qua- 
lunque altra persona, mali et .inimicizie e scandali „. 



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— 3*7 — 

Si voleva il notaio morigerato, sobrio, onestissimo, 
ed egli * imbolato avrebbe o rubato con quella con- 
scienzia che un santo uomo offerrebbe; golosissimo 
e bevitore grande.... giucatore e mettitore di mal- 
vagi dadi solenne „. Insomma non v'è difetto, di cui 
i moralisti si affaccendino a voler immune il loro 
ideale, che il Boccaccio non si diverta ad accumulare 
nel bizzarro suo eroel 

La decadenza del notariato, già così avanzata in 
Italia e più particolarmente in Firenze nel corso del 
trecento, divenne precipitosa col secolo seguente. 
Contro gli sventurati tabellioni, oltreché gli austeri 
moralisti ed i burlevoli novellieri, congiurarono an- 
che i giuristi, i quali, a loro disdoro, asserivano che 
il tabellione era stato in Roma un servo pubblico, 
quindi uno schiavo; ed ai successori dello u seri- 
niario „ latino volevano infliggere Tonta medesima: 
asserzioni infondate e fantastiche, che, enunziate ne'vo- 
lumacci loro da Accursio e da Baldo, passarono per 
articoli di fede. Ne seguì che nel 1495 in Firenze i no- 
tai fossero per legge dichiarati indegni di coprire certe 
magistrature e taluni uffici, cui erano stati fin allora 
ammessi, al pari degli altri cittadini; onde avvenne che i 
nobili abbandonassero totalmente un mestiere così scre- 
ditato. Più tardi scrittori eruditi e volonterosi si rivol- 
gono a riabilitare l'arte del notaio; e tra essi gioverà ri- 
cordare un Francesco Osio, milanese (1636), un Virginio 
de* Colombani, fiorentino (1633), e quel padre Placido 
Puccinelli da Pescia (1656), che s'è fatta una nomea così 
di poligrafo sconclusionato come di storico acciarpone. 



v 

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-3*8- 

Ma come potevano mai le tediose elucubrazioni di 
queste brave persone servir di scudo alla gragnuola 
di colpi scagliati senza tregua contro i protetti loro 
da uno stuolo di satirici mordaci, capitanati dal Boc- 
caccio? Il teatro finì per compiere l'opera di demoli- 
zione, proseguita nel cinquecento dal Mauro, dal- 
l'Aretino, dal Salviati, dal Lasca, dal Garzoni. Gli 
spettatori di commedie e di melodrammi s' avvezza- 
rono a ridere sempre del notaro, quante volte apparisse 
sulla scena: perchè sempre vedevano uscire fuori un 
coso allampanato, esile, melenso, cogli occhiali sul 
naso, la parrucca di traverso, gli scartafacci sotto il 
braccio, il quale con voce agra e stridula infilzava 
precipitosamente delle parole incomprensibili, inter- 
calate da interminabili * eccetera ; „ quegli * eccetera „ 
che il proverbio popolare poneva da secoli tra le nove 
cose che rovinano il mondo. E dinanzi all'indegno trat- 
tamento inflitto ai suoi imbelli discepoli, quante volte 
Tossa di Rolandino Passeggeri, l'eroico notaio bolo- 
gnese, dovettero fremere di generosa indignazione 
nell'arca marmorea che le custodisce! 



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LE EPISTOLE DANTESCHE 



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Sul punto di presentarmi a voi, ultimo per tempo 
come per merito, tra gli illustratori delle opere mi- 
nori di Dante, al fine di tenere discorso di quelle epi- 
stole, onde tanto scalpore s'è già fatto e s'andrà, ove a 
Dio piaccia, facendo pur in avvenire, io non posso a 
meno, o signori, di paragonare la condizione mia a 
quella dell'operaio dell'evangelica parabola, ammesso 
a vendemmiare la simbolica vigna, quando 1' ora di 
nona era già da un pezzo passata. Al pari di lui io 
mi trovo difatti chiamato a raccoglier i frutti d' un 
vigneto ch'altri più avventurati e più solleciti hanno 
già dispogliato della parte maggiore e migliore in- 
sieme delle ricchezze sue. Non più penduli di tra i 
pampini smeraldini traspaiono, lucenti e turgidi di 
succo, i grappoli maturi ; ma qua e là soltanto qual- 
cheduno, dimenticato e stento, s'offre allo sguardo 
scrutatore ed alla mano indagatrice. Io sono proprio 
giunto dopo l'ora nona, sicché nel semivuoto canestro 
voi non rinverrete, pur troppo, quanto sarebbe stato 
mio vivo desiderio collocare. Accogliete tuttavia con 



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— 33* — 

la benignità indulgente che v* è consueta, l'offerta, 
qual ch'essa v'apparisca, nè incolpate l'oratore, se, 
costretto a farvi da guida attraverso ad un terreno 
arido la sua buona parte, seminato tutto di pruni, di 
sassi, di forre (e neppur vi mancano, se diamo retta 
a taluno, i lacci e le tagliole), non riuscirà probabil- 
mente a rendervi piacevole la scorreria nè a susci- 
tare nell'animo vostro veruna di quelle grati sensa- 
zioni che seppero certamente ridestarvi i più fortunati 
suoi predecessori. 



I. 

Ma come? potrebbe subito obbiettare qualcuno. 
Non è argomento capace di provocare curiosità ed 
interesse nelF animo di persone colte P esame delle 
lettere d'un poeta? E di qual poeta, Dio buono? 
Dante Alighieri 1 O non sono forse le lettere tra gli 
scritti d'un artista quelli che sogliono pressoché sem- 
pre metterci con lui in più immediata ed intima co- 
munione di sentimenti e d'affetti? Inspirate dall'effet- 
tuazione spesso inattesa d'un avvenimento che scuote 
ed esalta P animo dello scrittore, esse sgorgano (si 
direbbe quasi) spontanee dalla sua penna, lo ritrag- 
gono, senza ch'ei se n'avveda, tutt' intero, al pari di 
specchio fedele. 

Nulla di più vero, in massima; pur tale non è, 
convien confessarlo, il caso per le epistole dell'Ali- 



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— 333 — 

ghieri a noi pervenute. Mai come in queste sue scrit- 
ture il poeta, solito elevarsi con tanta semplice su- 
blimità al di sopra d'ogni sorta d'errori, di pregiudizi, 
di ubbie, letterarie e non letterarie, è rimasto l'uomo 
del suo tempo. Vincolato all'ossequio di formole con- 
sacrate da una tradizione secolare, in virtù di lacci 
tenaci e molteplici, egli nulla ha fatto per sciogliersi 
da codesta schiavitù, di cui sembra anzi essersi sino 
ad un certo segno compiaciuto. E se non fosse la 
nobile gagliardia dei concetti che, tratto tratto, lam- 
peggiano e sfavillano attraverso l'involucro crasso e 
nebuloso che li ravvolge, noi non riconosceremmo 
agevolmente nel dettatore enfatico e pesante delle 
Epistole l'intelletto sovrano che cesellò con sì squi- 
sita finezza i periodi armoniosi della Vita Nuova e 
sprigionò dall' incandescente fucina del suo cervello 
il metallo, un poco aspro e rugoso, ma pur nitido 
e sonoro, della prosa del Convivio. È davvero un 
fatto degno d'attirare l'attenzione, non chè dei Dan- 
tisti, di quanti scrutano l'evoluzione del pensiero ita-, 
liano durante l'età crepuscolare che precede il Rina- 
scimento, questa soggezione assoluta d' un intelletto, 
spesso così intensamente e quasi inconsciamente in- 
novatore, quale fu quello di Dante, agli oracoli d'una 
dottrina che, sorta nel più caliginoso periodo dell'evo 
medio, lo traversò tutto quanto senza venire mai 
meno alla gretta e superstiziosa inspirazione del tempo 
in cui s'era formata. E se da ciò noi ricaveremo ma- 
teria a constatare una volta di più quanto tenace e 
possente sia stato l'influsso della tradizione medievale 



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sulla nostra vita di pensiero, anche in epoche che si 
pretendono quasi da essa liberate e disciolte, ne de- 
durremo altresì motivo per asserire che l'educazione 
prima del poeta sovrano ebbe certo a svolgersi ben 
rigidamente dentro il ristretto ambito della scuola 
contemporanea, dacché il pensier suo potè riceverne 
siffatta impronta che nulla più valse, non dirò a can- 
cellare, ma nemmeno ad attenuare. 



IL 



a Intorno alla educazione ed agli studi di Dante 
nulla sappiamo, nulla ci risulta, nulla possiamo as- 
severare. Ne vediamo i nobili frutti , come però 
venisse coltivata la pianta che li produsse, igno- 
riamo „. Così quel bizzarro ingegno di Vittorio Im- 
briani dava principio ad una sua nota scrittura, in- 
tesa a dimostrare che tutto quanto i biografi avevano 
architettato sopra i primi passi mossi da Dante nel- 
l'arringo del sapere, era edificio privo di fondamento. 
I ragionamenti del dantista napoletano, rivestiti di 
forma scintillante e vivace, hanno in quest'occasione 
-fatto breccia più profonda di quel che altre volte loro 
avvenisse ; e come oggimai i più autorevoli tra i nar- 
ratori della vita del sommo poeta, sembrano rinun- 
ziare ad assegnar a ser Brunetto Latini ogni altra 
parte nell'educazione di Dante, che non sia un'in- 



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— 335 — 

fluenza tutta ideale, così riconoscono concordi che 
degli studi primi del poeta nulla possa rimettersi in 
chiaro. Ora io, o m'inganno?, scorgo anche qui il 
portato di quel vero pirronismo che imperversò, non 
sono molt'anni, nella crìtica dantesca ; di quella smania 
di considerare quasi fallace, tendenziosa, menzognera 
qualunque testimonianza di cui tornasse impossibile 
dimostrare lì per 11, in maniera inconcussa, la serietà 
e la fondatezza, che ha condotto taluni a seminare 
di rovine il terreno, ad abbattere tutto senza nulla 
costruire. Proviamoci or dunque un poco — nè, così 
facendo, ci discosteremo dal soggetto che dobbiamo 
trattare — a risollevare qualche lembo di muraglia; 
- se non altro procureremo con siffatto sforzo a qual- 
ch' altro compagno di lavoro la compiacenza squisita 
di buttar tutto a terra di bel nuovo! 

Allorché Dante aperse gli occhi alla luce, già da 
più tempo un moto fecondo d'intellettuale rinnova- 
mento ferveva in Toscana. Le città famose per an- 
tiche glorie, fiorenti per risorta prosperità economica, 
abbondavano di cultori delle discipline grammaticali, 
retoriche e giuridiche. Arezzo, vecchia rocca del sa- 
pere, fin dai primi lustri del sec. XIII aveva con ge- 
neroso ardimento istituito uno Studio generale, e la 
voce di Roffredo, fuggente coi discepoli dall' inospite 
Bologna, erasi udita sonare nelle sue aule. Più tardi lo 
splendore dell'università aretina appare offuscato ; ma 
la tradizione gloriosa perdura : si afferma in Guittone, 
risorge in Bandino e prepara col dotto imitatore di 
Plinio, messer Gerì, l'avvento di Francesco Petrarca. 



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- 33* - 

Pistoia, memore essa pure delle vecchie glorie, vede 
alla scuola di Francesco da Colle addestrarsi insieme 
a Cino de 9 Sigibuldi una schiera eletta di legisti e di 
rimatori; Siena, dal canto suo, apre fin dai giorni di 
Federigo II uno Studio e nel 1246 chiama a fregiarlo 
insegnanti famosi. Ma non le città soltanto schiudono 
le porte agli amici della filosofìa e dell'arti liberali; 
nelle borgate stesse, ne 9 castelli sorgenti sui clivi ap- 
penninici, un po' dappertutto, vediamo fiorire le scuole. 
Di una vera dinastia di a dettatori „ fin dal sec. XII 
si inorgoglisce la Val d'Elsa, e sul cadere del du- 
gento di maestri venuti da Colle è piena la Toscana: 
se ne ritrovano a Pisa, ad Arezzo, a Siena, a Pistoia, 
non meno che a San Miniato, a Poggibonsi, a Cer- 
taldo. I più tra cotesti grammatici, anche in ciò vo- 
gliosi di conformarsi alle usanze di que' giudici, di 
que' notai, cui erano da tant' altri vincoli collegati, 
non sogliono restare mai molto a lungo nella stessa 
sede: stipendiati per un anno, collo spirar dell'ufficio 
mutano luogo. La loro venuta è pe' Comuni un fausto 
avvenimento; il podestà della terra ne manda l'an- 
nunzio a' paesi vicini, e l'araldo va intorno (ce ne 
fa fede un documento sincrono samminiatese), pro- 
clamando: * Quanti hanno desiderio d'apprendere 
la nobil arte di retorica, si rechino a Samminiato; 
v'udranno mastro Jacopino da Colle: sarà loro fatto 
onore! w 

L' insegnamento che questi vagabondi apostoli 
del sapere impartivano non era già elementare. A 
ciò provvedevano più umili docenti, pedagoghi oscuri 



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— 337 — 

e modesti, che pullulavano dappertutto. Essi invece, 
i vaganti, potevano ammaestrare gli adolescenti, 
già eruditi nella grammatica, nell'arte di retorica, 
e soprattutto in quella ch'allora dicevasi Parte del 
dettare. E quest'arte ispirava i propri concetti a fi- 
nalità pratiche e giudiziosamente concrete: essa mi- 
rava a soddisfare le esigenze immediate dei nuovi 
strati sociali. I giovani destinati a prender parte in 
breve alla vita comunale, ad assumere, dal più al 
meno, il governo della pubblica cosa, insieme alle 
norme del bello scrivere, volevano apprendere pur 
quelle del ben parlare. Così l'eloquenza civile, l'ora- 
toria, che, secondo i dettami di Cicerone, tutte le 
altre arti presupponeva ed abbracciava, ricominciava 
a sollevare la testa. La cosa non era nuova in Italia: 
chè sin dai primissimi anni del dugefìto Guido Fava 
avvertiva esser proprio de' Lombardi il fare sfoggio 
di arringhe, esporre cioè studiosamente in elaborate 
concioni i propri pensieri; ma in Toscana l'impulso 
non s'avverte che alquanto più tardi. Comunque sia, 
esso è vivo nella seconda metà del secolo XIII. 
Nel 1278 (Dante aveva tredici anni) i giovani senesi 
di tutte le classi ( a plurimi tam domicelli quam ta- 
belliones et alii iuvenes „) rivolgevano una supplica 
al podestà, perchè si desse loro modo di u ade- 
rire alle facoltà delle scienze, cioè alla grammatica ed 
alla retorica, alle perorazioni ed alle arringhe w ; e chie- 
devano che, a questo scopo, fosse stipendiato frate 
Guidotto da Bologna, l'autor famoso del volgarizza- 
mento della Retorica di Cicerone! E frate Guidotto 

92 



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— 338 - 

(che il suo più recente biografo ha creduto oppor- 
tuno far morire giusto quindici o sedici anni innanzi) 
tenne l'invito, andò a Siena e v'insegnò per un anno 
nello Studio rinnovato. Partito lui prese il suo posto 
quel maestro Bandino d'Arezzo, professor et magister 
in scientia grammaticae, di cui pochi sonetti soltanto 
mantengono oggi ancora semivivo il nome fra gli 
studiosi della nostra lirica antica. Ma a que' giorni 
la fama sua si dilatava per tutta Toscana ; i notai 
(segno infallibile d'alta riputazione) trascrivendone 
il nome ne' massicci registri, lo decoravano dei titoli 
di sapiente e di famoso: vir famosus et sapiens. E 
come dalle labbra di lui per parecchi lustri i * don- 
zelli » senesi appresero come si scrivessero le let- 
tere e si pronunziassero le arringherie, così pendettero 
dalla bocca eloquente di un Mino e di un Manetto 
da Colle, di un Bandino, di un Orlando, d'un Con- 
siglinolo e d'un Goro d'Arezzo, i giovani di Pistoia 
e di Pisa. 

E Firenze? Chi mai in quegli anni ne'quali Dante 
fanciullo sentiva dentro la prodigiosa sua mente schiu- 
dersi tutto un mondo di sogni superbi, v' insegnò ai 
giovinetti, chiamati ad insorgere più tardi gli uni 
contro gli altri nelle dure lotte civili, l'arte del dettare 
e del parlare? 1 documenti che ci hanno permesso di 
spargere qualche lume sulle vicende della cultura 
scolastica in taluni comuni toscani, qui fanno pur- 
troppo difettosa serie delle Provvisioni e delle Con- 
sulte nel secolo decimoterzo è andata in Firenze 
quasi per intero perduta; e la iattura riesce tale e 



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— 339 — 

tanta, che diffidi cosa sarebbe apprezzarla in tutta 
la pienezza sua. Non mai dunque; ove non soc- 
corra qualche singolare e fortunatissimo caso; ci sarà 
noto il nome di chi insegnò primamente a Dante, 
per usar le sue parole, quel tanto d'arte di gram- 
matica che gli concesse poscia d'accostare le labbra 
sitibonde alla salutevole coppa di Boezio e di Tullio. 
Ma per quanto riguarda all'arte dello scrivere, al- 
l'ars dictandi vera e propria, concedetemi, o signori, 
eh' io tenti rivendicare a colui che ne ha, a mio giu- 
dizio, ogni diritto, il vanto d'aver insegnato al poeta 
a come P uom s'eterna 9 . 

Lo so: oggi non è più di moda riconoscere al- 
l'autore del Tesoro alcuna parte veramente essen- 
ziale e saliente nell'educazione letteraria di Dante; 
tutt'al più si ammette dai critici (gran bontà loro!) 
che il poeta giovinetto abbia mantenuto familiari re- 
lazioni col famoso notaio, che da lui siangli venuti 
come da autorevole amico ammonimenti, incorag- 
giamenti e consigli. Ora, io sono con loro, quando 
si tratti di negar fede a chi ci presentava il " mode- 
sto Cicerone della Firenze guelfa „, come un sem- 
plice pedagogo, dal quale l'Alighieri, a suon di nerbo, 
imparato avesse i primi elementi dello scibile, a 
deciferar la Santa Croce o a leggere il Salterio. 
Era questo un concetto ridicolo e meschino, che 
contrastava con l'elevata immagine del Latini traman- 
dataci dalla storia. E mi ribello pure a menare per 
buone le generalità vaghe e sconclusionate che si 



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sono palleggiate gli uni cogli altri per secoli i com- 
mentatori della Comedia, secondo i quali Brunetto 
avrebbe erudito non l'Alighieri soltanto, ma i fioren- 
tini tutti, coetanei suoi, vuoi in filosofia vuoi in 
u certa parte di scienza morale „ vuoi, peggio an- 
cora, in fisica ed astrologia. Queste son tutte affer- 
mazioni campate in aria, che spiegano ed in parte 
giustificano la reazione violenta dell' Imbriani, e Top- 
posizione, temperata sì nella forma ma pur sempre 
recisa nella sostanza, di critici ben altrimenti equili- 
brati, ad ammettere che tra i due abbiano avuto luogo 
de' rapporti concreti, ben definiti, quali cioè passar 
sogliono tra maestro e scolaro. Ma vi ha una testi- 
monianza troppo precisa, troppo autorevole, perchè 
si possa, come oramai è vezzo, buttarla del tutto in 
disparte: quella di Giovanni Villani. Le parole che 
costui dedica al maggior * filosofo nì sorto in Fi- 
renze nell'età di mezzo, non sono soltanto l'eco della 
venerazione, di cui il Latini visse circondato in vec- 
chiaia, quando il cronista bambino potè vederlo ed 
udirne esaltate dattorno le virtù come cittadino e savio, 
ma paiono alludere a fatti determinati. 

Certo le opere scritte dal Latini possono parere 
sufficienti a giustificare l'elogio del Villani, quando lo 
dice " sommo maestro in rettorica tanto in bene sa- 
pere dire come in bene dittare „; ma e qui e su. 
bito dopo a me sembra celebrata anche un'azione 
d'altra natura, incomparabilmente più efficace che 
quella d'un compilatore d'enciclopedie in lingua stra- 
niera o d'un traduttore di classiche scritture esser 



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non possa; l'opera, dico, pratica, diretta, immediata 
dell'insegnante, del maestro. E se a questo punto 
rammentiamo che Filippo Villani nella biografia del 
Latini, da lui scritta e riscritta dietro i suggerimenti 
del Salutati (dove ogni parola quindi è calcolata e 
pesata), dichiara in modo esplicito che tra i fiorentini 
i quali insegnarono pubblicamente retorica in patria, 
deve annoverarsi anche Brunetto; assai disagevole 
diverrà, crediamo, ricusare di riconoscere che, al pari 
di frate Guidotto, anche il figlio di Bonaccorso Latini 
non sia salito in cattedra per esporvi in forma esau- 
riente e minuziosa i precetti di quell'arte del dettare, 
che, in fin dei conti, costituiva il suo vero, il suo 
sommo titolo di celebrità agli occhi de' concittadini. 

Giacché bisogna pur convenirne una buona volta. 
Della complessa figura di Brunetto Latini solo alcuni 
aspetti noi conosciamo oggimai, nè forse i più rile- 
vanti ed i più originali. Dell'attività sua quale scrit- 
tore e quale scienziato, abbiamo (è vero) testimonianza 
più che bastevole nel Tesoro; ma dell'opera da lui 
compiuta come cittadino, come uomo, che sappiamo 
noi in conclusione? Non son certo le poche * pratiche „, 
spigolate negli archivi della repubblica fiorentina, 
dove egli figura quale consigliatore, non più oculato 
e saggio di molti altri, il cui nome non ha oggi per 
noi verun'individuale attrattiva, che ci possono dare 
la misura dell'autorità da lui goduta dopo il suo ri- 
torno dall' esilio, forse volontario, del peso che eb- 
bero per lunghi anni i suoi consigli nella trattazione 
delle pubbliche cose. Si badi bene. Per molti lustri 



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— 34« — 

il Latini nella veste di notarius necnon scriba consi- 
liorum comunis Florentiae, fu colui al quale spettava 
dare forma nobile ed opportuna a quante solenni de- 
terminazioni la Signoria adottasse; talché si impron- 
tarono della sua eloquenza, or misurata or focosa, le 
manifestazioni più gelose della vita politica fiorentina. 
Il gran dettatore del Villani, colui che agli occhi dei 
contemporanei sembrò incarnare il tipo del perfetto 
notaio, quest'emulo del più glorioso tra i tabellioni 
italiani, del bolognese Rolandino Passeggeri, per noi 
rimane avvolto nell'ombra. Ora che il primo tra i 
cancellieri fiorentini, colui che sta a capo di quella 
schiera, in cui Francesco Bruni dà la mano a Coluccio 
Salutati, questi al Poggio, a Leonardo, al Marsuppini, 
e che si chiude colla maestosa e genial figura di un 
Niccolò Machiavelli, avesse potuto tener scuola di la- 
tinetto, tornava ridicolo sospettare. Ma che egli, sot- 
traendo un po' di tempo agli affari più gravi, fosse 
montato in cattedra per esaltare la virtù dell'onesto 
favellare, per dirla siffatta da superare la potenza d'un 
esercito schierato in campo, poiché meglio suol do- 
mare i ribelli l'eloquio colla sua dolcezza che non la 
spada col suo rigore; sembrami non probabile sol- 
tanto, ma quasi certo. E rifacendomi alla testimo- 
nianza di Benvenuto da Imola, io non proverei difficoltà 
veruna a ripetere seco lui che a Brunetto non solo a 
Dante ma a molt'altri giovini insegnò, alcuni dei quali 
divennero per eloquenza chiarissimi „. E forse se ciò 
egli udisse, dal sabbione infocato, dove l'alunno 
suo lo vide correre senza posa, stimolato dall'ansia 



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— 343 — 

di più grevi martiri, il buon vecchio rasserenato, mor- 
morerebbe fuggendo velocemente: 

.... e più non cheggio. 

Pur troppo delle epistole, che uscirono fuor di 
dubbio copiosissime dalla penna del dittatore del Co- 
mune toscano, nemmeno una ci è pervenuta; il tempo 
inesorabile ha ingoiato insieme coi registri delle mis- 
sive, tutti gli altri documenti della Cancelleria, ante- 
riori ai primi anni del trecento, in cui, quale notaio 
e scriba de 9 Signori vediamo comparire in palazzo un 
ser Chello d'Uberto Baldovini. Chè se noi possedes- 
simo oggi alquanti monumenti della latinità di Bru- 
netto, essi ci tornerebbero doppiamente preziosi ; pa- 
ragonandoli ai dettati dell 9 Alighieri potremmo cavarne 
quella prova che vanamente or cerchiamo per dimo- 
strare che l'uno tolse dall'altro lo stile che ai dì suoi 
gli fece onore. Ma posto anche che ad altri esemplari 
l'Alighieri si fosse ispirato, certo i modelli suoi egli 
attinse pur sempre a quella scuola stessa, di cui il 
Latini era stato uno de' rappresentanti più insigni. 

Alle dottrine dell'ars dictandi (già lo dicemmo) 
Dante serbossi tenacemente fedele, pur quando la 
cresciuta cultura gli diè agio d'intendere e gustare la 
pura e serena bellezza delle pagine antiche. Anche 
allora egli continuò a scrivere secondo i canoni im- 
parati a venerare sui banchi della scuola! L'impresa 
di debellare la vecchia dottrina era riserbata ad un 
altro alunno della generosa Firenze. Un altro fu colui 



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- 344 - 

che, fanciullo ancora, colla vigoria pressoché incon- 
scia del genio, seppe, Ercole nuovo, strozzare gli 
angui della retorica medievale, già insinuatisi nella 
sua culla, già pronti ad avvilupparlo nelle tortuose 
loro spire. 



III. 



Secondo i precetti dell'epistolografia medievale, 
perchè il dettame fosse perfetto, tre cose facevano 
di mestieri: che alla buona grammatica si disposasse 
l'elevatezza dei concetti e l'eleganza della forma. Ma 
di queste doti la terza giudicavasi di gran lunga la 
più necessaria. 

Il solenne ammonimento di Cassiodoro, uno dei 
Santi Padri del dictamen prosaicum: u Loqqi nobis 
communiter datum est: solus ornatus est qui discemit 
indoctos „ ; rimbomba con fragore d'oracolo per tutta 
l'età media. Ed una medesima esortazione si leva 
concorde dai fogli di tutte le Somme, sian desse bo- 
lognesi, fiorentine, lombarde; dalle pagine di maestro 
Bene, da quelle di Guido Fava, di Giovanni Bondi 
d'Aquileia, di Bono da Lucca : * Adornate, o detta- 
tori, le vostre scritture! „. " Ciò che rende nitidi e 
sereni i dettati (scrive il Bondi), a buon dritto deve 
da tutti ricevere il nome di adornamenti e di colori. 
Per fermo scolorita è l'orazione che da qualche fre- 



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— 345 — 

gio non riceva colore. E non vediamo noi il cielo 
mirabilmente dai segni e dalle stelle colorato? Qua- 
lunque materia, sia dessa pubblica ovver privata, ove 
le venga meno Tornato, vile suol essere riputata. Si 
fregiano le stanze, si cesellano 1' armature, si dipin- 
gono le pareti. Coloransi i panni, i legni s'intagliano, 
si scolpiscono i marmi. I metalli vengono dorati, i 
destrieri forbiti. Gli altari s'ammantano di porpora, i 
visi delle donne s'imbiancano di belletto. E per farla 
breve, qualunque cosa voglia orrevole divenire, de- 
v'essere ornata. La natura stessa arricchisce di sva- 
riate tinte le pietre, le erbe, i fiori, gli alberi, i prati. 
Tutto ciò offre le prove necessarie per riconoscere 
che noi pure dobbiamo mirificamente adornare la serie 
de' nostri discorsi „. O non sentiamo noi forse l'eco di 
queste singolari dottrine ripercotersi vivace nelle pa- 
gine del De vtdgari eloquenti**, laddove il poeta sommo 
ci reca un saggio di quello che è, a suo giudizio, lo 
stile più rapido, più venusto, veramente * eccelso „, 
degno in tutto degli * illustri dettatori „? Quando, 
esemplificando le sue teoriche, Dante ci dice che il 
sommo dell'arte consiste nello scrivere: * Avendo 
Totila secondo mandata fuori dal tuo seno grandissima 
parte de' fiori, o Fiorenza, indarno alla Trinacria si 
rivolse „; per chi voglia significare che Carlo di 
Valois passò, dopo aver condannato buon numero di 
fiorentini, da Firenze in Sicilia: o non mostra egli 
forse di condividere in tutto e per tutto que' principi 
che un dettatore bolognese del tempo, Tommaso 
d'Armannino, così formulava nel suo Microcosmo del 



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dettare? * Reputo io sommamente bello e nuovo 
non già usare così alla semplice i vocaboli che esprì- 
mono le cose, ma ad essi sostituir altre parole che 
di quelle rivelino la proprietà ed il significato „. 
Questo bell'espediente si chiamava la transumptio o 
la circumlocutio ; era il trionfo della circonlocuzione, 
la tirannia della perifrasi; la sostituzione pertinace, 
implacabile, perenne del linguaggio metaforico, tronfio 
ed ampolloso, alla dizione piana e. comune. Così la 
produzione epistolare del dugento è venuta a far la 
figura del mal monetiere della decima bolgia, a cui 
la grave idropisia 

sì dispaia 

Le membra con l'umor che mal converte, 
Che il viso non risponde alla ventraia. 

Del suo * bello e forte latino „ come lo definì con 
ingenua ammirazione il dabbene Giovanni Villani, 
Dante cominciò certo assai presto a dar saggi, per- 
chè, mentre dall'un canto significava ne' deliziosi so- 
netti dell'amoroso a libello „ quel che il suo Sire gli 
dettava dentro, dall'altro si affaticava ad esprìmer in 
* alto dettato w e con * eccellenti sentenze „ più so- 
lenni pensieri. Egli stesso ci è buon testimone di ciò 
in quel paragrafo della Vita nuova nel quale ram- 
menta come, morta la donna sua, rivolgesse ai * prìn- 
cipi della terra v (cioè ai più orrevoli tra i suoi con- 
cittadini) un'epistola in cui, prendendo le mosse dal 
versetto di Geremia: Quomodo sedei sola civitas piena 



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— 347 — 

p opulo, descriveva qual fosse rimasa Firenze dopo 
tanta iattura: a quasi vedova dispogliata d'ogni sua 
dignitade ». Ma al pari di questa, che fu forse la 
prima epistola latina ch'ei divulgasse, ogni altro con- 
genere saggio della studiosa gioventù di Dante è pe- 
rito. Quel che rimane del suo epistolario, che per 
vari indizi abbiam motivo a giudicare assai abbon- 
dante e copioso, spetta alla seconda parte della sua 
vita; a quel periodo di essa in cui * il vento secco 
che vapora la dolorosa povertà „ lo spinse invano 
anelante ad un introvabile riposo, a u sì diversi porti 
e foci e liti» mostrando contro a sua voglia la piaga 
della fortuna „. 

Pur troppo, a tacere del resto, questi frammenti 
del suo epistolario sono ben lungi dal far sazi i no- 
stri desideri, dal rischiarare di luce viva i casi e gli 
affetti dell'esule infelice. Non congregati da carità di 
figli o di discepoli, bensì dal caso soltanto serbati, 
essi offronsi d'indole ben disparata e d'importanza 
del tutto ineguale. Accanto a talune epistole, veri e 
grandiosi documenti dell'alta mente del poeta, dove 
i suoi ideali politici e civili sfolgorano di luce non 
meno viva di quella che raggiar suole da certi canti 
della Comedia, altre ne abbiamo di sì tenue valore, 
che nulla o ben poco ci giova il possederle. Perchè 
la fortuna ci ha invidiato l'epistola ai Fiorentini, che 
cominciava con parole tutte riboccanti d'accorata te- 
nerezza (Popule mee, quid Ubi feci?) e ci ha conser- 
vato invece le tre pistolette scritte per incarico della 
contessa di Battifolle a Margherita di Brabante? Son 



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questi i caprìcci del caso; ma è doloroso che proprio 
in siffatta circostanza il caso siasi addimostrato così 
cieco. Ad ogni modo, di fronte a tanta povertà di 
fonti intorno alle vicende dell'uomo grande e sven- 
turato, qualunque documento anche esiguo doveva 
tornar prezioso alla critica. 

E invece, come si sa, è avvenuto tutto l'opposto. A 
mala pena le quattordici epistole, attribuite dai codici 
all'Alighieri, ebbero per le cure del Witte e del Torri 
preso posto definitivamente tra le opere del poeta, la 
critica cominciò ad esercitare loro dintorno un'opera 
spietata di demolizione. Si direbbe che essa non abbia 
veduto in quegli scritti se non un ingombro molesto, 
un peso increscioso, di cui occorreva liberarsi ad 
ogni costo. Gioverà ricordare rapidamente come siasi 
addensato l'uragano, che ha minacciato di travolgere 
tutto nella sua furia, e che oggi ancora, sebbene fiac- 
cato, mugge sordamente da lontano. 

Nei primi dantisti che le trassero dai codici in cui 
giacevano da secoli, semi ignote o del tutto dimenti- 
cate, le epistole del poeta non suscitarono che una 
grande e serena compiacenza: nè il Witte nè il Torri 
concepirono veruna dubbiezza sulla loro autenticità. 
Subito dopo però la diffidenza si sveglia. Pietro Frati- 
celli, ricalcando sull'edizione livornese del 1842 la pro- 
pria ristampa, se si appalesa molto indulgente con quel- 
l'epistola a Guido da Polenta che aveva già destati 
i sospetti e gli sdegni degli eruditi veneziani, mo- 
strasi invece più che arcigno colle lettere che Dante 
avrebbe in nome della contessa di Battifolle inviate 



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— 349 — 

alla consorte d'Arrigo, e le esclude dalla silloge dove 
finora non son più riuscite a rientrare. Ma ben tosto 
più gravi avvisaglie cominciano. Ecco sull'autenticità 
dell'epistola di Dante ai conti di Romena scender in 
campo, armato di tutto punto (egli almeno si riteneva 
tale), G. Todeschini, che, menando gran colpi, si 
sforza in pari tempo di mostrare fallace l'attribuzione 
a Dante dell'epistola diretta dai Bianchi fuorusciti al 
cardinale da Prato. Poi viene la volta dell'epistola al 
marchese Moroello Malaspina, combattuta dallo Scar- 
tazzini, al quale finisce dopo vari tentennamenti per 
associarsi anche il Bartoli. E la marea cresce: l'au- 
tenticità della lettera a Cino è oppugnata; si nega 
fede a quella all'amico fiorentino; cominciano gli at- 
tacchi contro l'epistola a Cangrande della Scala. Vit- 
torio Imbriani, vero Capitan Spaventa della critica 
dantesca, si fa addosso perfino alla lettera ad Ar- 
rigo VII; poi, spara il gran colpo: tutte le epistole 
di Dante sono apocrife I 

Dopo questa botta strepitosa l'ipercriticismo ebbe 
buon giuoco; bastava, per sembrare giudici impar- 
ziali e quasi benigni, salvare dalla Geenna un paio di 
lettere dantesche. Lo Scartazzini difatti ne' Prolego- 
meni della Divina Commedia, novello Minosse in col- 
larino, sentenzia: * Delle 14 lettere che a Dante si 
attribuiscono sono da credersi spurie le tre dirette 
a Margherita di Brabante da una contessa di Batti- 
folle, e quelle ad Oberto e Guido, conti di Romena, 
a Cino da Pistoia, a Guido da Polenta; dubbie quelle 
al cardinal da Prato, all'amico fiorentino, a Cangrande; 



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— 35<> — 

forse autentica quella ai principi e popoli cT Italia. 
Quanto all' epistola a Moroello Malaspina, l'oggetto 
dell'amore di Dante non può essere che la propria 
moglie; a chi quest'interpretazione non piace (sic) s'as 
soci a coloro che scartano la lettera come apocrifa „. 
Delizioso profetico linguaggio! Non a torto Adolfo 
Gaspary, solito a divertirsi un pochino alle spalle dei 
suoi buoni colleghi, scriveva verso quel tempo: * Delle 
epistole di Dante parecchie sono state dichiarate apo- 
crife; e per vero ciascuno riguardo a loro procede 
ordinariamente così: considera come false quella o 
quelle che gli dànno noia nelle sue ipotesi su Dante „. 
La frustata dell'arguto critico non fece effetto; otto 
anni dopo il Kraus in un capitolo della sua troppo 
lodata opera sull'Alighieri, geloso degli allori dell'Ini- 
briani, si sforzava di seppellire definitivamente tutto 
l'epistolario dantesco ! 

Pareva il segno della fine e fu il principio della 
risurrezione. Contro la critica superficiale e, sia lecito 
il dirlo, indiscreta del dotto tedesco, insorse Vittorio 
Cian, che difese con valide ragioni la autenticità delle 
epistole ai principi d'Italia, ai Fiorentini, ad Arrigo VII. 
, Poi un assalto impetuoso dell'ottimo Zingarelli contro 
la lettera a Moroello fu rintuzzato sì vigorosamente 
dal Vandelli, che l'autenticità del documento ne ha 
brillato di luce inattesa. Se la difesa delle epistole al 
cardinale da Prato ed ai conti di Romena assunta dal 
Barbagallo, non riuscì troppo felice, la causa loro però 
ha guadagnato moltissimo se non dalle argomenta- 
zioni prolisse e slombate d'Oddone Zenatti, dalle fini 



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— 35* - 

argomentazioni di Michele Barbi. Il quale ha pur re- 
cato, recentemente, il soccorso della sua grande dot- 
trina all'epistola all'amico fiorentino, di cui s'era prima 
mostrato periglioso avversario. Per ciò che concerne 
poi all'omerico combattimento intorno all'epistola a 
Cangrande, or che i campioni stanno ritirati sotto le 
tende e son un po' cessati il fragore della lotta e il 
polverìo levatosi d'attorno, o non par forse probabile 
che debba vincerla la vecchia tradizione? Insomma 
da molte parti s'annunzia un ritorno ai veri e sani 
principi della critica, l'abbandono di quello scetticismo 
imprudente ed un tantino presuntuoso, che ha troppo 
a lungo signoreggiato. Diciamo anche noi col povero 
poeta: * Ecce nunc tempus acceptabile, quo signa 
surgunt consolationis et pacis „. 



IV. 



Curioso ed istruttivo parmi il ricercare come siasi 
venuta addensando quella nube greve di diffidenza e 
di sospetti, onde è stata oscurata e ravvolta la mas- 
sima parte delle lettere dantesche. Molti fatti d'ordine 
generale vi hanno concorso: asserti vaghi, tutt'altro 
che fondati, che si sono a poco a poco ingranditi, 
acquistando credito ed importanza, perchè si ripete- 
vano da parecchi, in guisa da far parere ardua im- 
presa distruggerli. In realtà sono armi fragilissime 



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— 35a — 

che si spezzano all'urto più leggero. Pongo in capo 
lista l'asserto solennemente bandito dal Kraus (diede 
egli forma, dirò così, assiomatica ad affermazioni an- 
teriori), che nulla è più comune delle falsificazioni di 
documenti nel medio evo, soprattutto poi ai tempi di 
Dante; donde discende quale logica e legittima dedu- 
zione essere naturale che tra tanta manìa di falsifica- 
zioni, si siano falsificate pur le lettere del poeta. Ora, 

10 domando: ma di quali falsi si tratta? Se il Kraus 
ed i suoi autori vogliono parlare delle fabbricazioni 
di documenti pubblici e solenni, di privilegi imperiali, 
di bolle pontificie o che so io, non negheremo noi 
che il medio evo ne abbia prodotto gran copia: non 
però più l'età di Dante che quelle più antiche. 

Ma che c'entra questo con le epistole dantesche? 

11 movente di tutte le grandi falsificazioni medievali 
è sempre l'interesse: si tratta di creare documenti 
che stabiliscano diritti, immunità, dichiarino pos- 
sessi, alterino confini di proprietà e via dicendo. Ora 
chi aveva interesse a falsificar le lettere di Dante? 
E quali lettere poi? Quelle al Malaspina o a Cino 
da Pistoia? 

Ma si dirà: dove lasciate voi le falsificazioni let- 
terarie? Quali di grazia? Mi si citino nel secolo XIV 
de' documenti di questa natura. Dato che esistano, 
essi sono ben scarsi : e ad ogni modo dovremo sem- 
pre verificare se corrispondano ne 1 caratteri intrinseci 
ed estrinseci a quelli di cui qui si discute. 

Rimane da esaminare un altr' ordine di scritture 
non false, ma in pari tempo non vere.[I dettatori hanno 



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- 353 — 

sempre avuto l'abitudine d'aggiungere ai precetti gli 
esempì; nelle loro Somme dunque ben sovente si rin- 
vengono lettere che hanno tutto il carattere di docu- 
menti storici e non son tali. Sono, come il Gaudenzi 
li ha definiti, * non lettere veramente scritte, ma lettere 
che avrebbero potuto essere scritte „. Di questo genere 
molte ricorrono ne* trattati di Guido Fava ed in al- 
tre somme bolognesi: io stesso parecchie ne ho rin- 
venute nel formulario fin qui sconosciuto di Mino da 
Colle, un contemporaneo dell'Alighieri. Si noti però 
che queste lettere, le quali muovono in genere da 
circostanze di fatto vere, hanno sempre per mittenti 
o per recipienti dei magistrati o altre persone inve- 
stite di pubblici uffici: tutta la gerarchia sociale è 
sottoposta a rassegna, dall'imperatore al notaio, dal 
pontefice al chierico; ma non mai, ch'io sappia, vi 
si mettono in scena individui privati. 

Or perchè si sarebbe da qualche dettatore fatta 
un'eccezione per Dante? E questo in tempi a lui ben 
vicini, quando cioè la sua fama era certo inferiore di 
molto a quanto divenne più tardi? Se fosse stata di 
moda l'avvalersi del nome d' individui reali, celebri, 
quantunque non investiti di dignità ufficiali, perchè 
non troveremmo noi lettere attribuite a Cino da Pi- 
stoia, a Brunetto Latini, ad Albertino Mussato, ad 
altri cotali? 

Oltre all'aver sparso dunque questa vaga diffi- 
denza sopra le epistole dantesche, parlando così ge- 
nericamente di una vera epidemia di falsificazioni 
infierita nei primi anni del secolo XIV, si è poi vo- 

33 

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— 354 — 

luto gettare il discredito sui fonti manoscritti, onde 
le lettere provengono. Come si sa, due sono essen- 
zialmente i codici dov' esse si conservano: il Vati- 
cano Palatino 1729, il Laurenziano PI. XXIX, 4. È 
divertente vedere come questi disgraziati manoscritti 
siano stati giudicati. Il Vaticano Palatino è dal To- 
deschini dichiarato, sprezzantemente, fonte sospetta. 
Perchè? È una semplice * miscellanea letteraria, 
non rivestita di alcun carattere autentico " Non 
è altrimenti un codice diplomatico.... „. Ora, non fa 
da ridere il sentir asserire con tanto sussiego che 
le lettere di Dante, per essere considerate autenti- 
che, dovrebbero trovarsi in un codice diplomatico? 
Ma v'è di più. Il codice * non appartiene già da tempi 
antichi alla libreria vaticana.... vi è passato sol nel 
Seicento dalla biblioteca Elettorale.... „. Vedete che 
peccato d' origine! Venir da Heidelberg! Il giudizio 
del Todeschini diventa fonte di più gravi accuse: per 
altri studiosi il codice ha il u carattere molto sospetto 9 
d'uno zibaldone umanistico.... Tutto ciò si dice e si 
ripete, ohimè, oggi ancora da gente, che pur avrebbe 
potuto sapere quanto le ricerche dello Zenatti hanno 
ben messo in chiaro (e ch'io per mio conto avevo già 
verificato molto prima) : che le lettere di Dante sono 
state riunite in calce ad una copia del De Monarchia 
dello stesso autore, per cura di Francesco de' Pien- 
dibeni da Montepulciano, un colto notaio toscano, che 
fa successore di Filippo Villani nel cancellariato di Pe- 
rugia, amico di Coluccio Salutati, nudrl, nella qualità 
sua di letterato e di suddito fiorentino, un culto vi- 



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- 355 - 

vissimo per le Tre Corone, e morendo in curia di 
Roma, carico d'anni e d'onori, lasciò in eredità al 
Capitolo della cattedrale di Montepulciano una biblio- 
teca, ricca di codici, divorati pur troppo quasi tutti 
da un incendio nel 1539. 

Tutto cospira dunque a dare in oggi autorità e 
credito al vilipeso ms. Vaticano. E quant'al Lauren- 
ziano, che cosa non si scrisse un tempo sul conto 
suo? Lo chiamarono ancor esso zibaldone umanistico, 
raccolta sospetta di apocrifi monumenti, foggiati dal 
maligno ingegno di G. Boccaccio per meglio colorire 
le sfacciate invenzioni ond'aveva intessuto la vita di 
Dante.... Di tutte queste accuse che cosa rimane ora? 
La critica spassionata ne ha fatto giustizia; essa ri- 
conosce che messer Giovanni non fu mai inganna- 
tore, bensì (e questo nella peggior ipotesi) un ingan- 
nato; ch'egli trasse da fonti anteriori le scritture che 
ricopiò, pur troppo da fonti impure, tanto chè le epi- 
stole dantesche ci si presentano guaste e sconciate 
in più luoghi per colpa de' copisti bestiali.... 

Un'altra stortura di critici vecchi è (fa d'uopo con- 
fessarlo) condivisa da taluni recenti : essa consiste nel 
non volere, discutendo una controversia così delicata 
e spinosa com'è quella dell'autenticità delle epistole 
dantesche, dare la dovuta importanza allo studio del 
testo di esse. La controversia è stata sin qui unica- 
mente condotta, ove si faccia eccezione per la lettera 
a Can Grande, su cui non intendo ora soffermarmi, 
sulla scorta di argomenti storici. Quando i fatti che 
dalle epistole scaturiscono son apparsi in contraddi- 



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— 356 — 

zione ovvero in opposizione decisa con quello che 
altri fonti contemporanei, più o meno autorevoli, as- 
serivano, furon sempre le lettere ch'ebbero la peg- 
gio; esse dicevano diversamente: dunque erano false. 
L'epistola dei Bianchi fuorusciti al Cardinal di Prato, 
fattosi paciere, ci rivelerebbe che Dante nella prima- 
vera del 1304 ancora non s'era separato dai suoi 
compagni di sventura e di lotta : ora l' Ottimo dice 
il contrario ed altri indizi storici paiono suffragare il 
suo asserto: la lettera è dunque apocrifa o non fu 
Dante a scriverla. L'epistola ai conti Guido ed Oberto 
di Romena deplora la morte d'Alessandro loro zio, 
che il poeta ha condannato agli strazi della decima 
bolgia; come può averne egli qui esaltata la signo- 
rile magnificenza? Vero è bene che noi non sap- 
piamo quando Alessandro morisse; che Dante po- 
trebbe aver mutato il suo giudizio intorno a lui, se 
lo cangiarono i Fiorentini, che, cacciatolo prima igno- 
miniosamente in bando quale falsario, se lo ripresero 
poscia in casa quale capitano di guerra! Mainò: Dante 
non può essersi contraddetto: eppoi perchè scrive 
egli ai due nipoti dell'estinto, quando di costui viveva 
ancora il fratello Aghinolfo? Tutto ciò è sospetto; 
scartiamo la lettera. Dai documenti che concernono 
la pace conchiusa addì 6 ottobre 1306 tra France- 
scano Malaspina di Mulazzo ed il vescovo di Luni 
per i buoni uffici di Dante, risulta che negli accordi 
fu compreso anche Moroello Malaspina di Giovagallo, 
colui al quale l'Alighieri ha inviato la celebre lettera 
Ne lateant dominum* Ne ricaveremo noi una prova in 

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— 357 — 

favore dell'autenticità dell'epistola? Oibò : il documento 
ci mostra in Dante l'amico e il procuratore di Fran- 
ceschino, e non già quello di suo cugino Moroello; e 
di qui si può ricavare nuovo argomento a condan- 
nare il disgraziato viglietto! 

Or qui viene fatto di chiedere: Non vi sarebbe 
modo, dacché gli indizi attinti alle scarse notizie che 
noi possediamo degli avvenimenti contemporanei, rie- 
scono insufficienti a dirimere la discussione, di valersi 
di criteri più sicuri, più solidi per saggiare l'autenti- 
cità delle epistole di Dante? Tra esse ve ne ha, a 
Dio piacendo, pur qualcheduna, che tutti o quasi tutti 
s'accordano nel riconoscere indubbiamente uscita dalla 
penna dell'Alighieri. Ebbene di queste studiamo, alla 
buon'ora, con ogni scrupolo la lingua, lo stile, la 
grammatica, la sintassi; e poscia dei risultati dedotti 
da quest'analisi paziente e minuta gioviamoci nell'e- 
same delle lettere dubbie e sospette. Ov'esse non 
reggano alla prova, e si rivelino dovute ad inspira- 
zione diversa, ubbidienti ad altre norme che quelle 
dell'Alighieri non siano, potremo tranquillamente sba- 
razzarcene. Ma quand'esse invece risultino plasmate 
coi materiali medesimi, improntate ad eguali criteri 
stilistici, non saremo in diritto di affermarle originali, 
autentiche, e di finirla con una discussione che mi- 
naccia di non arrestarsi più? Queste proposte, che a 
noi paiono naturali, logiche, legittime, non hanno mai 
avuto finora il più lontano principio d' esecuzione. 
E ciò è dipeso soprattutto dallo sprezzo, forse in 
parte incosciente ma ben solidamente radicato nel- 



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-358 - 

ranimo loro, ed ereditato dai primi cultori dell'uma- 
nesimo, che i più tra i dantisti hanno sempre pro- 
fessato per l'Alighieri latinista. Parrà forse paradossale 
siffatta sentenza: eppure essa poggia sul vero. Al 
Todeschini (e gli tiene oggi ancora bordone più di un 
critico modernissimo) pare assurdo parlare di stile e 
di lingua a proposito dell'epistola al cardinale Ostiense. 
a Niun argomento (egli scrive) nè prò nè contro vi 
sarebbe luogo a dedurre dallo stile dell'epistola: quello 
stile gonfio ed aspro, non dissimile gran fatto dal- 
l' andamento della prosa latina dell'Alighieri, è stile 
piuttosto dell'età che dell'uomo: se tra gli usciti non 
v'era un giudice o un notaio capace di dettar quel- 
l'epistola, non era punto difficile ch'eglino trovassero 
un frate da ciò „. 

O non è egli stupefacente cotesto ragionamento? 
Che il latino di Dante null'abbia a partire con quello 
di Cicerone o di Seneca e neppur col linguaggio di 
qualsivoglia altro scrittore antico, è inutile dire. L'A- 
lighieri non usa il latino classico: egli si vale del 
basso latino, ed è fiorito proprio nel momento in cui 
questa lingua artificiale e convenzionale era caduta 
così tra noi come oltremonti nella maggiore abie- 
zione, logorata e trasformata dall'influenza sempre 
crescente delle favelle volgari, che avevan finito per 
deformarne la struttura sintattica ed il vocabolario. 
Ma concesso questo, ed è molto, conviene fermarsi. 
Ammettere che un giudice qualunque, un notaio, ma- 
gari un frate (questa menzione di frati parrà davvero 
opportuna a chi ricordi come lo stile monastico abbia 



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— 359 — 

avuto nell'età di mezzo e conservasse ancora ai giorni 
di Dante caratteristiche tutte proprie!) potesse sugli 
inizi del trecento scrìvere tal quale come Dante, è 
lasciarsi uscire di bocca uno sproposito ben grosso. 
Si dimentica, a quanto sembra, che la composizione 
d'una lettera, degna di questo nome, era impresa de- 
licata e difficile: che lo scrittore accorto e pratico 
doveva ottemperare ad un numero considerevole di 
precetti, i quali minutamente regolavano lo svolgi- 
mento di tutte le parti onde la missiva constava, a 
cominciar dalla intitolazione per venire al Valete che la 
chiudeva. Si dimentica che lo scrittore, oltre a curare 
la grammatica, doveva ricercare la sonorità, Tele- 
ganza del dettato, e che questo non si otteneva se 
non applicando i precetti del cursus, introducendo 
cioè nel perìodo le clausole ritmiche ; tutta roba che 
a dettatori esperti tornava tanto nota e familiare 
quanto paurosa ed incognita agli inesperti: e che tutto 
ciò si ritrova applicato nell'epistolario dantesco. Si 
dimentica poi un'altra cosa da nulla: che il latino dì 
Dante è tutt' altro che il latino di tutti, che esso 
ha un'impronta tipica, un carattere individuale, sog- 
gettivo, il quale gli proviene dalla tendenza insita nel 
poeta a ricercar ogni sorta di squisitezze stilistiche e 
lessicali, a foggiarsi un vocabolario suo, col dare si- 
gnificati particolari a certe parole, col ricorrere di 
preferenza a certe espressioni, col prediligere certe 
metafore e certi traslati. Ma che cosa non si dimen- 
tica? Tra altro si è costantemente dimenticato di ri- 
confrontare sui due o tre manoscritti che ce ne for- 



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-36o- 

niscono il modo, la lezione delle epistole stesse, perchè 
nelle edizioni più recenti esse si presentano ancora 
tali e quali le diedero in luce il Witte ed il Torri, i 
quali per rimediare * agli errori piovuti di penna al 
copiatore ignorante di latino , e non lasciare nel testo 

* tante oscurità e goffaggini „ lo ricondussero * al 
suo naturale colore „ con quella leggerezza di mano, 
quella perizia della grafìa del tempo, con cui vediamo 
spesso essere ricondotti da vaganti impiastratoli di 
tele al loro * naturale colore 9 gli affreschi smunti 
ed evanescenti di rusticane chiesette. 

Sicché sotto i concieri capricciosi e grossolani di 
que' bonari emendatori vaneggiano irrimediabili la- 
cune, gemono piaghe inciprignite, che sventuratamente 
riuscirà impossibile sanare del tutto, giacché troppo 
fu lo strazio cui l'ignoranza de' copisti assoggettò le 
misere scritture. Ma se non tutte, parecchie spari- 
ranno; noi non leggeremo più periodi vuoti di senso, 
come questo, ad esempio, che si rinviene nelle edi- 
zioni tutte, anche le più recenti: " voi non vedete 
" come nella notte della mente insana i piedi errano 

* dinanzi agli occhi dei pennuti n ; non vedremo più 
critici dotti cavar argomento d'assoluta certezza alle 
loro ipotesi da lezioni immaginarie e citare come dan- 
tesche, espressioni che son dovute alla penna degli 
editori. Liberate dalla patina che le ricopre, le let- 
tere dantesche appariranno quello che sono, qua e là 
guaste irreparabilmente, ma quali ci furono dal se- 
colo XIV tramandate. 

E allora la discussione sull'autenticità loro avrà 



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-ti- 
fine? Sarebbe troppa presunzione sperarlo. Ma certo 
un gran passo verso la soluzione del faticóso pro- 
blema sarà fatto. Gli studiosi s'accosteranno con animo 
più libero, più sereno a quei documenti tanto com- 
battuti; essi non proveranno più, accingendosi a farne 
oggetto di esame, la sensazione di sgomento e di di- 
sagio che ora li coglie, simile a quella che prova chi 
si metta a traversare nottetempo, sotto un cielo privo 
di stelle, un paese ignoto e poco sicuro: 

Quale per incertam lunam sub luce maligna 
est iter in silvis, ubi caelum condidit umbra 
Juppiter et rebus nox abstulit atra colorem. 



FINE. 



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INDICE DELLE TAVOLE 



Tav. I pag. 16 - Frammento d'affresco del Cappellone degli 
Spagnuoli in S. Maria Novella di Firenze 
(// Trionfo della Penitenga?) 
» II » 48 - Frammento d'affresco giottesco nella Basi- 
lica di S. Francesco in Assisi (La vita 
di S. Martino). 

» III » 80 - Diploma imperiale (1248), scrìtto di mano di 
Pier della Vigna, conservato nel R. Ar- 
chivio di Stato di Torino. 

» IV » 96 - Arca di Federigo II nella Matrice di Pa- 
lermo. 

» V n 176 - Un corridore delle Catacombe de* Cappuc- 
cini in Palermo. 

n VI » 224 - Una monaca che bacia le mani del Patriarca 
Serafico, morto ; affresco giottesco nella 
Basilica superiore d'Assisi (Storia 33.* 
della Vita di S. Francesco), 

9 VII » 240 - La benedizione autografa di S. Francesco a 
Fra Leone conservata nel Tesoro della 
Basilica d'Assisi. 

n Vili » 256 - Ritratto di Frà Jacopone da Todi, dall'af- 
fresco attribuito a Domenico Veneziano 
nel Duomo di Prato. 

» IX » 288 - L'albero dell'amor divino, miniatura tratta 
da un codice fiorentino (Riccard 2959). 

n X n 320 - Arca di Rolandino de' Passeggeri sulla 
piazza di S. Domenico in Bologna. 



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TOSTI p. LUIGI. — La conciliazione fra l' Italia ed il Papato 
nelle lettere al Senatore G. Casati, raccolte ed annotate da 
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padre Tosti, voi. di pag. GOO » 6 50 

VISCONTI VENOSTA GIOVANNI. — Ricordi di gioventù, cose ve- 

dute o sapute (dal 1847 al 1860), terza ediz. ili., pag. 688 » 6 — 
Guida Artistica e Storica di Milano, compilata dal Dr. Ettore 
Verga, Dr. Ugo Nebbia, Ing. Emilio Marzorati, con illustrazioni 
e piante, pag. 500, in tela L. 4,25, in pelle » 5 — 



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